L’invecchiamento è inevitabile, l’assistenzialismo no

di Giulia Schiro
12 Dicembre 2023 15:54

Dati alla mano, il nostro Paese sta attraversando una silente crisi demografica, che richiede interventi mirati per mitigare i rischi legati allo spopolamento, all’invecchiamento della popolazione e alla denatalità. L’obiettivo è preservare la salute e il benessere della popolazione anziana, oltre a garantire la sostenibilità del nostro sistema di welfare.

Analogamente al gesto di aprire un ombrello quando piove per ripararsi perché la pioggia non si può fermare, la transizione demografica verso un’età più avanzata è inevitabile, almeno da qui al 2045/50, a meno di aumenti straordinari delle migrazioni. Si può dunque solo correre ai ripari affinché l’invecchiamento della popolazione non infici l’equilibrio del sistema pubblico. Difatti, anche se gli sforzi per sostenere la natalità sono positivi, non risolverebbero immediatamente i problemi legati all’invecchiamento e neppure quello relativo all’aumento della forza lavoro, poiché i nuovi nati entrerebbero nel sistema solo molti anni dopo.

Come ricordato da Alberto Brambilla, Presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, è essenziale dunque adottare azioni che possano mitigare i rischi legati all’invecchiamento e, se possibile, ottenere vantaggi da questa fase storica. Dopo il 2045 è previsto un aumento graduale della natalità, che avvierà un nuovo ciclo demografico.

L’approccio alla demografia richiede saggezza e buon senso nell’organizzazione della società, della produzione, della distribuzione e dei consumi. Da questo punto di vista tutti i cittadini dovrebbero forse impegnarsi maggiormente, con un maggior senso del dovere, in consumi più razionali, consapevoli e morigerati per migliorare il benessere comune. Sicuramente l’Italia censirà meno abitanti, ci sarà meno PIL complessivo e magari più PIL pro capite ma, se saprà affrontare questa ineludibile transizione demografica, potrà avere una società più tranquilla e felice. Di conseguenza, la sfida consiste nell’invecchiare attivamente, continuando a lavorare oltre i 67 anni e dedicando costante attenzione alla prevenzione per mantenere una buona salute nella fase finale della vita.

Per quanto riguarda le pensioni e il mercato del lavoro, nonostante l’impatto dei baby boomer, il rapporto attivi/pensionati nei prossimi anni potrebbe rimanere accettabile (1,5 attivi per pensionato) così come la sostenibilità finanziaria del sistema, grazie in particolare al metodo di calcolo contributivo e all’adeguamento dell’età di pensionamento all’aspettativa di vita. Il nostro sistema dispone già appunto di questi due stabilizzatori automatici. L’importante, ripete come un mantra Brambilla, è non modificarli evitando le eccessive anticipazioni, tipo Quota 100 – Quota 103, Opzione Donna, salvaguardie varie, anticipi pensionistici per i lavori gravosi o i lavoratori fragili di cui non v’è traccia nella medicina ufficiale. Queste misure hanno mandato in pensione, dal 2012 a oggi, oltre 850mila persone con requisiti molto più favorevoli di quelli legali, mettendo a rischio l’equilibrio previdenziale raggiunto nel 2018; equilibrio che invece deve essere rafforzato per far fronte alla citata ondata dei baby boomer.

Nella transizione demografica, rimarca il Presidente di Itinerari Previdenziali, non possiamo permetterci di avere solo il 53% degli over 55 anni al lavoro. Ridurre la spesa assistenziale, che rappresenta circa 160 miliardi erogati ogni anno esentasse per la stragrande parte a sostegno diretto o indiretto delle famiglie, è la mossa prioritaria da mettere in campo.

Se poi si considera che l’importo totale delle pensioni ammonta a 165 miliardi netti e che gli ammortizzatori sociali di cui beneficia un numero abnorme di lavoratori (nel 2021, secondo i dati INPS, circa 2,5 milioni, più del 10% del totale), costano 25 miliardi l’anno, lo Stato immette ogni anno nel sistema Italia oltre 350 miliardi: quasi 6.000 euro l’anno pro capite, bambini compresi. Se una famiglia ha in media 2,31 persone (dato Istat), incassa mediamente oltre 13.600 euro netti l’anno.

A queste somme vanno poi aggiunte la spesa sanitaria e la spesa scolastica che, in Italia, sono totalmente gratis per oltre il 70% della popolazione. Una famiglia tipo con un componente occupato, 2 figli e il coniuge a carico, e con un reddito complessivo di 25mila euro lordi l’anno, paga in media di IRPEF, grazie ai bonus Renzi e agli sgravi fiscali, circa 194 euro l’anno. Tuttavia, questa famiglia percepisce dallo Stato (e quindi da tutti noi collettività), sotto forma di servizi, 8.280 euro l’anno in media per la spesa sanitaria (2.070 euro pro capite) e 5.250 euro per la spesa scolastica (la spesa statale è di circa 63 miliardi l’anno); e oltre a questi ci sarebbero da considerare l’Assegno Unico e Universale per i Figli a carico e spesso anche il reddito di cittadinanza (oggi assegno di inclusione), che va anche a chi è in NASpI.

Va da sé che la società dovrebbe affrontare la questione del lavoro con ritrovato e maggiore senso del dovere, evitando l’assistenzialismo e incentivando la responsabilità individuale. Il timore non velato di Brambilla è che la decontribuzione fiscale applicata nel 2023 possa mettere a rischio i conti pensionistici senza risolvere concretamente lo squilibrio tra contribuenti e assistiti, dal momento che lo sgravio sarà compensato con trasferimenti dal bilancio dello Stato per 23 miliardi, in pratica pari a quasi tutto il deficit INPS.

In sintesi, affrontare la transizione demografica e l’invecchiamento della popolazione richiede un approccio oculato, bilanciando la sostenibilità economica con il benessere della popolazione anziana e la responsabilità individuale.