Intelligenza artificiale, oro e geopolitica: cosa muoverà i mercati a fine anno secondo Scalable
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Con l’arrivo della fine dell’anno, è tempo di fare previsioni e chiedersi che direzione prenderanno i mercati nelle ultime settimane che ci separano dal 2026. Come ricorda Christian Röhl, capo economista di Scalable Capital, storicamente, tra ottobre e dicembre le Borse tendono a dare il meglio: l’indice S&P 500, per esempio, in questo periodo ha registrato spesso i rendimenti medi più alti, e negli ultimi 75 anni ha chiuso in rialzo rispetto all’inizio di ottobre circa otto volte su dieci.
Ma, sottolinea l’esperto, affidarsi alle statistiche è utile fino a un certo punto. L’attuale contesto economico e politico è talmente dinamico da rendere necessaria una lettura più ampia, articolata su quattro direttrici che stanno ridisegnando lo scenario dei mercati globali.
Le quattro direttrici dei mercati secondo Scalable Capital
La prima direttrice che, a detta di Röhl, sta influenzando il sentiment degli investitori riguarda l’evoluzione del ruolo dello Stato nell’economia americana. Gli USA, tradizionalmente campioni del libero mercato, si stanno muovendo verso una forma di interventismo selettivo: dazi più estesi, partecipazioni dirette in settori strategici, accordi commerciali guidati dalla politica industriale e una pressione crescente sulla Federal Reserve affinché allenti la sua indipendenza.
Finora, paradossalmente, gli investitori hanno interpretato questo nuovo corso come un segnale di forza. L’idea di una politica economica più attiva viene letta come un supporto alla crescita e come un fattore capace di dare slancio ai mercati nel breve termine. Le incursioni nella sfera della banca centrale, inoltre, non sembrano aver turbato Wall Street: l’ipotesi di tassi più bassi, caldeggiata dalla politica, è considerata uno stimolo aggiuntivo per il mercato azionario.
Sul fronte dei Treasury, per ora domina una calma apparente. I rendimenti si sono stabilizzati, ma l’equilibrio è fragile. Röhl avverte che basterebbe il sospetto che la Fed stia trascurando la stabilità del dollaro per innescare una nuova ondata di vendite sulle scadenze lunghe. In uno scenario del genere, gli investitori chiederebbero premi al rischio più alti, con rendimenti in rialzo e ricadute immediate sui mercati azionari.
In altre parole: se la fiducia nella politica monetaria americana dovesse incrinarsi, il contraccolpo sarebbe rapido e globale.
Se i mercati azionari sembrano in salute e l’obbligazionario appare (per ora) tranquillo, è l’oro a raccontare una storia diversa. Il balzo del metallo prezioso, ormai ben oltre i 4.000 dollari l’oncia, è il segnale più evidente del disagio che si sta insinuando tra investitori e banche centrali estere.
A comprare non sono solo i privati, bensì gli stessi istituti centrali, molti dei quali stanno accumulando riserve come forma di protezione contro il rischio legato al debito americano. È una sorta di scudo contro l’incertezza, un modo per bilanciare l’esposizione al dollaro in un mondo geopoliticamente più instabile.
Infine, l‘intelligenza artificiale continua a essere il vero catalizzatore dei rialzi. L’impressione diffusa tra gli operatori è che investire troppo poco nel settore sia più rischioso che investire troppo. Le valutazioni delle startup non smettono di crescere, OpenAI attira nuovi capitali, Nvidia e Broadcom sono diventate simboli di un’epoca in cui la domanda di data center sembra inesauribile.
Intorno ai colossi tecnologici si sta formando una sorta di ecosistema autosufficiente, alimentato da investimenti incrociati e da margini stellari. Il momentum è ancora vivace e potrebbe portare a nuovi record. Tuttavia, il rally resta fortemente concentrato: al di fuori dei temi caldi – tecnologia, difesa, semiconduttori – l’azionario appare molto meno brillante.
Europa: tra ambizioni difficili e realtà ostinata
E poi c’è l’Europa, dove l’entusiasmo primaverile sembra già un ricordo. Nei mesi passati si era intravista una rinnovata fiducia: la revisione delle regole fiscali tedesche e la consapevolezza della necessità di investire in sicurezza, infrastrutture e tecnologia avevano riacceso l’interesse degli investitori internazionali. Lo Stoxx Europe 600 era partito bene, mentre gli USA arrancavano.
Ma questo vantaggio si è dissolto. I capitali tornano a guardare altrove, frenati da un mercato dei capitali ancora troppo piccolo e frammentato e da una burocrazia che rallenta ogni iniziativa. Gli investitori istituzionali non mancano di apprezzare le valutazioni interessanti e la forza del tessuto industriale europeo, ma il vero salto di qualità richiederebbe un deciso movimento verso la deregolamentazione, indispensabile per compensare il declino della chimica e dell’automotive.