“Il Venezuela è in una situazione senza speranza”

4 Febbraio 2016, di Alberto Battaglia

Il disastro economico del Venezuela è inevitabile e aprirà scenari molto simili a quelli del default argentino del 2001. Lo scrive Ricardo Hausmann, direttore del Centro per lo sviluppo internazionale presso Harvard, sulle colonne del Financial Times. Il crollo dei prezzi del petrolio, com’è noto, sta mettendo in gravi difficoltà numerosi Paesi produttori; il primo a pagarne le conseguenze sarà, afferma Hausmann, proprio il Venezuela, che negli anni in cui il barile era quotato oltre i cento dollari ha operato numerose nazionalizzazioni e quadruplicato il debito contratto con l’estero: “con la fine del boom, il Paese è entrato in una situazione senza speranza”.
I dati sono impressionanti, vale la pena ricordarli. Il Pil nel 2015 è sprofondato del 10% dopo il calo del 4% dell’anno precedente, il deficit è del 20%, pagato principalmente attraverso la monetizzazione e la conseguente espansione della base monetaria. L’inflazione, secondo le stime ufficiali, è arrivata al 141%, mentre il valore del Bolivar, la moneta nazionale, è sceso del 92% negli ultimi 24 mesi. Il dollaro costa 150 volte di più dei tassi ufficiali, scrive Hausmann.
Eletto a dicembre, il nuovo governo  “di opposizione” al presidente Nicolas Maduro, erede politico di Hugo Chavez, avrà ben poche possibilità di risollevare una situazione così disastrata. Lo scenario più probabile, a livello domestico “è un imminente collasso economico e una crisi umanitaria”.
Il 2016 non si preannuncia migliore dell’anno appena chiuso. Per capirlo basta ricordare come le importazioni, già limitate del 20% nel 2015, sono costate 37 miliardi di dollari: per bilanciare il deficit di bilancia dei pagamenti, dovrebbero scendere di un ulteriore 40%. Se i prezzi del greggio restano ai livelli attuali, il valore delle esportazioni sarà inferiore ai 18 miliardi, a fronte di una spesa per onorare il debito superiore ai 10 miliardi: ne restano solo 8 per pagare le importazioni, che nel 2015 erano di 37 miliardi. Avendo la banca centrale solo 10 miliardi di riserve in valuta pregiata va da sé che la situazione venezuelana si trova  in un vicolo cieco.
Al momento il governo, oltre a non aver annunciato alcun piano per risolvere questo squilibrio macroeconomico, non ha neanche strategie in atto per accedere all’assistenza finanziaria della comunità internazionale. Il Fmi, mal visto da numerosi Paesi sud americani, è l’istituzione chiamata a intervenire in situazioni del genere. Difficile che possa agire finché Maduro resterà presidente. Per ridurre la lunghezza e l’intensità della crisi, conclude Hausmann, “il Paese dovrà adottare un forte piano economico che possa attivare un’ampio supporto finanziario internazionale”.