“Il Silvio furioso”

20 Agosto 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Additata dai compagni di partito come colei che aizza il Cavaliere, ne vellica gli istinti più bellicosi, e forte della sua protezione si permette di dettare la linea agli stessi ministri, Daniela Santanchè è nella realtà una moderata prudente educata interprete di quanto va uscendo dalla bocca di Silvio.

Silvio, col quale, ormai, la «Pitonessa» vive in simbiosi. Quando lei definisce la nota di Napolitano sulla grazia come «irricevibile, qualcosa che dall’arbitro istituzionale non mi sarei mai aspettata», si tratta di una rappresentazione (per quanto poco riguardosa sul piano istituzionale) ancora parecchio «chic» del pensiero berlusconiano.

L’uomo rimane politicamente inavvicinabile. Asserragliato nel bunker di Arcore tra le zanzare, in seduta permanente con gli avvocati, quando forse due passi nella villa in Sardegna avrebbero fatto bene al suo spirito. Offeso con il Capo dello Stato, che si è guardato bene dal dichiararlo vittima dell’ingiustizia.

Determinato a riabilitarsi da sé, attraverso un bagno elettorale, se non vi provvederanno di corsa le istituzioni. Dunque sempre decisissimo a sfilarsi dalla maggioranza, dal governo, da tutto, qualora il 9 settembre la Giunta delle elezioni al Senato ne chiedesse la decadenza.

Visto il tono pessimo dell’umore, rotto solo da qualche imitazione in accento partenopeo del giudice Esposito che l’ha condannato, figurarsi con quanto scetticismo Berlusconi osservi l’agitazione di queste ore tra le cosiddette «colombe» Pdl. Le quali di colpo si sono rese conto che il loro leader non scherza, anzi fa disperatamente sul serio. Per cui escono allo scoperto nel tentativo di scongiurare un patatrac.

Accusano i «falchi» di puntare al martirio giudiziario di Berlusconi, laddove loro viceversa vorrebbero salvarlo. Invocano un passo ulteriore di Napolitano, uno sforzo in più del Quirinale (sebbene gli stessi avvocati del Cavaliere privatamente riconoscano come il Colle nulla può al fine di impedire la decadenza di Berlusconi e la sua ineleggibilità). Chiedono al Pd di non precipitare l’Italia nel caos della crisi se non dopo averci ben riflettuto per tutto il tempo necessario.

La novità di queste ore è proprio il tentativo di stoppare le lancette dell’orologio, di imporre un «time out» che consenta a tutti di recuperare un briciolo di lucidità. In prima fila si segnalano la Gelmini e Cicchitto, Donato Bruno e lo stesso Schifani, fin qui sempre collocato a mezza via tra i «duri» e i «dialoganti». L’appiglio è quello offerto da alcune voci autorevoli del diritto come Capotosti, che nella legge Severino scorge «criticità» censurabili sul piano costituzionale.

Secondo il presidente dei senatori Pdl, non sarebbe un’eresia chiedere che si pronunci preventivamente la Corte Costituzionale. E comunque, nessun verdetto su Berlusconi senza prima avere letto perlomeno le motivazioni della condanna, ascoltato il parere del relatore in Giunta, se necessario l’autodifesa dello stesso imputato… Tutto va bene, pur di guadagnare tempo.

Ciò che non risulta ben chiaro al Cavaliere è cosa serva posticipare. Se fosse una strada per rimetterlo in gioco, magari tramite un «salvacondotto» presidenziale di cui nessuno vede al momento i presupposti, chiaro che la sinistra non ci starebbe. Lo stesso Berlusconi, con il giusto realismo, ci spera poco o punto. Lupi gli ha riferito al telefono delle sue conversazioni con il premier, a margine del Meeting ciellino a Rimini, senza peraltro convincerlo che un rinvio della Giunta sarebbe risolutivo.

«Avrebbe soltanto l’effetto di prolungare l’agonia, di farci prendere in giro una volta di più», pare sia il netto pensiero berlusconiano a riguardo. Per il momento lascia fare, convintissimo però che il tentativo estremo di mediazione «non andrà da nessuna parte e costituirà la prova finale della malafede Pd».

Destino segnato per il governo, dunque? Tutto farebbe ritenere di sì. A meno che, un attimo prima dell’irreparabile, Berlusconi non abbia un ripensamento. Magari sollecitato da quanti, come Ennio Doris e Fedele Confalonieri, metteranno sul piatto della bilancia l’interesse delle sue aziende. Che prosperano quando l’Italia va bene, e affondano se qualcuno la trascina nel caos.

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