Il rischio principale per i mercati azionari

4 Maggio 2017, di Daniele Chicca

Il numero di rialzisti sul mercato azionario americano è salito al 58,5% dal 54,7%, riavvicinandosi ai massimi di 30 anni testati il primo marzo (63,1%), il giorno del record in chiusura realizzato dall’indice S&P 500. Tutti quegli investitori rialzisti non sono trader che hanno cambiato idea, dal momento che la percentuale dei ribassisti rimane sostanzialmente invariata al livello molto ridotto del 17,9%.

Nel fine settimana il magazine finanziario Barron’s ha pubblicato un sondaggio sul clima tra gli investitori. Dalla rilevazione Big Money Poll emerge che soltanto il 9% degli investitori del campione interpellato si è detto ribassista, contro il 16% dei due sondaggi precedenti. Il livello di trader ottimisti è del 51%, mentre il 40% degli intervistati ha un outlook neutrale.

Un sondaggio della CNN in cui viene stimato il livello della paura sui mercati, si è posizionato su un livello pressoché neutrale a 51 punti (in una scala da zero a 100). L’influenza dei tori sui mercati, secondo l’ultimo sondaggio di AAII, è pari a 38,1, il massimo di nove settimane dopo aver toccato i minimi da novembre, a dimostrazione dell’estrema volatilità dell’indicatore.

Il tutto mentre i mercati azionari continuano a crescere di prezzo. L’azionario è in progresso del 20% da quando è stato eletto Donald Trump. A Wall Street c’è una quota minima record di ribassisti o dio investitori che hanno aperto posizioni short: a dirlo è il livello di short interest dell’indice S&P 500, sceso sui livelli più bassi da maggio 2007.

Il rischio maggiore per i mercati è che la Federal Reserve, la quale ha avvertito i mercati che a giugno è pronta a imporre il secondo rialzo dei tassi del 2017 e il quarto da dicembre 2015, decida di avviare un ciclo di rialzo dei tassi spedito nel momento sbagliato. I rischi che sbagli il tempismo della stretta monetaria è alto, considerando gli appuntamenti politici “pesanti” pre estivi: a giugno cadono le importanti elezioni legislative in Francia e le elezioni politiche nel Regno Unito.

Se la Fed esce dalle politiche di stimolo monetario straordinario e riporta i tassi guida e il suo bilancio mostre da 4.500 miliardi di dollari alla normalità senza la sicurezza che vi sia una crescita economica salda negli Stati Uniti, saranno guai per i mercati. Soprattutto se si tiene conto del fatto che tra qualche mese potrebbe essere la Bce, vista il rinfocolarsi dell’inflazione e la ripresa economica dell’area euro, a fare lo stesso.