Reddito universale? “Lo eroghino le banche centrali”

5 Ottobre 2017, di Alberto Battaglia

L’avvento delle nuove tecnologie, si sa, pone nuove questioni sul futuro del mondo del lavoro. Se è vero come indicano alcuni studi che nel giro di alcuni decenni la maggioranza dei lavori compiuti dall’uomo saranno meglio svolti dalle macchine, quali saranno le future fonti di reddito di un mondo in cui sempre meno lavoratori saranno necessari?

La magistrata Ellen Brown, fondatrice del Public Banking Institute, è convinta che la risposta risieda nel reddito universale: in un articolo, la studiosa ha cercato di disinnescare le due principali obiezioni avanzate nei riguardi della sostenibilità di questa soluzione. Da un lato, garantire un reddito a tutti, in un mondo super avanzato in grado di permettersi quello che la magistrata chiama “dividendo del 21esimo secolo”, potrebbe gravare oltre misura sulle casse pubbliche, costrette a finanziarlo tramite un aumento delle tasse. In alternativa, ed è questa la scelta delineata dalla Brown, questo assegno andrebbe accreditato attraverso una sorta di Quantitative Easing del popolo. In sostanza, accreditando denaro di nuova emissione da parte della banca centrale. In quest’ultimo caso il problema consisterebbe nella spinta inflattiva che si verrebbe a creare accrescendo il potere d’acquisto della popolazione. O almeno, questo è quanto accadrebbe, secondo la logica economica dominante.

 

La Brown, autrice di alcuni libri in materia bancaria, contrappone l’argomento, in sé non nuovo, secondo il quale l’offerta aggiuntiva in grado di mantenere i prezzi sotto controllo si innesca soltanto di fronte a nuova domanda. E soltanto una volta raggiunti i limiti di capacità della produzione i prezzi inizierebbero a crescere essendoci risorse limitate a fronte di un’aumentata domanda. Così la Brown:

Se la domanda (denaro) non è aumentata, l’offerta o il Pil non saliranno. La nuova domanda deve precedere nuova offerta. Il denaro deve essere là fuori cercando beni e servizi prima che i datori di lavoro aggiungano i lavoratori necessari per creare più offerta. Solo quando la domanda è satura e la produttività è piena, i prezzi al consumo saliranno; e non sono ancora vicini a quei limiti, malgrado alcuni dati ufficiali fuorvianti che omettono le persone che hanno rinunciato a cercare lavoro o lavorano solo a tempo parziale. A partire dal gennaio 2017, circa il 9,4% della popolazione statunitense è rimasta disoccupata o sotto occupata. Oltre a ciò, esiste il vasto potenziale di espansione dei robot, computer e innovazioni come stampanti 3D, che possono lavorare 24 ore al giorno senza una spesa straordinaria o un’assicurazione medica.

Ricordando come l’iperinflazione sia storicamente legata a crisi debitorie con l’estero, più che all’eccesso di consumi interni, la Brown conclude che nel futuro delle macchine, il reddito universale sarà una necessità: “i robot non comprano… nel momento in cui essi portano via posti di lavoro umani in misura crescente le scelte saranno fra il reddito universale o lasciare alla fame metà della popolazione”.