Il paradosso dell’insicurezza

23 Ottobre 2019, di Alessandro Piu

L’articolo fa parte di un dossier dedicato alla demografia e al nuovo modo di fare consulenza finanziaria pubblicato sul numero di ottobre del magazine Wall Street Italia.

La buona notizia è che oggi si vive più a lungo rispetto al passato. La domanda che nasce è come si vivrà in quegli anni in cui gli acciacchi, per forza di cose, aumenteranno e non ci sarà più uno stipendio mensile a coprire le spese. La risposta che gli italiani danno…non c’è.
O perlomeno non è così forte come dovrebbe essere. Il problema è noto. Gli italiani risparmiano tanto ma investono poco.
Secondo i dati della Banca d’Italia l’ammontare di liquidità depositata sui conti correnti ammonta a 1.371 miliardi di euro. Una ricchezza destinata a perdere valore con il passare del tempo.

Che ci sia qualche cosa che non torna, nell’equazione che unisce l’invidiabile capacità di risparmio degli italiani con l’utilizzo che di questi risparmi viene fatto, emerge da due recenti ricerche: l’undicesimo Rapporto dell’Osservatorio europeo sulla sicurezza (Demos&Pi e Fondazione Unipolis) e l’Indagine sul risparmio e le scelte finanziarie degli italiani (Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi).

 

L’incertezza economica preoccupa il 62% degli italiani, secondo lo studio di Demos&Pi e Unipolis. Di tale quota il 37% ha paura di non avere o perdere la pensione, mentre il 36% teme di non avere abbastanza soldi per vivere o di perdere il lavoro (34%).

“Ci sono diversi elementi che concorrono a spiegare questi timori – spiega Fabio Bordignon, responsabile ricerca di Demos&Pi –. Può trattarsi sia di una sorta di prudenza che investe la cultura specifica degli italiani riguardo le questioni economiche, che delle conseguenze perduranti della grande crisi del 2007-2008, che in Italia ha toccato il picco massimo di intensità nel 2012.
L’impressione che ho è che siano impossibilitati a muoversi in questa direzione proprio perché le condizioni generali tendono a schiacciare sul presente le persone e le loro prospettive. Si tende a vivere alla giornata e a non pianificare con un’ottica di lungo periodo come sarebbe opportuno fare”.

Sindrome da deprivazione di futuro. Così Bordignon chiama la malattia che blocca gli italiani. “È un tema ricorrente nei nostri dati e inevitabilmente investe le nuove generazioni. Il 60% dei nostri intervistati è convinto che i giovani avranno in futuro una posizione economica e sociale peggiore rispetto a quella dei loro genitori.
In altri Paesi la percentuale è molto più bassa”. Per superarla servirebbe qualche certezza in più: “Serve una ripresa vera che dia maggiori opportunità e determini un quadro di maggiore solidità all’interno delle percezioni personali”.

 

Eppure, la soluzione ci sarebbe: far rendere il risparmio che gli italiani accumulano sui conti correnti, dove non solo il rendimento è nullo ma si pagano costi di tenuta e si subisce l’erosione dell’inflazione.
Secondo l’Indagine sul risparmio di Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi presentata lo scorso luglio, la principale motivazione del risparmio degli italiani è contingente: fare fronte agli imprevisti (43%). “È un risparmio precauzionale” spiega lo studio.

Seguono, a grande distanza, il risparmio per il futuro dei figli (14,6%) e per la vecchiaia (16,3%).

“Il desiderio di sicurezza – spiega il capo economista di Intesa Sanpaolo Gregorio De Felice, intervistato da WSI – è un po’ nell’attitudine degli italiani che non hanno mai investito molto per esempio nel capitale di rischio, quindi nelle azioni.
Il deposito bancario o altre attività bancarie, sono state sempre privilegiate. Gli italiani sono disposti a rinunciare anche a un po’ di rendimento pur di non correre il rischio di perdere il capitale”.

Una gestione del denaro che non funziona. Sebbene l’azionario, nel lungo termine, abbia storicamente restituito rendimenti più elevati rispetto ad altri impieghi del denaro, come il conto corrente o le obbligazioni, gli italiani non lo apprezzano abbastanza.
Per nove risparmiatori su dieci l’avversione al rischio è assoluta e la sicurezza degli investimenti viene sempre al primo posto, racconta lo studio.

Secondo De Felice “questo è un limite e anche un problema di educazione finanziaria. Le famiglie italiane hanno una diversificazione piuttosto bassa mentre, come tutti i modelli di gestione del denaro consigliano, per avere sicurezza bisogna diversificare di più.
Obiettivamente il peso delle azioni nel portafoglio delle famiglie italiane è basso, certamente più basso rispetto al mondo anglosassone ma anche rispetto alla Francia, alla Germania e ad altri Paesi. Bisogna partire dalle scuole.
L’educazione finanziaria dovrebbe diventare una materia. Si spende molto più tempo e si raccolgono più informazioni quando c’è da cambiare la lavatrice o il frigorifero che quando c’è da scegliere come investire il proprio denaro”.

L’articolo integrale è stato pubblicato sul numero di ottobre di Wall Street Italia. Scopri tutti i contenuti del magazine  adesso in edicola.