Il Bitcoin e il futuro dell’immateriale secondo Paolo Legrenzi

10 Febbraio 2021, di Redazione Wall Street Italia

Il Bitcoin è solo l’ultimo passaggio di un percorso di smaterializzazione iniziato con la Macchina di Turing nel 1936 ma previsto molto prima dall’economista John Law

di Paolo Legrenzi

Il Bitcoin, con la B maiuscola, è un sistema di pagamento mondiale. Il bitcoin, con la b minuscola, è una valuta non regolata da una banca centrale: il suo valore è determinato unicamente dalla domanda e dall’offerta. In un’epoca in cui banche e governi hanno sempre più la possibilità di “vedere” le transazioni, viene garantito un totale anonimato.

Il Bitcoin non sarebbe stato possibile senza computer e rete. Da un punto di vista astratto, il Bitcoin è l’ultima tappa di un lungo percorso verso l’immateriale e l’intangibile. Dobbiamo quindi rendere omaggio a chi ideò per la prima volta questi artefatti: Alan Turing e Tim Berners Lee, due britannici.
Alan Turing ha reso possibile integrare i pensieri del cervello con l’intelligenza artificiale, molto più potente in termini di memoria e di elaborazione dati.
Tim Berners Lee è l’ideatore della rete che funziona, nel contempo, sia come un immenso deposito di registrazione dei dati (Google è consultato ogni giorno quasi sette miliardi di volte), sia come un potentissimo mezzo di comunicazione, ben superiore al telegrafo senza fili e al telefono.

L’informazione su quanti bitcoin sono posseduti da ciascuno è immagazzinata in un registro pubblico chiamato Blockchain. La Blockchain conserva la documentazione di tutte le transazioni e viene aggiornata e mantenuta da tutti gli utenti della rete. L’accesso dall’intera rete al registro delle transazioni rende il tutto trasparente ed evita errori o imbrogli. Questo controllo centralizzato viene utilizzato da altre piattaforme: Ethereum non è solo una moneta perché usa il metodo Blockchain per un accordo tra più persone volto a un progetto comune. L’obiettivo di queste piattaforme di collaborazione è favorire l’equità: a ciascuno viene permesso di contribuire secondo la propria abilità e di raccogliere riconoscimenti (per approfondire questo punto, cfr.  Steven Sloman e Philip Fernbach, L’illusione della conoscenza, 2018, pp. 162-5).

La vecchia idea di Adam Smith di suddivisione del lavoro, descritta nel 1776 all’inizio de “La ricchezza delle nazioni”, si è trasformata oggi, grazie a reti di computer, nella suddivisione del lavoro cognitivo, non più quello muscolare della fabbrica di spilli di Smith. Se vogliamo andare alle origini di questa nuova storia che è appena iniziata, è doveroso ricordare un terzo britannico, per la precisione uno scozzese, John Law.
Dobbiamo risalire molto indietro nel tempo, ancor prima dell’epoca di Adam Smith e al suo testo che ha dato origine all’economia e alla finanza moderne. I tempi remoti spiegano come mai su John Law non siano stati girati film più o meno immaginari né il suo nome sia stato usato come simbolo o marchio.
Però non era solo un teorico e un genio della finanza ma anche un avventuriero e un insuperabile giocatore d’azzardo grazie alla sua capacità di calcolare a mente le probabilità. Un film ben fatto su di lui sarebbe un successo ora che il Bitcoin ha mostrato la genialità del suo lavoro pionieristico. Il libro forse migliore su John Law è stato scritto da James Buchan e Amazon rende fruibili liberamente molti estratti di quest’opera. Un libro avvincente, centrato più sul personaggio e sulla sua vita (tra alti e bassi, come il bitcoin!) che sulle idee, anche se queste vengono correttamente riassunte: https://www.google.com/search?client=firefox-b-d&q=John+Law+amazon. I

In questi giorni ritorno a quando ero bambino, a Venezia, perché passeggio in una Piazza San Marco quasi vuota, struggente e inquietante. Per arrivarci fiancheggio la Chiesa di San Moisè dove è sepolto John Law. Non ho qui spazio per spiegare come sia finito lì (neppure dopo la morte ha finito di viaggiare), né per raccontare sventure e successi: per anni fu al centro delle finanze sia dell’Inghilterra che della Francia, allora nemiche.
Sintetizzerò invece le sue idee sulla teoria della moneta pubblicate nel 1707: il primo passo verso il bitcoin. John Law parte da questa semplice domanda: perché l’oro e l’argento fungono da moneta? Risposta: il loro valore oscilla poco nel tempo; sono facili da trasportare e da conservare, sono frazionabili rendendo possibile la fabbricazione di monete marchiate con il loro valore e con la loro origine.

Purtroppo ai tempi di Law la quantità di oro era aumentata rapidamente per le importazioni dalle Americhe e così Law coglie bene il meccanismo dell’inflazione. Egli conclude che principi e monarchi, emettendo quantità diverse di moneta, ne possono innalzare o abbassare il valore e non possono porvi rimedio («Princes, en surhaussant ou affaiblissant les espèces, ont rendu la monnoye incertaine […] chaque Prince n’a pu ny ne peut y remédier»).

L’insegnamento degli economisti del passato

I metalli possono venire estratti in maggiore o minore misura. Sarebbe quindi meglio emettere carta moneta ancorandola al valore della terra che non può aumentare di quantità: di qui l’idea di emettere dei certificati cartacei ancorati al valore della Louisiana, una prospera colonia americana appena scoperta. In teoria, riflette Law, si potrebbe ancorare la carta moneta anche alla garanzia dei governi. Questi però non sono affidabili perché approfitterebbero per emettere troppa moneta creando inflazione (come appunto successe a Law, ministro ma dipendente da monarchi che dovevano finanziare le guerre).

Law è anche un pioniere della finanza comportamentale in quanto ben capisce la diffidenza degli investitori nei confronti dell’immaterialità della carta moneta. Eppure ricorda che suo padre orefice emetteva certificati quando le persone davano in garanzia gioielli d’oro.
Quindi è vero che le cambiali sono pezzi di carta ma acquistano valore intrinseco se le persone che li scambiano hanno fiducia in chi le emette garantendo che, per esempio, sono sempre convertibili in oro a un determinato tasso di cambio. L’opera visionaria di John Law trova conferma quando, nel 1971, Nixon dichiara che il dollaro non è più convertibile in oro. A quel punto le monete disancorate oscillano tra di loro e gli Usa, per vari motivi, sono stati più inclini degli svizzeri a creare inflazione.

Bitcoin, il viaggio verso l’immaterialità

Il Bitcoin, e piattaforme simili o derivate come Ethereum, sono dunque l’ultimo stadio del lungo viaggio verso immaterialità. Mentre l’oro estratto ogni anno ha valori collegati alla domanda, costituita per il 90% da fabbricazione di gioielli o di artefatti industriali, il bitcoin ha solo prezzi che oscillano molto.
Nel dicembre 2017 aveva sfiorato i 20mila dollari, per poi scendere in pochi mesi a 3mila e risalire oggi oltre i 30mila. Abbiamo però dei criteri per stabilirne approssimativamente il valore: la scarsità, perché sono stati estratti 18,5 milioni su un totale che è stato fissato a 21 milioni; i costi di estrazione costituiti da energia elettrica, software e hardware, che oscillano intorno ai 10mila dollari; infine l’ipotesi che se l’1% delle masse gestite a livello globale, circa 100 trilioni di dollari, fosse investito in bitcoin, il valore potrebbe oscillare intorno ai 50mila dollari.

Sono criteri del tutto indicativi in quanto basati su serie storiche molto corte e con troppa varianza. Il futuro è certamente dell’immateriale, come argomento da anni nei libri e nelle lezioni e come suggerisco per gli investimenti.
E tuttavia l’intangibile più profittevole e al contempo sicuro, almeno sui tempi medio-lunghi, è quello costituito dalle piattaforme globali e dalle energie pulite, quelle cioè che non si basano sull’estrazione da fonti materiali non rinnovabili.
La pandemia ha accelerato queste tendenze. La capitalizzazione delle piattaforme è aumentata più di quella delle società che trattano beni e servizi materiali; l’indice globale delle energie pulite è cresciuto nel 2020 di più del 100%: per esempio l’incremento annuale dell’ETF globale è stato del 113%.

L’articolo integrale è stato pubblicato sul numero di gennaio 2021 del magazine Wall Street Italia