Ieri è rinato il PdL e farà concorrenza a Forza Italia

3 Ottobre 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Una delle giornate più strane e bizzarre della storia politica d’Italia ha smentito uno dei luoghi comuni che girano fra gli osservatori per definirla: non è vero che oggi “non è successo nulla”, dal punto di vista degli assetti politici e di maggioranza.

In realtà si è ufficializzato che a sostenere il governo di Enrico Letta c’è in maniera convinta un Pdl capitanato da Angelino Alfano e formato dall’avanguardia delle “colombe”. C’è poi, a supportare Letta in maniera meno convinta, una Forza Italia che rappresenta oggi la parte maggioritaria dei gruppi parlamentari capitanata da Silvio Berlusconi, formata dai “falchi” del partito e, soprattutto, da tanti esponenti legati “affettivamente” al Cavaliere.

La cosa è stata evidente questa mattina in Senato. Ancora prima delle riunione del gruppo con il Cavaliere, è stata mostrata ai giornalisti una lista di 24 senatori del centrodestra disposti in ogni caso a dare la fiducia al governo e pronti a formare un gruppo autonomo, in caso di scelta diversa da parte del resto del gruppo del Pdl.

La riunione del resto del gruppo c’è poi stata, guidata da Berlusconi e ha deciso, solo dopo un travagliato dibattito nel quale una parte minoritaria di questo gruppo ha sostenuto le ragioni della fiducia, di votare la sfiducia a Letta. Nella riunione ha giocato un ruolo importante Berlusconi, che ha rimosso ogni incertezza e si è schierato apertamente con i falchi arrivando a dire che gli elettori del centrodestra non avrebbero compreso una fiducia a Letta dopo avere messo in crisi il governo sabato scorso.

Finita la riunione però Berlusconi ha avuto un ripensamento, come ha raccontato Paolo Romani a Reuters . E’ tornato sui suoi passi fino a ribaltare la decisione, optare per la fiducia e annunciare che in aula avrebbe lui stesso spiegato il voto e non il capogruppo Renato Schifani come inizialmente previsto.

Il travagliato dibattito nel Pdl al Senato ha mostrato che c’è un consistente gruppo deciso a rimanere nel Pdl senza transitare in Forza Italia, formazione rinata e che viene vista come partito estremista, di destra radicale.

Ma si è anche visto che in Forza Italia è vero che c’è il Cavaliere come leader a rafforzarne le posizioni e una parte di falchi (dei quali sette hanno votato contro Letta, come Sandro Bondi, Nitto Palma e Augusto Minzolini, senza aderire all’annuncio del Cavaliere), ma anche che il grosso è formato da personalità che sono su quelle posizioni più per affetto verso Berlusconi che per convinzioni politiche, anzi: politicamente questi parlamentari sarebbero più vicini ad Alfano.

Non è un caso che appena Berlusconi ha annunciato la fiducia, a palazzo Madama si è assitito a una vera e propria corsa di senatori a dire che già nella riunione del gruppo della mattina avevano espresso quella posizione: non solo Romani – del quale si è detto -, ma anche ad esempio Maurizio Gasparri prodigo di dichiarazioni di sostegno a Letta subito dopo il voto. (Reuters)
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Lo volete morto! Lo volete morto! Volete uccidere Berlusconi! ». L’ascensore di Palazzo Madama non trattiene le urla di Sandro Bondi. Quando si aprono le porte si capisce con chi ce l’ha, con alcuni alfaniani che hanno avuto la ventura di imbarcarsi con lui per raggiungere l’aula del Senato. Uno dei mille episodi capaci di spiegare la guerra aperta, lo choc, le lacrime e lo psicodramma collettivo di questo 25 luglio berlusconiano.

Alfano, forte del successo sulla fiducia, lancia l’opa ostile al partito. Se gli riuscirà bene. Sennò sarà scissione. Ad ogni buon conto è già divorzio, dai falchi. Ed emancipazione, da Berlusconi. Al quale in serata, nell’ultima, ennesima, riunione a Palazzo Grazioli, dice: «In Forza Italia voglio l’azzeramento di tutte le cariche, la delega totale su tutte le decisioni e sulle candidature e l’emarginazione dei falchi. Altrimenti mi prendo il Pdl».

È il giorno delle lacrime e dell’impensabile. Alfano e i ministri pronti a votarsi la fiducia, i 23 senatori che firmano il documento in favore del governo che costringono Berlusconi alla più clamorosa delle retromarce. Storie politiche, affetti, amicizie ventennali che vengono divise dalla cortina che spacca il Pdl.

E il dilemma di lasciare il Cavaliere per chi gli deve tutto. Le lacrime del ministro Nunzia De Girolamo, che entra ed esce dall’aula di Palazzo Madama per poi crollare in un pianto disperato in corridoio. La abbraccia e piange con lei un berlusconiano della prima ora, uno che col Cavaliere ci sta da Mediaset e che non lo abbandona. Il dramma di chi sta da sempre con Berlusconi ma non ne può più di subire la leadership dei falchi alla Santanchè o alla Verdini.

Berlusconi li ha contattati tutti l’altra notte, ha giocato la carta dell’affetto. Poi toccava a Verdini spronarli a non abbandonare «la guerra per Silvio». Ma loro rispondevano di no. «Ma come – diceva ad esempio il Cavaliere dopo aver chiamato Colucci e Viceconte – uno lo conosco da 40 anni, l’altro è con me dall’inizio e ora sono nella lista dei traditori…». Resteranno berlusconiani, garantisce Cicchitto, continueranno a difendere il Cavaliere. Ma, spiegava in serata Sacconi a un collega rimasto dall’altra parte del muro, «con i falchi possiamo stare nella stessa coalizione, non nello stesso partito.

L’esito finale potrebbe essere che noi restiamo nel Pdl e loro vanno in Forza Italia. Berlusconi potrà essere il padre nobile della coalizione. L’affetto per lui resta, però ci siamo affrancati. Abbiamo avuto il coraggio di dirgli quello che pensiamo per il suo bene. E da oggi decideremo noi». Giovanardi aggiungeva: «Io resto nel Pdl, sono i falchi che hanno deciso di tornare a Fi». In molti azzardano un paragone tra il Berlusconi di oggi e l’ultimo Bossi: «È finito dentro a una sorta di cerchio magico comandato dai falchi che gli filtrano la realtà e lo portano a farsi del male».

E ora? Alla Camera Cicchitto nel pomeriggio prova la fuga in avanti. Alla capigruppo annuncia l’imminente creazione di un gruppo autonomo per poter parlare prima della fiducia a nome dei dissidenti.

Dice che si chiamerà “Popolo della Libertà per Alfano Segretario”, ma i funzionari di Montecitorio glielo cassano, troppo simile a “Pdl per Berlusconi presidente”. Nel documento che deposita ci sono 26 nomi tra cui quelli dei ministri Alfano, Lupi, Lorenzin e De Girolamo. Loro restano cauti, dicono di non saperne nulla, ma con Quagliariello ormai sono a capo delle truppe ribelli. In serata si tiene una lunga riunione al MoMeC, di fronte a Montecitorio, per decidere se lanciare davvero i gruppi autonomi per mar-care la scissione o se aspettare.

Ci sono i big come Formigoni, Giovanardi, Costa, Castiglione, Calderisi e Augello. All’arrivo Alfano viene accolto da una standing ovation. Si decide di «congelare» i gruppi, di non renderli operativi subito, così preferiscono Lupi e Alfano per evitare l’accusa di tradimento. Li lanceranno in un secondo momento.

Tanto più che al Senato, assicurava in serata un big, «siamo praticamente in maggioranza e dunque non creiamo un nuovo gruppo, controlliamo quello attuale». Già, perché se in mattina in 23 avevano avuto il coraggio di firmare il documento per la fiducia, altri 15 erano pronti a scendere in campo e una decina hanno bussato alla loro porta nel pomeriggio. La maggioranza in un gruppo da 91 senatori.

Dunque l’idea è di non uscire dal Pdl, «per non fare la fine di Fli e di Fini», ragionavano gli alfaniani. Ma prenderselo. Se poi non ce la faranno penseranno a un nuovo partito. «Intanto diamo forza al governo – ragionava in serata un fedelissimo di Alfano – da oggi i falchi sanno che se mandano in fibrillazione Letta noi li neutralizziamo perché abbiamo i numeri per tenerlo in piedi anche da soli».

Con la prospettiva di creare «il nuovo partito maggioritario del centrodestra italiano, popolare, europeo, postdemocristiano». Ecco, la nuova Dc, ovvero la sezione italiana del Ppe, al quale prima delle elezioni europee del prossimo maggio potrebbero aggiungersi l’Udc di Casini e i cattolici di Mario Monti, maggioranza in Scelta Civica.

Il contenuto di questo articolo, pubblicato da La Repubblica – che ringraziamo – esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

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