I casi Ansaldo e Saipem: azionisti di minoranza ancora beffati

8 Febbraio 2016, di Alberto Battaglia

ROMA (WSI) – Le cessioni, orchestrate dallo Stato, di Ansaldo Sts e Saipem si sono rivelate un pessimo affare per gli azionisti di minoranza, vittime di correzioni di mercato poco chiare. E’ quanto scrive “il Giornale”, in un articolo che porta la firma di Camilla Conti e il titolo più che eloquente: “Le privatizzazioni-fregatura che fanno fuggire i capitali”.

“Sul tavolo delle privatizzazioni il governo ha calato negli ultimi mesi un tris di assi che, secondo lo story telling renziano, rappresentano un forte catalizzatore di risorse per ridurre il debito aprendo la porta al mercato e agli investitori internazionali. Di certo ci guadagna lo Stato. Ma a rimetterci fin qui sono gli azionisti di minoranza, che siano i fondi stranieri o i piccoli risparmiatori. E non poco. Ci riferiamo a due operazioni in particolare: la cessione del 40% di Ansaldo Sts da parte di Finmeccanica, controllata dal Mef con il 32%, ai giapponesi di Hitachi; e l’aumento di capitale della Saipem preceduto dalla vendita del 12,5% del capitale da parte di Eni alla Cassa Depositi e Prestiti”.

L’articolo, continuando, afferma che:

“Nel primo caso, l’Opa su Ansaldo Sts, i potenziali danni ai soci di minoranza son finiti nel mirino della Consob – che ha riconosciuto l’esistenza di una collusione tra Hitachi e Finmeccanica nella determinazione del prezzo di cessione della quota del colosso della difesa, e ne ha imposto il rialzo, 9,5 a 9,899 euro – e della Procura che ha aperto un fascicolo con l’ipotesi di reato di aggiotaggio e ostacolo all’autorità di vigilanza.

A pagare le conseguenze di questa “collusione” fra Finmeccanica e Hitachi sono stati gli azionisti di minoranza di Ansaldo Sts, in quanto le azioni di quest’ultima sono state sottovalutate per favorire la cessione in contemporanea dell’azienda in rosso AnsaldoBreda. Tutte accuse negate dalle parti in causa, con i giapponesi che, probabilmente ricorreranno al Tar.

L’altra grossa operazione è quella che ha riguardato Saipem, società ingegneristica pubblico-privata che costruisce infrastrutture petrolifere. Prima dell’avvio dell’aumento di capitale da 3,5 miliardi dello scorso 25 gennaio la capitalizzazione di Saipem era di 1,85 miliardi; adesso, dopo l’avvio di questo “pilastro del piano strategico della società”, è di solo 223.651mila euro. A pagare in questo caso è anche il Fondo strategico italiano controllato dalla Cassa depositi e prestiti (Cdp), che ha rilevato dall’Eni il 12,5% di Saipem per 463 milioni: ora tale quota ne vale meno di 40.

L’aumento da 3,5 miliardi del capitale di Saipem finirà in Eni, verso la quale Saipem è indebitata per 6,5 miliardi. Il conto, però lo pagano anche la Cassa depositi e prestiti (cioé il settore pubblico) e il mercato.

E l’articolo prosegue:

“Se il buon giorno si vede dal mattino, non c’è da stare sereni per gli effetti dell’operazione Enel Green Power la cui avventura come società autonoma quotata si concluderà entro fine marzo. Senza passare per il mercato. In sostanza, le attività italiane rimarranno in capo a Egp Spa che però sarà interamente controllata da Enel e verrà quindi delistata. Le partecipazioni estere, in capo a Egp International, verranno assegnate a Enel. Gli attuali azionisti di Egp riceveranno azioni Enel di nuova emissione, con un rapporto di cambio di 0,486 azioni Enel per ciascuna Egp ed Enel comprerà tutto l’invenduto a 1,78 euro per azione per un massimo di 300 milioni, anche se la controllante si è riservata la facoltà di superare questo limite. A cose fatte il Tesoro dovrebbe scendere dall’attuale 25,5 al 23,5% del capitale dell’Enel. Tuttavia, l’assegno che incasserà via XX Settembre non subirà conseguenze, perché il numero delle azioni possedute dallo Stato rimarrà invariato, dal momento che l’operazione prevede l’emissione di azioni nuove a beneficio degli azionisti di Egp, che diventano azionisti Enel. Tutti vissero felici e contenti, quindi? Si vedrà”.