Guerra in Iran: Oxford Economics taglia stime sul Pil Italia e alza previsioni su inflazione
Fonte: Getty Images
L’economia italiana continua a mostrare segnali di crescita moderata, ma il contesto internazionale resta incerto e potrebbe influenzare sia l’inflazione sia l’andamento dell’attività economica. Le nuove stime degli analisti di Oxford Economics indicano infatti un quadro leggermente diverso rispetto alle previsioni precedenti, soprattutto a causa delle tensioni geopolitiche e delle possibili ripercussioni sui prezzi dell’energia.
Inflazione rivista al rialzo: stima al 2,2%
Le previsioni sull’inflazione sono state riviste al rialzo di 0,5 punti percentuali, portando la stima media al 2,2%. Questa revisione riflette in gran parte l’impatto economico legato al conflitto che coinvolge Stati Uniti, Israele e Iran, una crisi che potrebbe influenzare i mercati energetici internazionali. Secondo lo scenario centrale, l’effetto complessivo sull’economia italiana dovrebbe comunque rimanere relativamente contenuto. Tuttavia, gli analisti sottolineano che i rischi restano orientati al ribasso: se i prezzi dell’energia dovessero aumentare più del previsto, l’impatto su inflazione e crescita potrebbe diventare molto più significativo. L’Italia, infatti, è particolarmente esposta alle variazioni dei costi energetici.
Crescita del PIL: Italia prevista allo 0,7%
Per quanto riguarda la crescita economica, il PIL italiano dovrebbe aumentare dello 0,7% nel 2026, una previsione leggermente più bassa rispetto alle stime precedenti. La revisione è pari a 0,2 punti percentuali. Nonostante questo lieve ridimensionamento, l’economia continua a mostrare una certa resilienza. I dati definitivi relativi al quarto trimestre del 2025 hanno infatti confermato una crescita dello 0,3% rispetto al trimestre precedente.
L’espansione economica è stata sostenuta soprattutto dagli investimenti, che hanno rappresentato il principale motore della crescita, e da un forte aumento delle scorte aziendali. Grazie a questi fattori, la crescita complessiva del 2025 si è attestata allo 0,7%, un livello leggermente superiore rispetto a quello registrato nel 2024.
I primi segnali economici del nuovo anno
Le indagini congiunturali mensili suggeriscono che l’economia italiana abbia continuato a crescere anche all’inizio del nuovo anno. Tuttavia è importante considerare che molti dei sondaggi sono stati realizzati prima dell’escalation del conflitto con l’Iran e quindi potrebbero non riflettere pienamente le conseguenze della crisi. Tra gli indicatori più osservati ci sono quelli relativi alla fiducia delle imprese e all’attività economica complessiva. L’indice di fiducia delle imprese elaborato dall’Istat ha registrato un leggero calo nel mese di febbraio, pur rimanendo su livelli considerati relativamente elevati. L’indice PMI composito, che misura l’attività nel settore manifatturiero e nei servizi, è invece aumentato nel corso del mese.
Nonostante questo miglioramento, la media dei primi due mesi dell’anno – scrivono gli esperti – resta comunque più bassa rispetto alla media registrata nel quarto trimestre del 2025. Questo elemento suggerisce la possibilità di un ritmo di crescita leggermente più contenuto rispetto alla fine dello scorso anno.
Inflazione in aumento a febbraio
I dati più recenti mostrano che l’inflazione ha registrato un aumento nel mese di febbraio. L’indice dei prezzi al consumo è passato infatti dall’1% di gennaio all’1,6%. Questo incremento è stato influenzato in modo significativo dall’aumento dei prezzi nel settore dell’ospitalità. La crescita è stata collegata in gran parte a un effetto temporaneo legato alle Olimpiadi Invernali, che hanno determinato un aumento della domanda di alloggi e servizi turistici.
Secondo le stime, la componente di inflazione “core”, cioè quella che esclude energia e alimentari, dovrebbe rallentare nel mese di marzo. Tuttavia il recente aumento dei prezzi dell’energia rende improbabile un ritorno ai livelli particolarmente bassi registrati a gennaio. Proprio per questo motivo la previsione media sull’inflazione complessiva è stata aggiornata al 2,2%.
Il ruolo dei prezzi dell’energia
Uno dei principali fattori di incertezza per l’economia europea resta il mercato energetico. Gli analisti ipotizzano che il conflitto in Medio Oriente possa avere un impatto limitato sull’Europa nello scenario principale. Esiste però anche il rischio di uno scenario più negativo. Se la guerra dovesse prolungarsi nel tempo o coinvolgere altri attori internazionali, gli effetti sui prezzi dell’energia e sulle forniture potrebbero diventare molto più rilevanti.
In una situazione di questo tipo l’Italia risulterebbe particolarmente vulnerabile, perché la sua economia dipende in misura significativa dalle importazioni energetiche. Un aumento prolungato dei costi dell’energia potrebbe quindi alimentare ulteriormente l’inflazione e allo stesso tempo rallentare l’attività economica.
La situazione dei conti pubblici
Anche sul fronte della finanza pubblica emergono alcuni elementi di attenzione. Il deficit italiano dello scorso anno è stato pari al 3,1% del PIL, un livello che potrebbe impedire al Paese di uscire dalla procedura europea per deficit eccessivo. Questa situazione potrebbe avere conseguenze su alcune decisioni di politica economica. Tra queste rientra anche il possibile aumento della spesa militare programmato dal governo, che potrebbe essere rinviato proprio a causa dei vincoli di bilancio.
Le previsioni indicano comunque un graduale miglioramento dei conti pubblici nei prossimi anni. Il deficit dovrebbe diminuire progressivamente, anche se rimangono alcune incertezze legate all’andamento dell’economia e alla necessità di eventuali nuove misure di sostegno.
Il rischio di nuovi interventi per sostenere i redditi
Uno degli aspetti più delicati riguarda la possibilità che il governo debba intervenire nuovamente per sostenere famiglie e imprese. Se la crisi energetica dovesse prolungarsi, potrebbero essere introdotte ulteriori misure per proteggere il potere d’acquisto dei cittadini. Interventi di questo tipo, se da un lato aiutano a sostenere i redditi reali, dall’altro comportano inevitabilmente un aumento della spesa pubblica, con possibili ripercussioni sul deficit.