Guerra dazi con gli Usa, l’altra opzione nucleare della Cina

26 Marzo 2018, di Daniele Chicca

Il governo degli Stati Uniti, rendendosi evidentemente conto di essere il paese a rischiare grosso nella guerra commerciale senza esclusione di dazi con la Cina, hanno aperto al dialogo. È notizia di questi giorni che il Segretario del Tesoro Usa Steve Mnuchin ha invitato Pechino a cooperare, dicendo che l’amministrazione Trump è al lavoro per trovare una soluzione “pacifica” per scongiurare un conflitto commerciale a tutto campo.

Stando alle indiscrezioni del Wall Street Journal, tuttavia, i due paesi si sarebbero cercati per cercare di migliorare l’accesso degli Usa al mercato della Cina. Gli Stati Uniti, oltre a ritenere scorrette le pratiche commerciali e di svalutazione della propria moneta da parte delle autorità cinesi, sono convinti che Pechino abbia rubato agli Usa brevetti e segreti tutelati dalla proprietà intellettuale in campi come quello tecnologico e della telecomunicazioni. I dazi sarebbero una sorta di sanzione come rappresaglia del furto.

Dalla Cina le minacce di ritorsione ai nuovi dazi da 50 miliardi di dollari promessi da Trump, dopo quelli su acciaio e alluminio, contro i beni importati in Usa nei settori più disparati non si erano fatte attendere. Pechino ha fatto capire che oltre alla svendita di titoli del Tesoro americano, di cui è il primo detentore estero al mondo, una delle rappresaglie possibili è quella di attaccare direttamente Wall Street. In quel caso a  tremare sarebbe in particolare Apple.

Citando il quotidiano governativo cinese (China Daily), il Washington Post riporta che “la risposta della Cina seguirebbe il principio di un attacco mirato, di precisione“. Le dichiarazioni sono di Mei Xinyu, ricercatore di uno del think tank del ministero cinese del Commercio che ha scritto un editoriale nel giornale.

“La Cina dovrebbe per prima cosa intraprendere misure che infliggano un duro colpo alle industrie degli Stati Uniti che hanno aiutato Trump ad aggiudicarsi le elezioni presidenziali del 2016) e a quegli Stati i cui leader politici lo stanno tuttora appoggiando nelle elezioni mid-term di quest’anno”.

Inoltre, Mei consiglia di vendere i bond americani e compromettere la performance del mercato azionario per far sì che Trump “provi dolore”. Uno dei modi per farlo è prendere di mira Apple, uno dei titoli a maggiore capitalizzazione della Borsa americana con più di 800 miliardi di dollari di valore e un obiettivo facile da colpire, dal momento che l’azienda del CEO Tim Cook fa gran parte dei suoi affari in Cina.

Come si vede bene nel grafico sotto riportato, quasi un quarto dei suoi ricavi annuali complessivi (ovvero circa il 20-25% del totale, pari a 50 miliardi circa) deriva infatti dalla Cina. Senza contare che Apple assembla la maggior parte dei suoi iPhone e di altri suoi gadget e dispositivi nel paese rivale degli Usa. Perturbare e magari danneggiare seriamente la catena di produzione di Apple ha il potenziale di mettere in ginocchio le azioni e di riflesso la Borsa Usa in generale.

Tra le armi non finanziarie a disposizione della Cina si possono citare anche eventuali tasse punitive sui prodotti di Apple, un ricatto ai gruppi della Difesa e dell’Aerospazio come Boeing oppure a quelli attivi nel settore delle comunicazioni come Cisco, nonché possibili ispezioni alle aziende. È per questo motivo che Trump ha già perso in partenza la sua battaglia e – se le indiscrezioni del Washington Post si riveleranno azzeccate – probabilmente qualche segretario o consigliere della Casa Bianca deve averlo convinto a cambiare approccio.