Mercati

Goldman Sachs sfida i pessimisti: perché Wall Street non è una bolla

Gli investitori continuano a guardare ai mercati statunitensi con crescente diffidenza. Recessione, valutazioni elevate, concentrazione eccessiva sui titoli tecnologici e dipendenza dall’intelligenza artificiale sono diventati argomenti ricorrenti nelle conversazioni tra gestori e clienti private. Secondo Goldman Sachs, tuttavia, gran parte di queste paure nasce da una lettura distorta dei fondamentali.

Nel suo outlook 2026, l’Investment Strategy Group della banca d’affari sostiene che i rischi sul mercato azionario americano siano “ampiamente sopravvalutati” e che lo scenario più temuto – una recessione in grado di innescare una correzione profonda – resti improbabile.

Recessione improbabile, utili ancora in crescita

Il punto centrale dell’analisi è il rischio macro che più incide sulle valutazioni finanziarie: la recessione. Goldman stima la probabilità di uno scenario recessivo al 25%, in calo rispetto al 35% dello scorso anno. Il caso base prevede invece un proseguimento del ciclo espansivo, con utili dell’S&P 500 in crescita di circa il 10% e un rendimento totale atteso del 7% nel 2026.

“Il rischio principale per le azioni non è l’inflazione né la politica monetaria, ma una recessione. Ed è uno scenario che oggi non vediamo come centrale”, si legge nel report. In uno scenario favorevole, il rendimento potrebbe salire fino al 17%, mentre lo scenario negativo – associato a una recessione – comporterebbe un calo del 15%, al quale Goldman attribuisce una probabilità inferiore.

Gli Stati Uniti restano il mercato finanziario dominante

Dal punto di vista allocativo, il messaggio agli investitori è chiaro: non ridurre l’esposizione agli Stati Uniti. “Clienti e colleghi ci chiedono se sia arrivato il momento di diminuire il peso dell’azionario Usa a favore di altri mercati sviluppati o emergenti”, scrive il team guidato da Sharmin Mossavar-Rahmani. “La nostra risposta è che molte delle preoccupazioni che alimentano questa domanda sono esagerate”.

Secondo Goldman, la leadership americana resta evidente. Non è dunque il momento di “ridurre l’America” in portafoglio. Gli Stati Uniti restano il principale polo di attrazione dei capitali globali grazie a mercati liquidi, leadership tecnologica e capacità di generare profitti su scala difficilmente replicabile. Anche nei mesi di maggiore incertezza politica e commerciale, i flussi esteri verso azioni e bond Usa sono rimasti solidi, smentendo l’idea di un disimpegno strutturale.

“Quando si dice che i capitali stanno uscendo dagli Stati Uniti, semplicemente non è vero”, ha osservato Mossavar-Rahmani. “C’è stato un solo mese di deflussi, poi i capitali sono tornati”.

AI e crescita: il peso è sopravvalutato

Un altro nodo riguarda il ruolo dell’intelligenza artificiale nel sostenere crescita e mercati. L’idea che l’economia americana sia “tenuta in piedi” dagli investimenti in AI viene definita fuorviante. Secondo le stime di Goldman, l’intera spesa tecnologica ha contribuito per circa 0,5 punti percentuali alla crescita del Pil nel 2025, mentre la componente direttamente legata all’AI sarebbe pari ad appena lo 0,1%.

“Anche includendo data center, semiconduttori e infrastrutture energetiche, il contributo dell’AI è modesto”, ha spiegato Mossavar-Rahmani. “Probabilmente è persino sovrastimato, perché molte di queste spese generano benefici ben oltre l’AI”.

Parlando di hi-tech, la banca Usa ha spiegato poi che la concentrazione dell’S&P 500 sui grandi titoli tecnologici è reale, ma ciò non implica fragilità sistemica. Anche escludendo Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla, il resto dell’indice mostrerebbe, secondo Goldman, una dinamica degli utili coerente con valutazioni sostenibili.

“Non è vero che senza le Magnificent Seven l’economia sarebbe debole e priva di crescita”, ha sottolineato la CIO. “Questa è un’altra semplificazione che non trova riscontro nei dati”. Il confronto con la bolla dot-com rafforza la tesi: allora le valutazioni erano scollegate dagli utili, oggi i margini delle big tech giustificano multipli più elevati.

Goldman riconosce dunque che le valutazioni sono storicamente elevate, ma ricorda che i nuovi massimi di mercato non anticipano necessariamente una correzione. Al contrario, l’analisi storica mostra che dopo aver toccato record l’azionario tende spesso a proseguire la sua fase rialzista.

Le vere bolle: bitcoin e alcune nicchie dell’AI

Dove allora si annidano i rischi? Non tanto nell’azionario Usa nel suo complesso, quanto in specifici asset. In cima alla lista c’è bitcoin, definito esplicitamente una bolla: uno strumento privo di valore intrinseco, soggetto a cicli di euforia e drawdown violenti.

Attenzione anche all’oro, ai massimi storici e sostenuto – secondo la banca – da una domanda ufficiale che potrebbe non essere strutturale. Infine, alcune aree della generative AI mostrano segnali di eccesso: valutazioni gonfiate, finanziamenti circolari e aspettative difficili da giustificare nel breve termine.