Ricchezza, gli errori degli italiani negli investimenti

24 Maggio 2019, di Massimiliano Volpe

L’articolo è tratto dal magazine Wall Street Italia di maggio e fa parte del lungo dossier dedicato a come investire la liquidità parcheggiata sui conti correnti dagli italiani

Gli italiani hanno accumulato nel corso degli anni una grande ricchezza ma la investono in modo poco redditizio rispetto a quanto succede negli altri Paesi industrializzati. È quanto emerge leggendo i numeri raccolti dalla Banca d’Italia e la ricerca di PwC ‘Digital wealth management’ che cerca di dare una spiegazione a questo fenomeno.
Secondo gli esperti le scelte poco consapevoli dei nostri concittadini sono legate a una scarsa cultura finanziaria e al limitato ricorso ai professionisti della consulenza in grado di orientare le decisioni su come impiegare i risparmi.

La ricchezza totale delle famiglie italiane si attesta a poco più di 10mila miliardi di euro, con una prevalenza della componente reale (soprattutto abitazioni e terreni, 6.300 miliardi) rispetto a quella finanziaria (azioni, obbligazioni e depositi per 4.244 miliardi).

«La quota detenuta in immobili è decisamente superiore in Italia rispetto a quello che si riscontra nelle altre nazioni. La composizione dei patrimoni delle famiglie italiane è molto vicina a quello degli altri Paesi mediterranei ma diametralmente opposta a quella che si osserva nei Paesi finanziariamente più evoluti dove invece la gran parte della ricchezza è investita in prodotti finanziari» chiarisce Marco Giorgino, professore del Politecnico di Milano che poi sottolinea anche un’altra peculiarità. “Il grande patrimonio accumulato dagli italiani si spiega con il fatto che la propensione al risparmio nel nostro Paese è storicamente più elevata che in altre nazioni».

Poco gestito in portafoglio. Anche la composizione del patrimonio finanziario degli italiani presenta alcuni aspetti singolari rispetto alla media che si osserva in Europa. Nei portafogli delle famiglie italiane prevale il risparmio amministrato (azioni, obbligazioni e liquidità) a scapito di quello gestito (fondi e polizze), fermo al 20%.

«Se vuole anche questo aspetto è un po’ paradossale: la forte propensione al risparmio non è stata capace di sviluppare negli italiani una grande cultura finanziaria. La composizione dei portafogli riflette le abitudini del nostro risparmiatore. Per molti anni in Italia è stato facile guadagnare senza esporsi alle dinamiche dei mercati, bastava investire in titoli di Stato con rischio praticamente nullo e rendimenti a due cifre che tenevano conto dell’elevata inflazione. E quindi l’italiano si è abituato ad incassare laute cedole senza rischi e fatica. In passato l’investimento ‘fai fa te’ è stato alla portata di tutti e pertanto non è nata l’esigenza di ricorrere ai servizi di consulenza finanziaria in grado di diversificare il raggio d’azione sui mercati. Se andiamo a guardare altri Paesi europei vediamo che l’incidenza delle attività gestite (in media al 33%, ndr) è di gran lunga superiore a quanto osservato in Italia e questo è un elemento su cui dovremmo fare una riflessione e cercare di gestirlo» puntualizza Giorgino.

Ultimi anche nelle performance. La composizione dei portafogli finanziari inevitabilmente si riflette sulle performance. «Se guardiamo quanto hanno reso gli investimenti delle famiglie dal 2012 al 2017 ci si rende conto del valore della cultura finanziaria. Secondo i dati elaborati da Pwc i rendimenti registrati dagli investimenti finanziari delle famiglie italiane si sono attestati all’1,8% mentre quelli di un cittadino svedese sono stati nell’ordine del 30%. Il divario è notevole» sottolinea Giorgino.

 

Ipotizzando un patrimonio iniziale di un milione di euro, il risparmiatore svedese avrebbe registrato una plusvalenza di 300 mila euro, una cifra che gli avrebbe permesso di acquistare una villetta al mare. Nello stesso periodo la rivalutazione per quello italiano è stata di 18 mila euro, utile per acquistare solo una piccola vettura come la Panda.
Da questo esempio è facile capire il valore che può essere generato da un consulente finanziario in grado di orientare il risparmiatore. Ma quanto sono disposti a pagare gli italiani per un servizio del genere?

«Per avere rendimenti in linea a quelli registrati dai risparmiatori degli altri Paesi prima di tutto è necessario aumentare la partecipazione ai mercati attraverso prodotti del risparmio gestito che consentono di diversificare le opportunità di l’investimento e cogliere i trend del momento. Poi, visto che la cultura finanziaria del risparmiatore non lo porta a prendere qualche rischio in più, l’investimento deve essere guidato da qualcuno che possa consigliarlo e assistere in ogni momento. Oggi il mondo è cambiato, i tassi sono ai minimi e i rischi non sono più così bassi come in passato e quindi c’è bisogno di farsi accompagnare nelle scelte di investimento da un professionista esperto» sottolinea Giorgino.

Se poi si considerano anche i 1.379 miliardi di euro parcheggiati sui conti correnti ci si rende conto come gran parte del patrimonio accumulato dagli italiani sia caratterizzato da rendimenti molto bassi o pressochè nulli. Insomma, tanta fatica ma pochi frutti.


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