Giustizia: il governissimo cadrà

21 Giugno 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Si profila una nuova rivoluzione d’ottobre, ma stavolta non saranno i bolscevichi russi di Lenin a rovesciare il governo, bensì i falchi parlamentari del PdL fedeli al capo. La bocciatura da parte della Corte Costituzionale del ricorso presentato dai legali di Berlusconi sul legittimo impedimento apre due scenari: quello più pessimista vede una conclusione dell’esperienza del governissimo già a luglio. Se la bomba a orologeria dei problemi legali dell’ex premier non scoppierà quest’estate, lo farà in autunno.

Essendo appeso alle innumerevoli vicende giudiziarie di uno dei suoi leader, proprio come il governo transitorio del menscevico Kerenskij, successivo alla caduta dello zar, l’esecutivo italiano nato dopo la conferma di Napolitano al Quirinale ha poteri molto limitati. Secondo le indiscrezioni di Palazzo citate dalla stampa, durante il vertice notturno del partito Silvio Berlusconi avrebbe fatto “fuoco e fiamme”. Sulle colonne dell’Huffington Post si leggono parole come: “non si concederà più nulla” al governo di larghe intese.

Il presidente del PdL se la sarebbe presa anche con il capo di Stato Giorgio Napolitano, reo di non avergli garantito lo scudo in Corte Costituzionale. Il resoconto cozza con la versione ufficiale ‘pacata’ dei pidiellini, secondo cui il governissimo va avanti.

“Immagino sia rimasto deluso, ma le sue parole pubbliche sono state senz’altro corrette e collaborative”, con queste parole il premier Enrico Letta ha risposto oggi ai giornalisti che gli chiedevano un commento sulla reazione di Berlusconi al pronunciamento della Consulta.

L’impressione è che anche se l’esecutivo di larghe intese dovesse sopravvivere all’eventuale scoglio dell’ineleggibilità – la Giunta del Senato è convocata per iniziare a occuparsi della materia il 9 luglio – così non sarà con il voto sull’interdizione dai pubblici uffici.

Vediamo di fare ordine. Qualora il Senato dovesse votare a favore del ricorso sull’ineleggibilità di Berlusconi si scatenerebbe il terremoto, giudiziario e politico. Gli equilibri tra poteri statali si spaccherebbero e il PdL si dimetterebbe in massa per protesta. È difficile che tutto ciò accada per il ricorso a una norma vecchia di quasi 60 anni (del 1957). Attenzione, però, non è impossibile.

I numeri ci sarebbero. Chi è convinto che il PD non abbia la forza politica per eliminare dai giochi il suo storico rivale in questo modo, rifletta su questo dato: con quattro dissidenti potenziali sugli otto piddini presenti in Giunta, non è affatto detto che il ricorso non passi.

Il verdetto definitivo sarà quello dell’aula e lì la percentuale di ostruzionisti del PD è più bassa. Se la Giunta dovesse esprimere un parere favorevole, tuttavia, “la bocciatura in aula da parte del PD sarebbe più dolorosa e difficile da accettare”, come osserva giustamente Andrea Colombo sulle pagine del Manifesto.

Superato questo ostacolo, in ottobre ci sarà da scalare una montagna. Chissa’ se le esili gambe di Letta, seppur sorrette da una tecnica diplomatica democristiana sopraffina, ce la faranno. Se la Cassazione dovesse confermare la condanna nel processo Mediaset a 4 anni di detenzione e 5 anni di interdizione per frode fiscale comminata al magnate delle televisioni, la Camera dovrà deliberare sull’attuazione del divieto. A quel punto il Partito Democratico, anche per motivi puramente elettorali, non potrebbe più tirarsi indietro.
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Prima della fine del proprio Congresso per la leadership, il PD ha invece le mani legate. Dopo, specialmente nel caso di sconfitta delle colombe democristiane e di progressivo sfaldamento del Movimento 5 Stelle, si potrebbe permettere di agire a briglie sciolte. E sferrare il colpo di grazia a Berlusconi.

Ecco allora che si capisce la reazione del tre volte premier e il perché di tanta agitazione in seno al PdL. Che ci sia grande malumore all’interno del partito lo si capisce dalle dichiarazioni dei suoi deputati e senatori. Il Partito Democratico, dal canto suo, non se la passa molto meglio. Da qui a sei mesi può succedere di tutto: in gioco c’è anche il Congresso per la scelta del nuovo segretario del PD che dovrà prendere il posto del traghettatore Epifani.

Il braccio di ferro politico tra i candidati è già entrato nel vivo e si sta svolgendo in un clima di piena crisi pre congressuale. Il punto di scontro resta il ricambio generazionale, mentre la partita si è ormai trasformata in un torneo con diverse squadre rappresentate dalle molteplici correnti interne.

Se passa la linea di Matteo Renzi sull’identità unica tra segretario e leader per la premierschip, il Presidente del Consiglio Letta potrebbe uscirne indebolito. Altrimenti avrà la strada più spianata, per lo meno nella corsia dei suoi. Quella del PdL resta accidentata.

Oggi il governo è chiamato ad affrontare il primo ostacolo parlamentare vero e proprio dal suo insediamento ormai più di tre mesi e mezzo fa: il voto di fiducia al disegno di legge sulle emergenze. La Lega Nord si asterrà. Contrari anche Sel e Movimento 5 Stelle. Tutto secondo la norma, insomma. Le cose dovrebbero andare per il verso giusto per la maggioranza composta da Pd, PdL e Scelta Civica.

Lo scoglio odierno, tuttavia, è solo il primo di una lunga serie. Niente in confronto agli ostacoli che presenterà il capitolo dedicato alla giustizia.

Per contattare l’autore Twitter @neroarcobaleno; [email protected]