Giappone: Debito/PIL al 230% e svalutazione dello yen. Politica sostenibile?

27 Maggio 2013, di Redazione Wall Street Italia

MILANO (ADVISE ONLY) – Dal 1950 fino agli inizi degli anni ‘90, il Giappone ha vissuto una performance stellare in termini di crescita. Tuttavia, a fine secolo questa crescita ebbe una brusca fine! Iniziò quella che molti chiamano la recessione giapponese, una situazione che il Giappone sembra non riuscire a superare.

La recessione si è innescata con il rapido crollo dei prezzi azionari del mercato giapponese, verificatosi nei primi anni Novanta, che ridusse bruscamente la spesa e di conseguenza la produzione nazionale. Memore della lezione forse più importante della Grande Depressione, il Giappone introdusse politiche economiche espansive, ma furono troppo tardive e poco incisive: a metà degli anni ‘90 la riduzione del tasso d’interesse monetario (sceso sotto l’1%) trovava il Paese nipponico già ad affrontare i problemi della trappola della liquidità e deflazione.

La politica fiscale, anch’essa espansiva, venne messa presto in discussione: se i rendimenti obbligazionari fossero aumentati in futuro, avrebbe comportato più elevati livelli di debito ed una maggiore spesa per interessi.

Che fare per uscire dalla recessione?

Molti economisti osservarono quanto fosse necessario aumentare le aspettative d’inflazione. In presenza di un tasso d’interesse nullo, maggiori aspettative d’inflazione avrebbero comportato un tasso di interesse reale negativo che avrebbe stimolato la spesa e quindi la produzione. Nel peggiore dei casi questa soluzione non avrebbe funzionato, nel migliore avrebbe aiutato il Paese ad uscire dalla recessione. La BoJ (la Banca centrale giapponese) seguì il consiglio e mantenne il tasso d’interesse monetario uguale a zero negli anni a venire.

Dal 2003 fino al 2008 il Giappone ha alzato la testa e sembrava che stesse lentamente uscendo dalla stagnazione. Poi c’è stata Lehman Brothers, i mutui subprime, la crisi del debito nell’euro zona…. Risultato: l’economia giapponese è rimasta bloccat nella trappola della liquidità. E la BoJ? Criticata per un decennio per fare le cose “too little, too late” stavolta la Banca centrale ha adottato una politica monetaria “fast and furious”,che consiste nel:

  • mantenere i tassi a zero;
  • fissare in “circa 2 anni” l’arco temporale per raggiungere un’inflazione al 2%, espandendo entro il 2014 la base monetaria, i bond pubblici detenuti, gli Etf ed i fondi immobiliari.

Anche con questa ricetta, tuttavia, le critiche al Giappone non si sono fatte attendere. Secondo un illustre economista di Harvard, M. Feldstein, i due grandi vantaggi dell’economia giapponese sono stati i bassi tassi d’interesse sul debito pubblico e sui prestiti al settore privato.

A fronte di un rapporto debito/PIL al 230% e di un deficit di bilancio annuale del 10% del PIL , il Governo giapponese è riuscito a pagare bassi tassi d’interesse sul debito per effetto:

  • della bassa inflazione (che perdura da oltre un decennio);
  • dell’apprezzamento dello yen rispetto alla altre maggiori valute.

La deflazione giapponese ha permesso un tasso d’interesse reale maggiore di quello monetario, mentre l’apprezzamento dello yen ha favorito l’afflusso di capitali esteri (anche attraverso aspettative di apprezzamento del cambio in futuro). Tuttavia, secondo l’economista di Harvard, questo effetto combinato potrebbe essere sul punto di finire.

 

La strategia del premier liberal democratico Shinzo Abe, l’abenomics, che mira a un tasso d’inflazione del 2-3% e all’indebolimento dello yen, potrebbe corrodere i vantaggi sopra elencati. Vediamo perché.

Perseguendo una politica monetaria espansiva aggressiva al fine di spingere la crescita, l’effetto sul cambio potrebbe essere quello di un ulteriore deprezzamento della valuta. Le conseguenze potrebbe essere:

  • una rapida crescita dei prezzi,
  • maggiori tassi d’interesse richiesti dagli investitori,
  • crescita del rapporto deficit/PIL e Debito/PIL
  • aumenti del tasso d’interesse reale.

La combinazione di un debito pubblico esplosivo ed elevati tassi d’interesse reali avrebbe degli effetti disastrosi sull’economia. In particolare, l’aumento dei tassi d’interesse a lungo termine deprimerebbe gli investimenti da una parte e per effetto di una riduzione del prezzo dei titoli obbligazionari (data la relazione inversa tra prezzo e rendimento) la ricchezza delle famiglie dall’altra, spingendo queste ultime a ridurre i consumi (c.d. effetto ricchezza).

La caduta dei consumi e degli investimenti causerebbero una riduzione del PIL e, quindi, un’ulteriore aumento del rapporto deficit/PIL e Debito/PIL.

Feldstein inoltre fa notare che, anche in assenza di prospettive di una rapida crescita dell’inflazione e di deprezzamento dello yen, il Giappone si troverebbe a soffrire per l’effetto di alti tassi d’interesse (a causa dell’andamento dei fondamentali economici).

Fino a pochi anni fa i Giapponesi erano dei grandissimi risparmiatori, questo aveva permesso di beneficiare di maggiori esportazioni rispetto alle proprie importazioni e di finanziare internamente il deficit di bilancio. Questa tendenza rischia d’ invertirsi. Il collasso del risparmio di imprese e famiglie potrebbe di fatti costringere il Governo nipponico a vendere i titoli del debito pubblico all’estero, aumentando per questa via i tassi d’interesse a lungo termine.

Chiudiamo riportando quanto sostenuto da M. Feldstein:

“il Giappone ha bisogno di uscire dalla trappola deflazionistica della non-crescita, ma le politiche introdotte non sembrano favorire quest’obiettivo”

Con il crollo della borsa giapponese del 7% il 23 maggio, questi dubbi sono più che legittimi.


Ho pensato di proporre all’interno del sito Advise Only un portafoglio basato sullo scenario proposto da M. Feldstein, relativo al caso di un concretizzarsi dei rischi della strategia di crescita adottata dal Giappone: “Abenomics Wrong

Se siete interessati ad approfondire la “questione giapponese”, vi aspetto in Community.