Gas Italia, a che punto siamo con le forniture? Ecco i dati e il punto di De Paoli (Univ. Bocconi)

17 Maggio 2022, di Valentina Magri

Nel 2021 sono stati prodotti 3,13 miliardi di metri cubi di gas in Italia, in leggero calo rispetto ai 3,86 miliardi di metri cubi del 2020. Lo dicono i dati ufficiali che ci ha fornito Snam. Venerdì scorso  il flusso giornaliero di gas russo a Tarvisio è stato di circa 40 milioni di metri cubi. Il dato non risulta anomalo rispetto al periodo, considerato il progressivo aumento delle temperature e il fatto che da metà aprile i termosifoni si sono spenti in tutto il Paese. I flussi di gas dalla Russia non si sono mai interrotti. Ma i flussi dai vari entry point sono soggetti ad ampia variabilità: a Tarvisio, da gennaio, si sono registrati flussi da un minimo di 25 milioni di metri cubi a un massimo di 80. Questi dati sono legati in misura importante a dinamiche commerciali, cioè alle scelte di prenotazione di capacità da parte degli shipper.

Stoccaggio di gas: un confronto tra Italia ed Europa

I dati di GIE (Gas Infrastructure Europe) rilevano che il sistema gas italiano è rimasto sempre bilanciato, con soddisfacimento della domanda e nell’ultimo periodo iniezioni anche importanti negli stoccaggi: intorno ai 100 milioni di metri cubi al giorno negli ultimi tre giorni della scorsa settimana. A oggi gli stoccaggi italiani hanno un livello di riempimento di circa il 42% contro una media europea del 38%.

Produzione di gas in Italia: quali sono i principali flussi in entrata?

Secondo i dati di Snam, livello di volumi di gas, i principali flussi provengono da: Russia (tramite il punto d’ingresso di Tarvisio, in provincia di Udine) e Algeria (tramite il punto d’ingresso di Mazara del Vallo, in provincia di Trapani), cui segue il gas naturale liquefatto (GNL), trasformato nuovamente in stato aeriforme tramite il rigassificatore di Cavarzere (Venezia).

Il Governo italiano punta a costruire nuovi rigassificatori nel sud Italia, come ha dichiarato lo scorso weekend la ministra per il Sud e la coesione territoriale Mara Carfagna, al Forum Ambrosetti di Sorrento. A suo avviso, il Sud Italia è “la collocazione naturale dei nuovi rigassificatori per l’importazione di gas liquido. È il Sud che può attrarre nuovi investimenti industriali in un’epoca in cui, inevitabilmente, si ridurranno le catene globali del valore e si dovranno riportare in Europa produzioni che nei decenni scorsi abbiamo lasciato in Cina e in Asia con eccessiva fiducia ed entusiasmo”. Tra le città candidate a ospitare nuovi rigassificatori rientrano: Brindisi, Taranto, Gioia Tauro, Porto Empedocle, Oristano. Inoltre Porto Torres e Porto Vesme potrebbero ospitare due navi rigassificatrici.

L’analisi del prof Luigi De Paoli (Università Bocconi)

Dipendiamo dalla Russia per il 40% del gas che consumiamo. Non è facile sostituirla, ma ora l’obiettivo è ridurre importazioni e se fosse possibile (ma ci vorrebbe un miracolo), fare a meno della Russia. Nei primi 4 mesi del 2022 abbiamo importato di meno dalla Russia: 6,164 milioni di metri cubi, contro i quasi 9,5 miliardi dei primi 4 mesi del 2022, riducendo di un terzo le nostre importazioni dalla Russia. Abbiamo massimizzato le importazioni al nuovo terminale di Melendugno (che ora è a pieno regime). I due principali rigassificatori italiani di Cavarzere e Livorno stanno funzionando al massimo della loro capacità. Abbiamo importato di più persino dal Nord Europa e in prospettiva aumenteremo le importazioni da Algeria, dopo averle già accresciute molto nel 2021. Stiamo perciò cercando di sfruttare tutte le opportunità per ridurre l’import dalla Russia”, chiosa Luigi De Paoli (foto sopra), professore ordinario di Economia applicata, dell’Università Bocconi, oltre che direttore della rivista Economia delle fonti di energia e dell’ambiente.

Secondo l’economista, la situazione attuale è critica ma non preoccupante nell’immediato, dato che stiamo anche stoccando del gas per il prossimo inverno. De Paoli si è detto “ottimista, alla luce della diminuzione delle importazioni dalla Russia e della massimizzazione delle importazioni da altri paesi”. Ma suggerisce di non perdere di vista la diversificazione degli approvvigionamenti: “La prospettiva che il 40% di gas possa provenire dall’Algeria potrebbe portare a una serie di rischi in caso ci siano problemi in quel paese. E allora saremmo punto e a capo”.

Ma quest’anno non sarà facile tagliare le importazioni di gas dalla Russia più di quanto abbiamo fatto finora. Se la Russia dovesse ridurre o interrompere le importazioni unilateralmente, il problema sarebbe di difficile risoluzione. Ma concretamente, anche di difficile manifestazione. “Sono scettico che la Russia taglierà le forniture all’Europa (quando Germania e Italia fanno oltre l’80% delle sue esportazioni) perché si rende conto che l’asset della fiducia che il gas ci sia è fondamentale per noi, ma anche e soprattutto per se stessa. Se tagliasse le forniture di gas all’Europa, significherebbe che è arrivata all’ultima spiaggia. Nulla toglie che saremo sotto spada di Damocle di un possibile taglio del gas per questo inverno e il successivo, perché non basta scaldarsi o raffrescarsi di meno come dice Draghi“, commenta De Paoli.

E neppure affidarsi alle energie rinnovabili. “Se manca il gas, si rischierebbe anche di dover razionare l’energia elettrica, una prospettiva dalle conseguenze difficili da immaginare. Anche accettando la visione di Elettricità Futura che vede possibile installare 60 GW di rinnovabili in tre anni il problema non sarebbe completamente risolto e bisogno essere molto ottimisti per pensare che si possa fare in soli tre anni. Il problema attuale è superare i prossimi 2 inverni, sperando che non ci sia un’interruzione delle forniture di gas russe”.

La ristrettezza di offerta e le politiche attuali ci portano anche a pagare un prezzo del gas molto alto. “Il prezzo era già salito prima della crisi in Ucraina. Oggi il prezzo viaggia attorno ai 100 euro al MWh al TTF (Title Transfer Facility, un mercato di riferimento per lo scambio del gas naturale tra i più grandi e liquidi dell’Europa continentale, ndr): 5 volte superiore alla media storica pre-Covid e 8 volte superiore a quello del primo semestre 2021. Prima dell’intervento russo in Ucraina si pensava a una progressiva riduzione del prezzo, anche se non ai livelli pre-pandemia. Oggi la prospettiva è di prezzi alti per i prossimi mesi o anni con un impatto duraturo su imprese e famiglie.