“L’eredità della City? Milano non può competere con Francoforte e Parigi”

12 Settembre 2017, di Pieremilio Gadda

Il Financial Times boccia Milano come potenziale erede della City, destinata a sua volta a perdere rilevanza dopo il divorzio dall’Unione Europea. Lo fa dopo un lungo preambolo sulla “rinascita” della capitale italiana della finanza e degli affari, sottolineando un cambiamento di mood cui avrebbe contribuito in modo decisivo anche la ribalta internazionale offerta da Expo 2015.

“A Porta Nuova, oggi di proprietà del Qatar, nuovi grattacieli scintillanti rivaleggiano con le guglie del Duomo”, scrive il quotidiano londinese, aggiungendo che “mentre Roma è in declino, sotto l’amministrazione del sindaco populista del Movimento Cinque Stelle, Milano è rifiorita grazie a una serie di leader moderati e focalizzati sul business”. Questa la rediografica che il FT fa del capoluogo lombardo: “La città è sede di due delle maggiori banche europee, Intesa Sanpaolo e Unicredit. Ospita il quartier generale di Yoox Net-a-Porter e Gucci (di proprietà di Kering). Pirelli (controllata da ChemChina) sta preparando il ritorno a Piazza Affari, in ottobre, perché la Borsa italiana sta diventando un hub per i consumi di fascia alta. I ceo francesi di Unicredit, Generali e Telecom Italia hanno attenuato i timori che il mondo delle imprese italiano fosse un mercato chiuso”.

Senza contare gli sforzi per attirare i capitali esteri e favorire un rimpatrio dei cervelli in fuga, attraverso recenti iniziative del Ministro Pier Carlo Padoan. Tutti questi sforzi positivi, però, vengono oscurati dalle velleità di una Milano che avrebbe lanciato un’offerta giudicata “tardiva” per agguantare una parte del business liberato dalla Brexit.

“Alcuni funzionari riconoscono come sia inverosimile ritenere Milano una rivale di Francoforte e Parigi nella competizione per accogliere i banchieri del Regno Unito, nel dopo Brexit”, scrive il prestigioso quotidiano finanziario, citando un ragionamento attribuito a Alessandro Barnaba, co-head of international sales and marketing presso JPMorgan, basato a Londra. Secondo il manager, Milano non sarà mai considerata una “top destination” per le istituzioni finanziarie che lasciano Londra, perché “l’instabilità politica è ancora percepita come elevata”. L’alto costo del capitale in Italia, frutto della politica instabile e dell’enorme carico debitorio, renderebbero la città poco appetibile, dice.

La città della Madonnina, però, segna punteggi elevati in tema di “soft power“, per esempio in materia di qualità della vita. Un fattore che, secondo Barnaba, starebbe attirando alcuni banchieri abbastanza senior da essere nelle condizioni di vivere a Milano, facendo il pendolare verso Londra o Francoforte. JP Morgan starebbe pianificando di raddoppiare il numero di suoi dipendenti nella città, fino a quota 350 persone”, avrebbe dichiarato Barnaba.

Ciò che rovina questa immagine attraente – prosegue il FT – sono le preoccupazioni espresse da chi è rimpatriato e dagli osservatori internazionali sulla realtà del lavoro in Italia, Milano compresa. Nel 2016, ricorda il quotidiano, l’Italia è risultata al 44° posto su 190 nella classifica “Ease of doing business” della Banca Mondiale e si colloca in 60esima posizione, tra Cuba e l’Arabia Saudita, nell’indice della corruzione percepita. Non solo. Secondo il Global financial centres index (Gfci), una classifica dei maggiori centri finanziari su scala globale, pubblicata dal think thank della City Z/Yen, Milano si colloca solo in 54esima posizione, in risalita dal 52° posto. Lontanissima da Francoforte (11°), Parigi (26°) e Londra, che resta sul gradino più alto, seguita da New York, Hong Kong e Singapore.

“I cittadini milanesi – conclude FT – hanno bisogno che i politici a Roma realizzino profonde riforme strutturali e culturali se la città più cosmopolita d’Italia vuole aprirsi completamente al business internazionale”.

Vale la pena ricordare che Milano ha rinunciato a candidarsi per la European Banking Authority (Eba), mentre sarebbe in lizza per ospitare l’altra agenzia europea destinata a lasciare Londra entro il 2019 per effetto di Brexit: la European Medicines Agency (EMA). Dovrà giocarsela con altre 22 città europee: Amsterdam, Atene, Barcellona, Bonn, Bratislava, Bruxelles, Bucarest, Copenaghen, Dublino, Helsinki, Lille, Porto, Sofia, Stoccolma, Valletta, Vienna, Varsavia e Zagabria. In corsa per l’Eba saranno invece Bruxelles, Dublino, Francoforte, Parigi, Praga, Lussemburgo, Vienna e Varsavia.