Economia

Francia: governo Bayrou travolto dalla manovra e dal debito pubblico. Prospettive per gli investitori

Il premier francese François Bayrou non è riuscito a superare l’ostacolo più difficile: quello dei conti pubblici. La sua esperienza di primo ministro a Parigi si chiude dopo appena nove mesi, travolta da una sfiducia che era stata ampiamente prevista dagli osservatori politici ma che, nella sua entità, segna un punto di non ritorno per la V Repubblica. Con 364 voti contrari e 194 favorevoli, l’Assemblea nazionale ha respinto la legge di bilancio per il 2026, decretando la fine di un governo nato fragile e conclusosi in maniera fragorosa.

L’origine della crisi

Il cuore della crisi è stato un piano di risanamento da 44 miliardi di euro di tagli, presentato come indispensabile per riportare il deficit sotto controllo e ridurre la traiettoria di un debito che ha ormai raggiunto il 116% del Pil, il terzo più alto d’Europa dopo Grecia e Italia. Bayrou, settantaquattrenne leader centrista, aveva insistito fino all’ultimo:

 “La Francia non può più permettersi rinvii”, ma né il Rassemblement National né i socialisti hanno risposto all’appello.

A nulla è valso il richiamo del premier alla responsabilità nazionale: “Avete il potere di abbattere un governo, ma non di cancellare la realtà”. Il primo ministro lascia il governo senza rimpianti, come ha dichiarato lui stesso, ma con la consapevolezza che il suo mandato è stato logorato da una combinazione micidiale di fragilità parlamentare, polarizzazione politica e pressione economica. Non è la prima volta che un esecutivo francese cade sulla questione del bilancio, ma mai la fragilità della macchina istituzionale era apparsa così evidente.

La legge di bilancio come detonatore

Il progetto di legge finanziaria che ha fatto cadere l’esecutivo era costruito intorno a misure di forte impatto. Oltre ai 44 miliardi di tagli complessivi, prevedeva due giorni festivi in meno all’anno per accrescere la produttività nazionale, la conferma dell’innalzamento dell’età pensionabile introdotto nel 2023 e una riduzione generalizzata delle spese ministeriali.

Misure che, nelle intenzioni di Bayrou, avrebbero dovuto dare un segnale forte ai mercati e a Bruxelles, ma che sono state percepite da larga parte dell’opinione pubblica come un ennesimo capitolo di austerità punitiva. In un Paese già scosso da un decennio di proteste sociali – dai gilet gialli alle manifestazioni sindacali contro la riforma delle pensioni – il piano ha finito per compattare un fronte politico eterogeneo, ma determinato ad abbattere il governo.

Non è un caso che la bocciatura sia arrivata con numeri così netti: la convergenza tra l’estrema destra del Rassemblement National, la sinistra radicale guidata da Jean-Luc Mélenchon e lo stesso Partito socialista ha rappresentato un’alleanza tattica, fondata non tanto su un progetto alternativo quanto sull’obiettivo comune di fermare la legge di bilancio.

Secondo Antonio Villafranca, vice presidente per la Ricerca ISPI,

“Bayrou è stato sfiduciato perchè ha dovuto guardare in faccia la realtà: crescita bassa, debito pubblico alto. Per evitare il circolo vizioso, servirebbe stabilità politica. Ma questo è proprio ciò che manca alla frammentata politica francese. Inutile pensare a un altro governo: guadagnerebbe (forse) tempo, ma divisioni e instabilità rimarrebbero”.

Il peso del debito francese

Se la crisi fosse soltanto politica, non sarebbe un’anomalia nel panorama europeo. Ma in Francia l’instabilità si intreccia con un quadro finanziario delicatissimo.
Con un debito pubblico che ha superato i 3.200 miliardi di euro e un deficit cronico (al 5,4%)  ben oltre i parametri di Maastricht, Parigi si trova in procedura di infrazione aperta da parte della Commissione Ue. Le agenzie di rating osservano con crescente inquietudine: a maggio, Fitch aveva già abbassato l’outlook sul debito sovrano, citando “fragilità politica e difficoltà di consolidamento fiscale”.

A differenza dell’Italia, che da anni convive con spread elevati e disciplina fiscale intermittente, la Francia non ha mai davvero affrontato il tema di una correzione strutturale. La spesa pubblica rimane una delle più alte in Europa (oltre il 55% del Pil), mentre la crescita, pur più robusta che altrove, non basta a stabilizzare il rapporto debito/Pil.
La caduta di Bayrou rischia quindi di accentuare la percezione di una Francia incapace di rispettare i propri impegni di risanamento.

Sulla carta – spiega a questo proposito Matteo Ramenghi, Chief Investment Officer di UBS WM in Italia – il disavanzo di bilancio dovrebbe scendere dal 5,4% del Pil previsto per quest’anno al 4,6% nel 2026.

“In realtà ci aspettiamo un calo leggermente inferiore per quest’anno, al 5% del PIL, poiché alcune misure di potrebbero venire annacquate nel processo parlamentare. Si tratta comunque di deficit elevati, che ci portano a pensare che ogni anno si aggiungeranno circa 2-3 punti percentuali di PIL al debito. È possibile che la agenzie di rating prendano atto di questa tendenza con nuovi downgrade”.

A questi proposito, gli analisti di Scope Ratings sottolineano che “il crollo del governo francese – il secondo in meno di un anno – rappresenta un elemento negativo per il merito di credito della Francia (AA-/Stabile). La sconfitta del Primo Ministro Bayrou in un voto di fiducia parlamentare aggrava l’instabilità politica del Paese e le difficoltà creditizie associate, soprattutto in presenza di un ampio deficit di bilancio (5,8% del PIL nel 2024) e di una traiettoria del debito in aumento. Il rapporto debito/Pil è destinato a salire oltre il 120% nei prossimi anni, rispetto al 113% del 2024, che già rappresenta un aumento di 15 punti percentuali rispetto al 2019″.

Le ripercussioni politiche

Se per Bayrou la partita si è chiusa, per l’Eliseo si apre un rompicapo. Emmanuel Macron resta nell’occhio del ciclone: le opposizioni lo indicano come il vero responsabile. Mélenchon ha parlato di “un presidente ormai senza legittimità”, mentre Marine Le Pen chiede lo scioglimento immediato del Parlamento e nuove elezioni.

Macron, per ora, prende tempo. Non vuole dimettersi né indire nuove elezioni che potrebbero consegnare l’Assemblea nazionale al Rassemblement National. Ma la ricerca di un nuovo premier appare complicatissima. I nomi che circolano – Lecornu, Darmanin, Vautrin – sembrano destinati a scontrarsi con le stesse ostilità che hanno travolto Bayrou. Quello che appare certo è che il presidente francese dovrà muoversi rapidamente per nominare un nuovo premier in vista delle proteste sindacali già annunciate per 18 settembre contro la legge di bilancio.

Reazioni dei mercati e rialzo dello spread Oat/Bund

Sul fronte dei mercati, le prime reazioni finanziarie non si sono fatte attendere. Sul mercato secondario dei titoli di Stato, lo spread tra OAT francesi e Bund tedeschi si è allargato di 15 punti base, segnalando un aumento della percezione di rischio. Gli investitori internazionali, che detengono circa il 50% del debito francese, chiedono maggiore chiarezza sulla strategia futura.

Secondo Peter Goves, Head of Developed Market Debt Sovereign Research di MFS, quello che si sta verificando in Francia, non è una vera sorpresa:
“Gli spread OAT-Bund avevano già registrato un picco prima di questo evento. Gli spread rimarranno probabilmente ampi, con episodi di copertura delle posizioni corte, l’instabilità politica è destinata a durare. Macron cercherà probabilmente di trovare un nuovo primo ministro come prima reazione alla richiesta di nuove elezioni parlamentari. La situazione è molto fluida e l’andamento degli eventi determinerà probabilmente l’andamento del mercato nei prossimi giorni. Finora la reazione del mercato è stata piuttosto contenuta, ma siamo consapevoli degli scioperi previsti per mercoledì e del potenziale rischio di un downgrade. Nel frattempo, la Francia deve ancora approvare il bilancio”. 

Analizzando le prospettive per gli investitori, Ramenghi di UBS WM in Italia, ha spiegato in una nota che a medio termine il debito resta sostenibile, ma le prospettive di credito si stanno deteriorando in assenza di politiche fiscali più rigorose. I rendimenti decennali degli OAT, i titoli di Stato francesi, potrebbero dunque convergere ulteriormente con quelli dei BTP italiani e, in realtà, li hanno già superati su scadenze brevi.

“Consigliamo di evitare l’esposizione ai titoli di Stato francesi a lungo termine ma, a nostro avviso, con un rischio di default che rimane basso i rendimenti delle obbligazioni con scadenza a 2-5 anni potrebbero essere interessanti.”