Fink (BlackRock) ai ceo: il mondo del lavoro è cambiato, valorizzare i dipendenti

19 Gennaio 2022, di Mariangela Tessa

Nella consueta lettera di inizio anno ai ceo Larry Fink, ceo di Blackrock, è intervenuto sul tema della remunerazione dei dipendenti.

Fink: con bassi stipendi la gente non lavora più

“Nessun rapporto ha subito più modifiche a causa della pandemia di quello tra datori di lavoro e dipendenti. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito, il tasso di licenziamento è ai massimi storici. E proprio negli Stati Uniti stiamo assistendo a una delle maggiori crescite salariali degli ultimi decenni.

È positivo che i lavoratori stiano cogliendo queste nuove opportunità: dimostra la loro fiducia nella crescita economica. Se, da un lato, il ricambio della forza lavoro e l’incremento delle retribuzioni non sono un tratto trasversale di ogni regione o settore, in tutto il mondo i dipendenti stanno chiedendo qualcosa di più ai loro datori di lavoro, incluse una maggiore flessibilità e mansioni più significative”.

Così Larry Fink, numero uno di BlackRock, il più grande asset manager globale, con oltre 10mila miliardi di dollari in gestione, nell‘ultima lettera agli investitori, o meglio ai ceo, in cui si sottolinea le necessità di un capitalismo più responsabile. Otto pagine in cui uno degli uomini più potenti del mondo, tra le altre cose, esorta le aziende a rivedere i rapporti con i lavoratori.

“Sebbene l’uscita dalla pandemia per le aziende sia un’occasione di ricostruzione, i CEO si trovano davanti a un paradigma radicalmente diverso da ciò a cui eravamo abituati. La normalità prevedeva che i dipendenti andassero in ufficio cinque giorni alla settimana. Raramente si parlava di salute mentale sul luogo di lavoro e i salari della manodopera a basso e medio reddito crescevano a malapena. Quel mondo non esiste più”.

Fink definisce le maggiori richieste dei lavoratori nei confronti dei loro datori di lavoro come “un tratto essenziale di un capitalismo efficace. Favorisce la prosperità e crea un clima più competitivo per i talenti, spingendo le aziende a creare ambienti migliori e più innovativi per i loro dipendenti – azioni che, a loro volta, le aiuteranno a generare maggiori profitti per gli azionisti. Le società che agiscono in questo modo stanno già raccogliendo i frutti di quanto seminato. La nostra ricerca mostra che le società che hanno instaurato legami solidi con i loro dipendenti hanno registrato livelli più bassi di turnover e rendimenti più alti nel corso della pandemia.
Le società che non si adeguano a questa nuova realtà, e non danno seguito alle istanze dei loro dipendenti, lo fanno a loro rischio e pericolo. Il turnover della forza lavoro fa aumentare le spese, abbassa la produttività ed erode la cultura e la memoria aziendale. I CEO devono domandarsi se stanno creando un ambiente che li aiuta a competere per i talenti”.

Ma creare un ambiente come quello prospettato – conclude Fink – è più complesso che mai, e” va oltre le questioni legate alla retribuzione e alla flessibilità. Oltre a sovvertire il rapporto con il luogo fisico in cui lavoriamo, la pandemia ha anche fatto luce su questioni come l’uguaglianza etnica, l’assistenza all’infanzia e la salute mentale, rivelando il divario tra le aspettative generazionali sul lavoro. Questi temi ora sono al centro della scena per i CEO, che devono riflettere attentamente su come usare la loro voce per creare sinergie sulle questioni sociali che stanno a cuore ai loro dipendenti. Coloro che si mostrano umili e non perdono di vista il proprio scopo hanno maggiori probabilità di riuscire a costruire quel tipo di legame che perdura per tutta la vita lavorativa di un individuo.”