Nel testo si afferma poi che l’inflazione resta elevata, anche a causa del recente rincaro dei prezzi energetici a livello globale, e che l’obiettivo del Comitato è quello di conseguire nel lungo periodo la massima occupazione insieme a un’inflazione al 2%. “Gli sviluppi in Medio Oriente contribuiscono a un elevato livello di incertezza sulle prospettive economiche”, si legge ancora, sottolineando come il Comitato sia vigile sui rischi che riguardano entrambe le dimensioni del suo mandato.
Infine, il documento precisa che, per sostenere questi obiettivi, è stato deciso di mantenere invariato l’intervallo target per il tasso sui fondi federali tra il 3,5% e il 3,75%. “Nel valutare l’entità e la tempistica di ulteriori aggiustamenti all’intervallo obiettivo per il tasso sui fondi federali, il comitato valuterà attentamente i dati in arrivo, l’evoluzione delle prospettive e il bilancio dei rischi”.
FOMC mai così diviso
In quella che, come anticipato, è stata l’ultima riunione della FED, è emerso un elemento del tutto inedito, ovvero una forte divisione interna (8 voti contro 4), che lascia presagire un futuro tutt’altro che lineare nei prossimi meeting, quando entrerà in carica il nuovo presidente Kevin Warsh: diversi membri hanno infatti contestato l’idea che ulteriori tagli dei tassi possano essere imminenti. Si tratta di una spaccatura rara, l’ultima volta con quattro dissensi risale all’ottobre 1992, che riflette opinioni divergenti sulle prospettive economiche. In conferenza stampa, Powell ha inoltre indicato che resterà nel Board of Governors a tempo indefinito, in attesa che si concluda con piena trasparenza l’indagine sui lavori di ristrutturazione della banca centrale, riaccendendo le preoccupazioni per i persistenti attacchi politici alla Fed.
Secondo diversi osservatori, tra cui il chief investment officer di Northwestern Mutual, questa fase segna la fine di un mandato caratterizzato da ampio consenso e apre a mesi potenzialmente più conflittuali, in un contesto in cui segnali contrastanti su crescita e mercato del lavoro si intrecciano con un’inflazione ancora persistente sopra il 3% dalla fine del 2023.
Powell resta nel board
La riunione del 29 aprile segna un passaggio importante: è stata l’ultima di Jerome Powell alla guida della Federal Reserve. Tuttavia, Powell ha chiarito che non lascerà del tutto: continuerà a far parte del FOMC, dato che il suo incarico come membro del Board of Governors prosegue fino al 31 gennaio 2028.
Una decisione forse mal digerita dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che avrebbe preferito un’uscita completa. In questo modo si sarebbe infatti liberato un posto nel Board, permettendo la nomina di un nuovo membro più “dovish”, cioè favorevole a politiche monetarie più accomodanti e in linea con le richieste dell’amministrazione.
Intanto, Warsh, ex governatore Fed e figura storicamente molto attenta al tema della credibilità monetaria, ha ricevuto l’ok dalla commissione finanziaria del Senato. La nomina di Warsh è stata approvata con 13 voti a favore e 11 contrari. La sua conferma sarà ora sottoposta al voto dell’intero Senato che, con ogni probabilità, avverrà nei prossimi giorni consentendo così a Warsh di assumerà l’incarico per il 15 maggio, quando scade il mandato di Jerome Powell.
Come ricorda in una nota, Filippo Diodovich, Senior Market Strategist di IG Italia:
“In termini di mercato, Warsh viene letto come una figura potenzialmente favorevole a una Fed più orientata al taglio dei tassi rispetto alla linea di prudenza difesa finora da Powell. Il prossimo numero uno della banca centrale Usa ha dichiarato più volte che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale dovrebbe avere effetti disinflazionisti sull’economia americana e di volere trovare un equilibrio tra eventuale taglio dei tassi e riduzione degli asset in portafoglio della FED.”
Cosa aspettarsi nelle prossime riunioni
Intanto, le attese sui tassi d’interesse negli Stati Uniti si stanno rapidamente ricalibrando dopo l’ultima riunione del Federal Open Market Committee. Gli analisti di Morgan Stanley hanno rivisto sensibilmente il proprio scenario, spostando in avanti l’inizio del ciclo di allentamento monetario: non più nel 2026, come ipotizzato in precedenza, ma solo nel 2027. Una revisione che riflette un dato di fondo ormai condiviso da una parte crescente del mercato: l’economia americana continua a mostrare una resilienza tale da ridurre l’urgenza di tagli dei tassi, mentre l’inflazione resta ostinatamente sopra il target del 2% fissato dalla Federal Reserve.
Il segnale arrivato da Washington, una decisione sui tassi accompagnata da una spaccatura interna senza precedenti recenti, ha avuto un impatto immediato sui mercati: i rendimenti dei Treasury sono saliti ai massimi dell’ultimo mese e il dollaro si è rafforzato, segno che gli operatori stanno incorporando uno scenario di politica monetaria più restrittiva e prolungata. In questo quadro, secondo Morgan Stanley “l’asticella per i tagli si è alzata” e la Fed appare intenzionata a muoversi con estrema cautela, valutando sia gli effetti ritardati della stretta già effettuata sia la reale solidità del processo disinflattivo. Le prime riduzioni del costo del denaro vengono ora attese non prima dell’inizio del 2027, verosimilmente tra gennaio e marzo, quando le pressioni sui prezzi potrebbero attenuarsi in modo più convincente e la crescita convergere verso il proprio potenziale.
Una linea prudente condivisa anche da Deutsche Bank, che già nelle scorse settimane aveva indicato come scenario base un mantenimento dei tassi invariati per tutto il 2026. Nel frattempo, i mercati derivati offrono una fotografia plastica del cambiamento di sentiment: secondo le elaborazioni del CME Group, la probabilità implicita di un rialzo dei tassi entro aprile 2027 è salita intorno al 44%, contro appena l’8% precedente alla decisione della Fed. Un ribaltamento che evidenzia come il dibattito non sia più centrato su “quando inizieranno i tagli”, ma piuttosto su quanto a lungo i tassi resteranno elevati — e se, prima di scendere, potrebbero persino salire ancora.