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FED: ecco perché domani taglierà i tassi di 25 punti base

La Federal Reserve è pronta a ridurre nuovamente il costo del denaro. Il Federal Open Market Committee (FOMC), riunito oggi e domani a Washington, dovrebbe decidere un taglio dei tassi di interesse di 0,25 punti percentuali, portando il corridoio dei Fed Funds tra il 3,75% e il 4%. Sarebbe il secondo intervento espansivo dell’anno, in risposta a segnali crescenti di raffreddamento del mercato del lavoro e di inflazione in attenuazione.

Obiettivo: evitare un rallentamento dell’occupazione

La mossa arriva in un contesto di incertezza: il prolungato shutdown del governo federale, iniziato il 1° ottobre, ha sospeso la pubblicazione di molti dati macroeconomici chiave, compreso il tasso di disoccupazione ufficiale, fermo all’ultimo dato di agosto (4,3%). Tuttavia, i segnali provenienti dal settore privato indicano una perdita di slancio.

Secondo ADP, l’occupazione nel settore privato è diminuita di 32.000 unità a settembre, mentre il Beige Book della Fed descrive un mercato del lavoro “in progressivo indebolimento”. Stime alternative, come quelle di Revelio Labs e Wilmington Trust, indicano una crescita occupazionale quasi ferma (+13.000 posti nel mese), con cali diffusi nei comparti manifatturiero, retail e costruzioni.

Filippo Casagrande, chief of investments, Generali Investments spiega: 

 C’è un largo consenso che la Fed effettuerà un nuovo taglio di 25 punti base, portando il corridoio di riferimento al 3,75% – 4,00%. Il presidente Powell, nel suo ultimo discorso, ha chiaramente aperto alla possibilità di nuove riduzioni entro fine anno, pur suggerendo che l’approccio rimarrà prudente e graduale, con decisioni prese di meeting in meeting. La principale motivazione per i tagli è il rallentamento del mercato del lavoro, sebbene la crescita economia resti solida. Per contro, Powell ha sottolineato come l’inflazione rimanga sopra il target, e molti analisti ritengono che i dazi debbano ancora impattare al rialzo i numeri di inflazione nei prossimi sei mesi. Le stime sull’inflazione sono del +2,8% nel 2025 (invariata) e +2,9% nel 2026 (in marginale rialzo rispetto ad un mese fa). Il miglioramento dei dati sui consumi negli Stati Uniti si sono tradotti in una revisione al rialzo delle stime degli analisti. La crescita media prevista per il 2025 sale dal +1,6% al +1,8%, mentre quella per il 2026 migliora dal +1,7% al +1,8%”.

Sul fronte dei prezzi, il dato sull’inflazione di settembre – l’unico pubblicato nonostante lo shutdown, in quanto necessario per l’adeguamento del Social Security – mostra un +3% su base annua, in calo rispetto al 3,1% del mese precedente.
Si tratta di un sollievo per i falchi della politica monetaria, che vedono così allentarsi le pressioni derivanti dai nuovi dazi tariffari imposti dall’amministrazione Trump.

“Il quadro resta complesso”, commenta Patrick Harker, ex presidente della Fed di Philadelphia. “Non siamo negli anni ’70, ma il rischio di una dinamica simile alla stagflazione è reale: crescita debole, inflazione che fatica a scendere”.

Divisioni interne e pressioni politiche

Il taglio atteso di questa settimana non dovrebbe essere l’ultimo dell’anno. I mercati scontano con elevata probabilità un nuovo intervento a dicembre e, forse, un ulteriore allentamento a gennaio 2026.

Secondo Casagrande, guardando al pricing di mercato, il consenso per la Fed è di due tagli entro fine anno (il secondo nel meeting del 10 dicembre) e di tre tagli nel 2026, di cui i primi due entro giugno, sostanzialmente in linea con le aspettative del mese scorso.

Tutto questo mentre le pressioni politiche si fanno sentire: la Casa Bianca di Donald Trump spinge apertamente per un ciclo di tassi più bassi, utile a sostenere la crescita in vista delle elezioni del 2026. Il presidente della Fed, Jerome Powell, si trova così in una posizione delicata, tra le richieste dell’amministrazione e la necessità di preservare la credibilità dell’istituto centrale.

A complicare il quadro si aggiungono i primi segnali di tensione nel credito: alcuni istituti regionali hanno registrato perdite su prestiti commerciali e auto subprime, alimentando timori sulla qualità degli attivi bancari.

“Non si tratta ancora di una crisi sistemica, ma è un campanello d’allarme”, afferma Tilley. “Quando l’economia rallenta, i prestiti rischiosi diventano i primi a mostrare crepe”.

Sul tavolo anche riduzione del bilancio (quantitative tightening),

Oltre alla riduzione dei tassi, la Fed potrebbe anche porre fine al processo di riduzione del bilancio (quantitative tightening), già rallentato negli ultimi mesi. Una decisione che equivarrebbe, di fatto, a un’ulteriore iniezione di liquidità nel sistema.

Powell, nel suo atteso intervento post-riunione di mercoledì, cercherà di non pre-impegnarsi sulle mosse di dicembre, preferendo mantenere “tutte le opzioni aperte”. Ma gli analisti concordano: la traiettoria dei tassi è ormai orientata verso il basso.
Come osserva Michael Feroli, capo economista USA di JP Morgan, “una parte del Comitato vorrebbe segnalare cautela, ma la leadership della Fed teme che un messaggio troppo hawkish possa destabilizzare i mercati”.

Fari anche su BCE e BOJ

Ma la settimana in corso non è solo la settimana della FED. Nel frattempo, la Banca Centrale Europea (BCE) dovrebbe mantenere i tassi invariati nella riunione di giovedì, dopo aver già adottato misure significative nel corso dell’anno.

Nello stesso giorno, si riunirà anche la Bank of Japan (BoJ), sebbene al momento i mercati attribuiscano una bassa probabilità a un rialzo dei tassi, complice anche il fatto che il nuovo governo del Paese non ha ancora trovato pienamente la propria stabilità.