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La Federal Reserve alza il piede dal freno. La conferma arriva dal governatore della banca centrale Usa, Jerome Powell, che ieri, intervenendo al convegno della National Association for Business Economics a Filadelfia, ha annunciato che la banca centrale americana è “vicina al punto” in cui smetterà di ridurre il proprio bilancio. In gergo tecnico: stop al quantitative tightening, la manovra con cui la Fed ha drenato liquidità dai mercati per ridurre l’enorme massa di titoli accumulata durante la pandemia.
“Potremmo raggiungere il livello di riserve coerente con condizioni ‘abbondanti’ nei prossimi mesi”, ha detto Powell, con il tono misurato di chi prepara il terreno a una svolta.
Il messaggio è chiaro: la Fed vuole evitare di prosciugare troppo il sistema finanziario. Dopo due anni di deflussi costanti — il bilancio è sceso da quasi 9.000 a poco più di 6.000 miliardi di dollari — a Washington cresce il timore che un ulteriore drenaggio possa innescare tensioni sulla liquidità e complicare la ripresa.
Il ritorno della parola “prudenza”
Se sulla riduzione del bilancio il quadro è quasi definito, sui tassi Powell gioca di fino. Dopo il taglio di settembre di un quarto di punto, i mercati danno ormai per scontate altre due mosse simili entro fine anno. Ma il presidente della Fed si guarda bene dal confermare la tabella di marcia con i tassi fermi al 3,50-3,75 per cento.
“La situazione richiede equilibrio,” ha spiegato. “Muoversi troppo in fretta rischia di lasciare incompiuto il lavoro sull’inflazione. Ma muoversi troppo lentamente significherebbe sacrificare occupazione inutilmente.”
È il linguaggio della prudenza, parola che torna al centro del lessico della Fed dopo i mesi del “faremo tutto il necessario” per domare l’inflazione.
Le attese di una sforbiciata dei tassi a ottobre sono rimaste sostanzialmente invariate dopo le parole di Powell. Gli investitori vedono una possibilità prossima al 100% di una riduzione, sulla base dei futures sui fed funds.
Il mercato del lavoro rallenta
Dietro le parole di Powell, c’è un messaggio sottotraccia: la priorità sta cambiando. L’inflazione, ormai sotto controllo (intorno al 2,5%), lascia spazio a un’altra preoccupazione — la perdita di slancio del mercato del lavoro.
“Dopo mesi di crescita robusta, le nuove assunzioni hanno rallentato in modo significativo,” ha riconosciuto Powell, citando il calo della partecipazione e la minore immigrazione come fattori di freno. “I rischi sul fronte occupazionale sono aumentati.”
Per la Fed, che ha nel mandato la doppia responsabilità di garantire prezzi stabili e piena occupazione, questo è un segnale da non ignorare. Ed è proprio la debolezza dell’occupazione ad aver spinto il Comitato di politica monetaria (FOMC) a tagliare i tassi a settembre, dopo mesi di pressioni dalla Casa Bianca e da Wall Street.
Commentando le dichiarazioni di Powell, David Pascucci – Market Analyst di XTB – spiega:
“Un Powell poco incisivo ieri in occasione dell’Outlook Economico al Naba di Philadelphia dove non ha aggiunto dettagli importanti per quanto riguarda l’operatività della Fed. L’inflazione in questo momento é sotto osservazione per via dei dazi, si conferma comunque che mancano pressioni inflazionistiche lato domanda dei consumatori. Per quanto riguarda il mercato del lavoro, anche in questo caso, nessuna novitá, il mercato rimane “low hire, low fire”, ossia si fatica a licenziare cosí come si fa fatica ad assumere, il tutto in presenza di un tasso di disoccupazione ancora relativamente basso. Le aspettative sui tassi rimangono invariate, le probabilità di vedere un taglio dei tassi tra due settimane rimangono alte, superiori al 90% così come quelle di vedere un ulteriore taglio a dicembre”.
Dietro le quinte del bilancio: un equilibrio delicato
La parte più tecnica del discorso di Powell — quella sul bilancio — è tutt’altro che secondaria per gli operatori finanziari. Durante la pandemia, la Fed ha inondato i mercati acquistando Treasury e mutui cartolarizzati (MBS), espandendo il proprio portafoglio fino a quasi 9.000 miliardi di dollari.
Dal 2022, il quantitative tightening ha invertito la rotta: ogni mese la banca centrale ha lasciato scadere titoli senza reinvestirli, drenando centinaia di miliardi di dollari di liquidità. Ora, però, qualcosa è cambiato. Powell ha ammesso che “stanno emergendo segnali di irrigidimento delle condizioni di liquidità”, un campanello d’allarme per il credito bancario.
Pur escludendo un ritorno ai livelli pre-pandemia — “non torneremo a un bilancio da 4.000 miliardi” — Powell sembra pronto a dichiarare “missione compiuta” sul fronte del drenaggio monetario.
Tensioni politiche e contabilità in rosso
Il presidente della Fed ha anche difeso la pratica di pagare interessi sulle riserve bancarie, nel mirino di alcuni esponenti repubblicani come il senatore Ted Cruz, che vorrebbero tagliare il meccanismo per ridurre le perdite della banca centrale.
Powell ha respinto l’idea come “un errore che ci priverebbe del controllo sui tassi a breve”.
Negli ultimi mesi la Fed ha registrato perdite contabili — frutto dell’aumento rapido dei tassi — che hanno interrotto i tradizionali trasferimenti di utili al Tesoro. Ma Powell ha garantito: “Il nostro reddito tornerà positivo presto, come è sempre avvenuto.”
L’America a un bivio
Sullo sfondo, la politica monetaria americana naviga in un contesto incerto: inflazione in rallentamento, occupazione in discesa, e uno shutdown federale che ostacola la pubblicazione dei dati economici.
Powell lo sa, e calibra ogni parola: “Non esiste un percorso privo di rischi tra i nostri obiettivi di inflazione e piena occupazione.”
Tradotto: la Fed cammina su un filo, con un occhio alla stabilità finanziaria e l’altro alla politica. Il messaggio finale è di continuità, non di rottura. La banca centrale non abbandona la prudenza, ma si prepara a chiudere la stagione della stretta. E per i mercati globali, abituati all’incertezza di questi anni, potrebbe essere già una buona notizia.