FED: cosa si aspettano i mercati per contrastare l’inflazione

25 Gennaio 2022, di Mariangela Tessa

Settimana chiave per i mercati, che attendono con ansia le indicazioni della Fed, che si riunirà mercoledì 26 gennaio. Quello in calendario questa settimana, sarà un “non evento” sul fronte dei tassi: le ultime dichiarazioni dei banchieri centrali, confermano la volontà di alzarli a marzo.

“Tuttavia sul mercato c’è anche chi si aspetta l’annuncio della conclusione immediata del QE (molto improbabile), chi parla di rialzo da 50 pb a marzo (avviso inverosimile) e di indizi su un inizio anticipato del quantitative tightening (da collocare in estate, forse a giugno)” dicono gli analisti di Mps Finance.

Dato per scontato un intervento restrittivo, “il nostro scenario di base è per quattro strette (monetarie) nei mesi di marzo, giugno, settembre e dicembre. Ma intravediamo il rischio che il Fomc decida di agire in senso restrittivo in ognuno dei meeting previsti, fino a quando il quadro dell’inflazione non cambierà”, ha scritto David Mericle, economista di Goldman Sachs, in una nota diramata qualche giorno fa.

“Quest’anno, potrebbero esserci sei o sette aumenti dei tassi d’interesse” ha fatto eco, l‘amministratore delegato di JPMorgan Chase, Jamie Dimon, commentando i dati della trimestrale della sua banca. Giorni fa, aveva detto che rimarrebbe “sorpreso se ci fossero solo quattro rialzi dei tassi d’interesse, quest’anno”.

I mercati scontano una prima stretta (al 95%), in occasione della riunione del Fomc di marzo: in quel caso, si tratterebbe del primo rialzo dei tassi dal dicembre del 2018. Stando ai dati CME, quattro strette monetarie in tutto il 2022 hanno al momento una chance superiore all’85%.

Fed sicura che potrà frenare l’inflazione, ma a che prezzo?

L’ipotesi di una FED prende le mosse dalla necessità di tenere a bada un’inflazione “bollente”.  A dicembre, i prezzi al consumo negli Stati Uniti sono aumentati dello 0,5% rispetto al mese precedente, contro attese per un +0,4%, e del 7% su base annuale, il maggior rialzo dal giugno 1982, come atteso. Il dato “core”, ovvero quello depurato dalla componente dei prezzi dei beni alimentari ed energetici, è cresciuto dello 0,6%, contro attese per un +0,5%, e del 5,5% su base annuale, il dato più alto dal febbraio 1991; le attese erano per un +5,4%.

La Federal Reserve, Jerome Powell, ha cercato di rassicurare i senatori statunitensi sul fatto che la Banca centrale potrà frenare l’aumento dei prezzi senza danneggiare l’economia.  Rassicurazioni che non sono bastate alla direttrice del Fondo monetario internazionale, Kristalina Georgieva, che ha avvertito che l’aumento dei tassi d’interesse da parte della Fed potrebbe “raffreddare” la già debole ripresa economica di alcuni Paesi. Per Georgieva, è “estremamente importante” che la Fed comunichi chiaramente i suoi piani di politica monetaria per evitare sorprese. Nella lista delle preoccupazioni, c’è da aggiungere il prezzo del petrolio, arrivato ai massimi dal 2014.

I mercati continuano  a perdere terreno. Dow Jones e S&P 500 si sono lasciati alle spalle la terza settimana consecutiva in calo, la peggiore dal 2020. Il Dow Jones ha ceduto 450,02 punti a 34.265,37 (-1,3%), per un -4,6% settimanale. Lo S&P 500 ha perso l’1,9% a 4.397,94 e ora e’ in calo di oltre l’8% dal suo recente record, con un -5,7% nell’ultima settimana. Minimo intraday dell’ultimo anno toccato dal Russell 2000, l’indice delle piccole e medie imprese, e calo settimanale peggiore dal giugno 2020. L’indice tech sta vivendo il peggior inizio d’anno dal 2008: il Nasdaq -7,6% in una settimana.