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Dopo la Bce è la volta della Fed. La prossima settimana, il 29 e 30 luglio 2025, la banca centrale Usa si riunirà per decidere le prossime mosse in materia di tassi di interesse. Un appuntamento particolarmente atteso, soprattutto alla luce delle crescenti pressioni da parte del presidente Donald Trump, che accusa il presidente della Jerome Powell, di mantenere i tassi troppo alti, frenando di fatto l’economia americana.
Nonostante ciò, secondo la maggior parte degli analisti, non ci sarà alcun taglio dei tassi nella riunione di mercoledì prossimo. Tuttavia, i mercati sono in allerta per cogliere qualsiasi segnale che possa anticipare un possibile allentamento della politica monetaria a partire da settembre.
La Fed mantiene la linea dell’attesa: pazienza prima di agire
La strategia della banca centrale americana resta quella del “wait and see” (attendere e osservare). I funzionari della Fed stanno valutando con attenzione gli effetti economici delle tariffe imposte dall’amministrazione Trump, in particolare sul commercio internazionale e sui prezzi al consumo.
Secondo Michael Gapen, capo economista USA di Morgan Stanley, Powell ribadirà nuovamente la necessità di mantenere un approccio prudente, sottolineando le “grandi incertezze” legate alle politiche commerciali.
Dal punto di vista macroeconomico, la situazione è ancora stabile: la crescita dell’occupazione a giugno ha continuato, seppur a ritmo ridotto, mentre l’inflazione, pur inferiore rispetto ai picchi post-pandemia, rimane sopra il target del 2%, alimentata in parte proprio dai dazi.
Tassi fermi per ora, ma il mercato scommette su settembre
Attualmente, il tasso di riferimento della Fed è compreso tra il 4,25% e il 4,5%, e secondo le proiezioni ufficiali potrebbe subire due tagli entro la fine del 2025. Ma per ora, Powell e i suoi colleghi restano alla finestra.
Tuttavia, i mercati finanziari iniziano a scommettere su un primo taglio già a settembre. Secondo lo strumento FedWatch del CME Group, c’è una probabilità del 62% che la Fed riduca i tassi tra due mesi, quando avrà a disposizione anche i dati completi sul mercato del lavoro di luglio e agosto.
Chi spinge per un taglio già da luglio
Non tutti all’interno della Fed sono però allineati. Alcuni membri del board iniziano a esprimere posizioni divergenti.
È il caso di Chris Waller, membro del Board of Governors e nome spesso citato come possibile sostituto di Powell su nomina di Trump. In un recente intervento, Waller ha spiegato perché sarebbe opportuno agire subito con un taglio dei tassi: l’economia, a suo avviso, mostra segnali di rallentamento nascosti dietro dati apparentemente positivi, come la crescita dell’occupazione privata che sta quasi stagnando.
Waller ritiene che attendere un deterioramento del mercato del lavoro prima di intervenire sarebbe un errore, e minimizza i timori legati all’inflazione causata dai dazi, definendola “transitoria”.
Chi invece predica cautela: l’inflazione resta un rischio
Dall’altra parte, altri membri della Fed continuano a sostenere un approccio più prudente. Il presidente della Fed di Atlanta, Raphael Bostic, ha sottolineato che l’inflazione, pur rientrata rispetto ai massimi post-pandemia, potrebbe radicarsi nelle aspettative dei consumatori e sfuggire al controllo nel medio periodo.
Bostic ha affermato che l’attuale stabilità dei prezzi potrebbe essere solo temporanea, con molte aziende che rimandano gli aumenti finché non avranno certezze sull’evoluzione dei dazi. Secondo lui, gli effetti dell’inflazione commerciale potrebbero durare anche un anno o più.
Verso una Fed più divisa? Possibili dissensi interni
Un altro elemento da monitorare è l’aumento delle divisioni interne alla Fed. Tradizionalmente, le decisioni vengono prese quasi sempre all’unanimità. Tuttavia, gli analisti di Bank of America prevedono che i dissensi interni potrebbero diventare più frequenti nei prossimi mesi.
In un contesto già teso, con Trump che continua ad attaccare Powell, una Fed sempre più spaccata potrebbe compromettere la sua immagine di istituzione indipendente e compatta.