Fca torna alla base: gli scenari che si aprono dopo Renault

6 Giugno 2019, di Alberto Battaglia

Il titolo Fiat Chrysler, dopo l’annunciato ritiro della proposta di fusione inviata a Renault, ha reagito con un brusco calo successivamente ridotto intorno allo 0,1%. Il prezzo attuale delle azioni Fca, 11,69 euro, resta al di sopra della chiusura di venerdì 24 maggio, che ha preceduto la proposta di nozze al concorrente francese (11,46 euro). Un niente di fatto che riporta il gruppo italo americano di fronte alla necessità di cercare nuove alleanze. Di fatto, dal punto di vista finanziario Fca può vantare una struttura solida, ma sotto il profilo tecnologico il gap con la concorrenza potrebbe presto invertire le sorti del costruttore. Basti ricordare che la Fiat 500 elettrica sarà disponibile solo a partire dal 2020 quando molti dei concorrenti sono ormai attrezzati da tempo sul fronte delle cittadine elettrificate. Il marchio Fiat non vedrà, poi, alcuna erede nel segmento B, un tempo cavallo di battaglia del marchio con Uno e Punto.

Per il 2019, in generale, mancano nuovi modelli da sottoporre all’attenzione della stampa e della clientela. E ancora, le vendite di Alfa Romeo e Jeep – i due brand che Marchionne riteneva cruciali, stanno sperimentando un inizio anno quantomai difficile. Il Biscione, solo in Italia, ha ceduto circa la metà delle vendite da gennaio a maggio passando da 23.629 a 11.846 vetture consegnate. Negli Usa l’altro grosso nome del gruppo, Jeep, aveva perso nei primi tre mesi dell’anno il 7% delle vendite. Per questo i nuovi investimenti necessari potrebbero essere coadiuvati da una nuova fusione in grado di sfruttare sinergie ed economie di scala.

Il nome più ovvio, nell’ambito di una nuova alleanza è quello già più volte evocato di Psa (Peugeot). Secondo Equita sim, però, le dinamiche che hanno portato al fallimento della trattativa Renault potrebbero riprodursi anche con Psa: “Riteniamo improbabile che possa proporsi Psa in quanto lo scoglio politico francese si ripresenterebbe”. Difficile immaginare uno stato francese meno presente al tavolo, visto che anche nel caso di Psa detiene, con il 14,1%, la quota di maggioranza relativa in condizioni di parità con la famiglia Peugeot e Dongfeng Motor.

Secondo Equita, poi “restano sullo sfondo Hyundai e General Motors”.

Un’altra possibilità è che il ritiro della proposta da parte di Fca a Renault sia una mossa tattica per ammorbidire le richieste del governo francese. Non esclude questo scenario Banca Akros: “Non sappiamo se il ritiro di Fca  sia tattico o definitivo; a questo punto, ci aspetteremmo che il governo francese dica qualcosa/faccia qualche concessione, considerando che l’offerta di fusione rappresenta una prospettiva interessante anche per Renault  e che il dialogo con i partner giapponesi sembra essersi fermato”.

Va infatti ricordato che il rapporto di fusione paritetica mostrava, sotto il profilo degli interessi degli azionisti, più vantaggi a Renault che a Fca. Questo spiega anche il maggior contraccolpo subito oggi dal titolo Renault, in calo del 7%.  Fca, ha scritto Assiteca Sim, gode di “maggior solidità finanziaria, multipli in termini di fatturato, margine operativo e utile decisamente più ‘economici’ rispetto a Renault”.

“Forti di una posizione privilegiata in termini di solidità patrimoniale e reddituale oltre che di multipli di borsa tra i migliori in assoluto tra i top player”, ha proseguito Assiteca, Fca può ora “serenamente a esplorare nuove potenziali alleanze per coronare il sogno di Sergio Marchionne”.

Nell’immediato, comunque, l’accordo sfumato non può che essere una brutta notizia anche per Fca. Secondo gli analisti di Mediobanca non c’è “alcun catalizzatore importante per giustificare una rivalutazione dell’azione. I risultati del primo trimestre 2019 erano piuttosto deboli, con un ebit in calo del 29% anno su anno. Prevediamo che Fca  riduca l’ebit di circa 600 milioni di euro nel primo semestre di quest’anno, con una possibilità limitata di recuperare tale importo nel secondo semestre. Inoltre, la guidance sui costi a 1,8 miliardi nei prossimi tre anni rappresenta un grande rischio di revisione delle stime del consenso”.

Si torna alla base, dunque, ma la speranza è che sia solo una sosta temporanea.