Euro ha ucciso potere d’acquisto del ceto medio italiano

25 Novembre 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Uno studio sulla capacità di spesa nell’area euro dimostra come la macchina prosciugatrice europea alimentata dall’ortodossia monetaria della Germania abbia impoverito i paesi del sud Europa ed in particolar modo ammazzato il ceto medio italiano.

L’effetto trascinamento del cambio lira-euro entrato in vigore dal primo gennaio 2002 (1.000 lire= 1 euro), con lo sciagurato tasso di cambio fissato a 1.936,27 lire ad euro (invece di un giusto tasso di 1.300 lire max per 1 euro), ha svuotato le tasche delle famiglie italiane, al ritmo di 1.100 euro l’anno di rincari speculati, per un conto finale superiore a 11.000 euro pro-capite nell’ultimo decennio.

Dall’ingresso nell’euro, si legge nel comunicato di Adusbef, si è registrata una perdita del potere di acquisto, che anche le statistiche ufficiali sono costrette a riconoscere, pari a 11.054 euro per ogni famiglia (24 milioni), con un vero e proprio trasferimento di ricchezza stimato in 265,3 miliardi di euro, dalle tasche dei consumatori a quelle di coloro che hanno avuto la possibilità di determinare prezzi e tariffe, al riparo dai dovuti controlli delle inutili, forse contigue, autorità di settore.

Adusbef e Federconsumatori hanno già divulgato gli aumenti sconsiderati da ‘changeover’, avvenuti con la complicità dei governi, con la lista di cento prodotti con il prezzo fissato nel dicembre 2001, ultimi giorni di vita della lira, come ad es. la penna a sfera aumentata del + 207,7%, seguita dal tramezzino (+198,7%) e dal cono gelato con (+159,7%), la confezione di caffè da 250 grammi (+136,5%), il supplì (+123,9%), un chilo di biscotti frollini (+113,3%), la giocata minima del lotto (+ 97,8%), aumenti vertiginosi su prodotti di largo consumo che hanno svuotato e saccheggiato le tasche delle famiglie, con un costo complessivo stimato in 11.054 euro pro-capite.

Gli osservatori delle associazioni a tutela dei consumatori hanno rilevato anche l’aumento dei costi delle abitazioni, problema gigantesco per le famiglie italiane, sia per acquisto che per l’affitto e per il costo mensile complessivo, registrando 25 anni di stipendio nel 2012 per acquistare un appartamento di 90 metri quadri che nel 2001 ne costava 15 anni di stipendio medio, a conferma di un aumento vertiginoso dei prezzi e conseguente crollo del mercato immobiliare.

Il crollo dei consumi e le sofferenze economiche degli italiani, che ha colpito anche il ceto medio ed i redditi che potevano essere definiti dei “benestanti” nel 2001,è dimostrato inconfutabilmente dallo studio Adusbef sulla capacità di spesa (Cds), pari in Italia a 119 nel 2001,tra le più elevate dei paesi europei superata da Inghilterra (120); Svezia (123); Belgio (124); Austria (126); Danimarca (128); Olanda ed Irlanda (134); Lussemburgo (235); più elevata di Francia; Germania e Finlandia (116). Nel 2012, l’Italia (-16,8%) guida la classifica negativa della capacità di spesa (Cds) ridotta di 20 punti ed attestata a 99; al secondo posto la Grecia (-13,8% la Cds che passa da 87 a 75); al terzo il Regno Unito (-8,3% con la Cds a 110; al quarto il Portogallo – 7,4% che si attesta a 75; al quinto la Francia -6,9% con la Cds a 108; al sesto il Belgio a 119; mentre Austria (131); Germania (122); Svezia (129) e Lussemburgo (272) aumentano la capacità di spesa.

Ora che la crisi economica ha accentuato la débacle dei consumi, che potranno scendere fino al 9,1% nel 2013, Adusbef e Federconsumatori propongono la loro ricetta per “restituire potere di acquisto alle famiglie dissanguate”.

1) la sterilizzazione totale di prezzi e tariffe per almeno 12 mesi;

2) il ravvedimento operoso sull’Iva ripristinando l’aliquota del 21%, in linea con la media Ue pari al 20,9%, tassa sui poveri che renderà ancora più acuta la stagnazione e ridurrà il gettito;

3) la riforma delle distratte autorità vigilanti, che invece di contrastare monopoli, oligopoli e cartelli bancari, assicurativi, elettrici e del gas, ci sono andati a braccetto;

4) l’impegno ad aumentare la concorrenza specie nel settore bancario ed assicurativo; il rafforzamento della legge sulla class action, che con il ‘danno punitivo’ può contrastare i predatori delle famiglie;

5) un taglio drastico del 10% della spesa pubblica, per finanziare gli investimenti e ridurre il debito pubblico di almeno 20 miliardi l’anno.