Eni, Morte Mattei: furono agenti segreti francesi con placet CIA?

20 Marzo 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – E’ uno dei casi irrisolti piu’ rappresentativi dell’Italia degli Anni 60. Un omicidio camuffato da incidente aereo su cui si e’ scritto e discusso di tutto e che vede protagonisti agenzie di spionaggio e mafia, attori di una corruzione consumata ai piu’ alti piani politici. Ora un’inchiesta appena pubblicata ne svela nuovi risvolti, tentando di rispondere a una domanda che rimane senza replica da oltre 50 anni: chi ha messo quella bomba da 150 grammi di tritolo?

La morte di Enrico Mattei, presidente e fondatore dell’Eni non e’ solo un episodio come i tanti della storia italiana rimasti avvolti nel mistero della sua epoca. Inserito nel quadro delle strategie e trattative di stampo terrorista caratteristiche della Guerra Fredda e di quella fase storica che fece da apripista agli Anni di Piombo, se spiegato consentirebbe di ricostruire tutta una serie di scenari del quadro geopolitico confuso di allora, intreccio di complotti, attentati, mandanti ignoti, collaborazioni interstatali e manovre nell’ombra.

Il libro indagine intitolato Uomini Soli: Enrico Mattei e Mauro De Mauro tenta di rivelare le verita’ nascoste sulla scomparsa improvvisa dell’ex presidente e fondatore dell’Eni. La ricerca si basa sulla consultazione di dossier americani, fonti giudiziarie e dichiarazioni di ex componenti dei servizi segreti. Nel report sono citati anche atti di indagine.

“Fino al 1962 – spiega Di Salvo in un colloquio telefonico con Wall Street Italia – la vicenda non si poteva ricostruire, ma dopo il 2000 grazie alle inchieste del giornalista De Mauro e agli atti processuali di quell’anno sulla sua morte (e la sentenza del 2012) emergono con chiarezza alcuni tasselli da cui è stato possibile ricercare nuove fonti e riscontri”. Il puzzle incomincia a prendere forma.

Siamo negli Anni 60 e tra i protagonisti della storia troviamo servizi segreti internazionali, cosche mafiose e politici di alto profilo, che grazie a operazioni di insabbiamento e depistaggio non hanno mai dovuto rispondere davanti alla giustizia. Dopo oltre 50 anni le cause esatte dello schianto vicino all’aeroporto di Linate del jet privato non sono state chiarite dalla magistratura.

All’epoca, il manager piu’ rappresentativo di una generazione di dirigenti che cambiarono l’Italia – facilitandone la trasformazione da un’economia prevalentemente agricola nel Dopoguerra a un’industria sviluppata nel secondario – si era creato non pochi nemici scomodi. Questo fattore, unito al complicato contesto di tensioni internazionali tipiche della Guerra Fredda, ha reso ancora piu’ difficile la ricostruzione credibile della vicenda.

Per capire meglio quei fatti, bisogna inquadrarli nella cornice storico-politica di quegli anni. Mattei, ex partigiano, e’ stato il leader di una generazione di manager pubblici che nel Dopoguerra rilancio’ l’Italia, contribuendo all’industrializzazione del paese. Quella classe venne poi sostituita da dirigenti di calibro oggettivamente inferiore, che ricordiamo ancora oggi per una serie di mega-opere pubbliche estremamente dispendiose per lo Stato, le famigerate “Cattedrali nel Deserto”, che hanno gradualmente portato all’esaurimento del boom economico.
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L’aereo I-Sap (questo il suo nome in codice) – scrive il pubblico ministero di Pavia Vincenzo Calìa nel 1994, precipito’ a causa di “un’esplosione limitata, non distruttiva”, occorsa all’interno del velivolo. Il magistrato fa intendere che Mattei venne tradito dalle istituzioni italiane e da soggetti interni all’azienda che guidava e che avrebbero ottenuto vantaggi dalla sua scomparsa.

“L’imponente attivita’ di preparazione ed esecuzione del delitto, e poi per disinformare e depistare, non puo’ essere ascritta esclusivamente a gruppi criminali, mafiosi, economici, italiani e stranieri, a sette (o singole) sorelle o servizi segreti di altri paesi, se non con l’appoggio o la fattiva collaborazione di persone e strutture profondamente radicate nelle nostre istituzioni e nello stesso Ente di Stato petrolifero, che hanno conseguito ordini o consigli, deliberato autonomamente o con il consenso e il sostegno di interessi coincidenti, ma che, comunque, dal quel delitto hanno conseguito diretti vantaggi“. Le indagini di Pavia scaturirono dalle rivelazioni di Tommaso Buscetta e di un pentito della “Stidda” di Gela, Gaetano Iannì.

Mentre svolgeva una ricerca sui 3 miliardi di finanziamenti pubblici Usa ai progetti per la cosiddetta guerra digitale, in particolare legati a fondazioni e grosse aziende per l’esportazione della democrazia digitale, Di Salvo si e’ imbattuto in una serie di collegamenti con alcuni personaggi protagonisti della Guerra Fredda. In mesi di riscontri e verifiche incrociate è emerso uno scenario più complesso ed articolato rispetto a quanto sinora ricostruito nelle aule giudiziarie.

A compiere fisicamente l’attentato sarebbero stati agenti della Oas, passati in quegli anni attraverso alterne vicende, nell’inquadramento complessivo di quella struttura che oggi conosciamo come “NATO Stay Behind” e la cui diramazione italiana sarà nota come GLADIO. E’ il nome in codice di una struttura paramilitare segreta promossa durante la guerra fredda dalla NATO per contrastare un eventuale attacco delle forze del Patto di Varsavia ai Paesi dell’Europa occidentale.

Perche’ loro? Innanzitutto per la loro competenza. Il sabotatore, ad esempio, spiega Di Salvo, risulta essere lo stesso ingegnere che in Florida per conto della CIA ha addestrato emigrati cubani nel compiere attentati di simile natura (tra questi possiamo dedurre quello compiuto contro l’allora ministro della Difesa di Cuba Camilo Cienfuegos).

Ad una attenta lettura dell’inchiesta pubblicata da Di Salvo emergono chiaramente i riscontri, come se fossero stati visionati direttamente documenti incrociati sia di provenienza USA sia Francese, anche se lo stesso non ne conferma la natura ed il lvello, che appare comunque decisamente molto alto. Il quadro complessivo è comunque di un’operazione di raggio decisamente più ampio, il che viene lasciato intuire chiaramente nelle pagine del libro.

L’operazione sarebbe stata strutturata lungo filoni che si trovano nella morte di Mauro De Mauro – ecco spiegato il titolo dell’ebook – giornalista di Palermo rapito dalla Mafia e il cui corpo non e’ mai piu’ stato ritrovato. Addirittura durante il processo un pentito ha dichiarato che i cugini Salvo erano stati incaricati di pedinare Mattei. Nessuno tuttavia, racconta l’editore e scrittore napoletano, ha voluto aprire un fascicolo a riguardo.

E’ proprio il caso De Mauro – che da giornalista investigativo di razza quale era fece scomodi riscontri e parlo’ con una serie di fonti non solo vicine a Cosa Nostra, ma anche legate al suo passato ed alla sua storia personale – il collante di tutta la storia

Siamo nel 1970 ed era impensabile per De Mauro che i servizi segreti potessero agire in territorio italiano. Avevano bisogno dell’avallo e sostegno logistico di chi aveva il potere nella regione. Quando De Mauro incomincia a chiedere informazioni sulla plausibilita’ di una serie di operazioni la sua posizione si fa critica. I documenti segreti diventano un’arma di ricatto micidiale

Bisogna ricordare che ai tempi esistevano campi di esercitazione segreti dell’Oas, più o meno direttamente (all’epoca dei fatti) finanziati dalla CIA, in cui estremisti di destra venivano addestrati in ottica anti comunista. E che identificarono evidentemente in Mattei uno dei finanziatori della fine del sogno imperialista francese in Algeria. “La CIA era ben consapevole che qualora fossero stati scoperti come francesi, questo avrebbe fatto cadere la presidenza De Gaulle“, osserva Di Salvo. 

E’ impossibile dare un nome all’attentatore o agli attentatori, almeno sino a quando non verrà desecretato da parte francese il fascicolo che rivela l’identità dell’“agente Laurent”, ma attraverso una serie di riscontri incrociati emerge uno scenario inquietante, in cui la CIA avrebbe razionalizzato tutta una serie di operazioni in Europa creando quella che poi sarebbe diventata la GLADIO, e che questa struttura serviva, prima ed oltre che in funzione anticomunista, in chiave destabilizzante dei governi democratici europei, per scongiurare qualsiasi “indipendenza politico-economica” rispetto agli Stati Uniti.

Il processo di Pavia si chiuse nel 2005: 200 pagine di ordinanza nella quale viene alla luce di tutto e in cui si da’ per scontato l’attentato (“omicidio doloso”). Ci sono le prove, secondo i magistrati, non solo gli indizi. Improvvisamente nelle carte si arriva tuttavia a un punto morto. Una svolta improvvisa della linea processuale nelle ultime righe, dove si legge che dal momento che non ci sono reati facilmente riscontrabili, va richiesta l’archiviazione. “E’ un po’ come se fosse stato cambiato il finale”, fa notare l’autore, studioso di storia contemporanea. 

“Quelli che un domani diventeranno i capofila della corrente andreottiana in Sicilia, tra cui i cugini Salvo, ebbero l’incarico di pedinare Mattei”. Dopo 10 anni riceveranno la concessione per le esattorie regionali con l’aggiunta di una maxi tangente da circa 70 miliardi che venne raccolta proprio dalla persona che a Palermo era un Senatore della Democrazia Cristiana e che aveva gestito in qualche maniera gestito tutta la vicenda Mattei. 

Chiave fu il ruolo di Graziano Verzotto, il quale casualmente, quando verrà coinvolto nella vicenda Sindona, sarà latitante proprio a Parigi. Un uomo che lo stesso Sisde evidenziò come collaboratore stretto dei servizi francesi.

Tommaso Buscetta riferi’ ai magistrati che la bomba sull’aereo dove perse la vita Mattei era stata messa dal boss Di Cristina, di cui il presidente dell’Ems Verzotto era stato testimone di nozze. In realta’ potrebbe realisticamente aver procurato al massimo l’espolosivo necessario, secondo la ricostruzione dell’inchiesta. “Appare piu’ probabile che la ricostruzione della partecipazione delle Cosche sia stata creata ad hoc dai servizi segreti francesi”, dice Di Salvo.

Appare improbabile, infatti, che i due esecutori materiali, ossia due contadini uno dei quali Di Cristina, per le loro basse competenze in materia avessero potuto agire con tale minuzia. Il ruolo dei locali e’ stato determinante, ma secondo la ricostruzione Di Salvo – e quella dell’incipit della procura di Pavia – non sono loro gli attentatori.

Ma allora come fecero i tre agenti francesi ad operare? Arrivati a Catania avevano bisogno di un tacito appoggio delle Cosche locali. A cui fecero anche pedinare Mattei.

Se cosi’ ando’, si dovrebbe riscrivere l’intera sceneggiatura dei tempi della GLADIO e rivedere in una chiave nuova tutta una serie di rapporti, inediti rispetto a come li conosciamo ora. Ad esempio le relazioni segrete tra Usa, Francia e Italia, cosi’ come le manovre degli ambienti dell’estrema destra dei servizi segreti francesi. Stesso discorso per l’episodio che vede i servizi di Roma dare l’input per interrompere le indagini sulla scomparsa di De Mauro. Fino ad arrivare all’omicidio Sindona e le operazioni di riciclaggio di denaro. Tutti punti del resto ripresi in questa inchiesta.

Come le personalita’ brillanti sanno fare, Mattei fu in grado di catalizzare l’attenzione su di se’ come pochi. Per far crescere il proprio paese era disposto a tutto. Anche a farsi tanti nemici. Ad esempio, al cartello delle “Sette Sorelle” – espressione coniata dallo stesso manager italiano per identificare le maggiori compagnie petrolifere per fatturato (cinque Usa, due britanniche) – non andava giu’ l’idea di dover condividere parte dei profitti con i paesi detentori delle risorse petrolifere.

Oltre alle grandi imprese che temevano la nascita di un nuovo ente petrolifero statale, tanti piccoli giuda preoccupati dallo strapotere di Mattei si annidavano in seno alla DC. “Li vedi questi che ti salutano e ti sorridono?”, disse a un certo punto Alcide De Gasperi al presidente di Eni all’uscita di un consesso di grandi capi del partito di centro, secondo la ricostruzione della fiction Rai. “E’ tutto teatro: meta’ di loro ha chiesto la tua testa”.

Mattei fu un politico, un imprenditore, un dirigente pubblico, ma soprattutto un innovatore. Sostenere che sia stato un incidente del pilota, Irnerio Bertuzzi – conclusione a cui arrivo’ con soprendente celerita’ la commissione d’inchiesta istituita dall’allora ministro della Difesa Giulio Andreotti – e’ un’offesa in primo luogo contro quel gigante che era Mattei e contro i suoi familiari, ma anche contro la storia d’Italia. Ecco perche’ e’ quanto meno doveroso cercare di chiarire i tanti punti oscuri dell’intricata e tuttora misteriosa vicenda in cui ha perso la vita uno degli artefici della rinascita italiana degli Anni 60.