Elezioni Usa: è il giorno del voto, si rischia stallo come nel 2000

3 Novembre 2020, di Mariangela Tessa

Dopo una lunga campagna elettorale, segnata dall’emergenza coronavirus, oggi martedì 3 novembre è il giorno delle elezioni del presidente Usa. Difficile dire con certezza chi, tra Donald Trump e Joe Biden, sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti. Quello che è appare certo è che, mai come quest’anno, tanti elettori sono corsi alle urne per votare in anticipo: circa 100 milioni, secondo gli ultimi dati.

Si rischia una replica del 2000

Sebbene i sondaggi abbiano costantemente mostrato il democratico Biden in vantaggio su Trump, la storia delle Presidenziali Usa dimostra la difficoltà di sconfiggere i presidenti in carica.
Non solo. Vale la pena ricordare che Hillary Clinton aveva vinto il voto nazionale alle ultime elezioni, ma aveva poi incassato una netta sconfitta con il voto basato sui collegi elettorali.

Come fa notare, Randeep Somel, equities fund manager, M&G Investments:

“Negli ultimi 44 anni, infatti, soltanto due presidenti (Jimmy Carter nel 1980 e George H.W. Bush nel 1992) non sono riusciti a farsi rieleggere. È interessante notare che, in entrambi i casi, lo stato di paralisi dell’economia nel periodo delle elezioni è stato visto come il fattore più determinante delle loro sconfitte. L’economia statunitense non è esattamente in salute oggi, ma si è osservato un certo miglioramento. Secondo i sondaggi degli ultimi mesi, gli americani sembrano fidarsi più dell’approccio di Trump alla gestione dell’economia rispetto a quello di Biden, e questo è significativo – seppure un sondaggio più recente suggerisca che gli elettori statunitensi stiano iniziando a opporsi alle politiche economiche di Trump.

Il risultato dipenderà probabilmente da sei stati chiave: Florida, Arizona, Pennsylvania, Michigan, Wisconsin e Minnesota. Trump dovrà mantenere il controllo di Florida e Arizona per essere rieletto. Se riuscirà a mantenerli dalla sua, allora dovrà soltanto vincere in uno degli altri per rimanere alla Casa Bianca. Le elezioni sono vicinissime ma l’epilogo non è scontato.
È vero che Biden gode di una certa popolarità, ma non abbastanza alta in questa fase da farci capire chiaramente se potrebbe vincere o meno. Allo stesso modo, la differenza in questi “swing state” non è tanto significativa da permetterci di supporre al momento che Biden avrà sicuramente successo.

La più grande preoccupazione è quella di svegliarci il 4 novembre e scoprire che non c’è un vincitore ufficiale, il che significa che il processo si potrebbe protrarre per molto tempo e finire alla Corte Suprema. È quello che è accaduto nel 2000, quando il duello Bush-Gore ha portato a un riconteggio in Florida, seguito da settimane di incertezza successive al giorno delle elezioni.
Nel mese di novembre, mentre la nazione attendeva in un limbo, l’indice S&P 500 è sceso dell’8% e si è ripreso solo dopo che la Corte Suprema ha votato a favore di George W. Bush, con Al Gore che è poi uscito di scena a metà dicembre di quell’anno. Dato l’aumento dei voti via posta che richiedono più tempo per essere conteggiati, di quest’anno è possibile una “replica” di quanto visto nel 2000.

Del resto, il prossimo presidente deciderà quale direzione dovrà prendere la più grande economia del mondo, e l’esito potrebbe anche avere un grande impatto sull’approccio del Paese al tema del cambiamento climatico. Trump intende ritirarsi dall’accordo di Parigi delle Nazioni Unite, mentre una vittoria democratica vedrà quasi certamente gli Stati Uniti rimanere firmatari, con l’obiettivo di azzerare le emissioni nette di CO2 entro il 2050. Biden ha annunciato un piano climatico che prevede la spesa di 2.000 miliardi di dollari in quattro anni per aumentare in modo sostanziale l’uso di energia pulita nei settori dei trasporti, dell’elettricità e dell’edilizia. La proposta è volta a stimolare la crescita economica e a rafforzare le infrastrutture, affrontando al contempo il problema del cambiamento climatico”.

Impatto delle elezioni Usa sull’economia e sui mercati

Secondo Jim Leaviss, CIO del Public Fixed Income Team di M&G Investments:

“Una vittoria di Biden porterebbe a una spesa fiscale significativamente più elevata e il bilancio di tale spesa sarebbe a favore di aree con “moltiplicatori fiscali” (vale a dire l’impatto sul PIL derivante da cambiamenti nella spesa pubblica) più consistenti. Trump ha invocato tagli fiscali per le imprese e le fasce più abbienti, ma questo approccio sarebbe molto meno incisivo per l’economia. In generale, se si concedono sgravi fiscali alle classi più benestanti, queste risparmieranno la maggior parte del ricavato. Invece, quando un individuo con un basso reddito ha qualche soldo in più in tasca, è molto più probabile che lo spenda – e quel denaro entra nel circuito economico. I moltiplicatori fiscali sarebbero quindi molto più forti con Biden che con Trump.

Al momento, il mercato pensa che sia improbabile vedere il primo aumento dei tassi da parte della Fed prima del 2024/25 circa, ma secondo alcune ricerche una vittoria di Biden e una politica di stimoli fiscali potrebbe far sì che la Fed lo anticipi di un paio d’anni, il che manterrebbe sostenuti i tassi a lungo termine.

In definitiva, difficilmente vedremo rendimenti obbligazionari sostanzialmente più elevati, dato che le prospettive inflazionistiche sono ancora incredibilmente deboli (e lo stesso vale per l’outlook sulla crescita rispetto ai tassi di crescita potenziale). Tuttavia, il mondo deve preoccuparsi del mercato del lavoro.
Non vogliamo una riduzione della forza lavoro e, anche se le economie si riprendessero, molte persone faranno fatica a trovare di nuovo un impiego.
Ci troviamo in un contesto in cui le banche centrali e i governi non saranno disposti ad aumentare in modo significativo i tassi d’ora in poi, anche se è lì che il mercato sarebbe voluto andare. Man mano che diventa più probabile una vittoria di Biden, le curve dei rendimenti diventano più ripide in previsione di ulteriori stimoli fiscali, che potrebbero benissimo essere inflazionistici.

Il risultato peggiore per il dollaro, i mercati obbligazionari e gli asset rischiosi sarebbe se Trump perdesse le elezioni ma si rifiutasse di farsi da parte. Tutto quello che potrebbe mettere in discussione la sacralità della legge democratica occidentale sarebbe problematico, impattando negativamente sul dollaro, così come sul mercato obbligazionario primario, sul mercato azionario e sul mercato valutario”.