Economist elegge il “Paese dell’anno” per il 2018

19 Dicembre 2018, di Alberto Battaglia

La storia più recente ha mostrato che essere incoronati dall’Economist come “Paese dell’anno”, un riconoscimento assegnato alla nazione che ha visto il maggior progresso economico o sociale, può anche portare sfortuna. L’anno scorso le lodi andarono alla Francia, premiata per aver respinto il populismo di Marine Le Pen ed eletto il potenziale “salvatore d’Europa”, Emmanuel Macron. Un anno dopo l’alloro della rivista britannica, i gilet gialli hanno segnato il punto più basso del declino che il presidente francese ha riscontrato molto presto nei consensi. In una certa misura, il populismo può perdere alle elezioni, ma ciò, di per sé, non cancella le condizioni economico-sociali che lo alimentano. E Macron, dal canto suo non ha dato risposte sufficienti a quella realtà.

 
Ancor più drammatici si sono rivelati gli sviluppi per il vincitore del 2015, la Birmania, che non molti mesi più tardi ha attirato l’attenzione di tutto il mondo per i, genocidio dei Rohingya, fuggiti in massa (si parla di almeno 720mila persone) verso il vicino Bangladesh. Una definizione, quella del genocidio, che non è arbitraria, bensì quella riconosciuta dal Tribunale internazionale permanente dei popoli.

 

Quest’anno l’Economist ha accarezzato l’idea di eleggere il proprio Paese, il Regno Unito, per offrire un monito sul fatto che rovinare politicamente una nazione è un compito dannatamente facile. “Persino un paese ricco, pacifico e apparentemente stabile può incendiare distrattamente le sue disposizioni costituzionali senza alcun serio piano su come sostituirle”, ha scritto il newspaper sul caso Brexit. Nonostante questo, il miglior esempio di progresso nel 2018 non proviene da Londra, ma da un Paese assai più piccolo e dalla storia travagliata l’Armenia. Un esempio, scrive l’Economist, di come in  rari casi anche le autocrazie possano svanire pacificamente.

 

“Il presidente, Serzh Sargsyan, ha cercato eludere i limiti di tempo del mandato trasformandosi in un primo ministro esecutivo. Le strade sono scoppiate in segno di protesta”, ha sintetizzato la rivista, “Nikol Pashinyan, un ex giornalista carismatico e barbuto, è stato trascinato al potere, legalmente e correttamente, in un’ondata di repulsione contro la corruzione e l’incompetenza”. Ed è così che un sostenitore di Putin, chiosa il giornale, è stato espulso senza che nessuno si sia fatto male. Non resta che sperare che, questa volta, alle lodi non seguano inaspettate sfortune.