E’ tempo di una primavera cinese? In crisi il regime. Ma nessuno ne parla

24 Gennaio 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Mentre i media mondiali sono tutti concentrati sulla crisi economica europea ed americana, il regime pseudo-comunista cinese si avvia contemporaneamente ad un baratro politico, economico e sociale.

Uno dei segnali più preoccupanti è l’indice di Gini, che misura la diseguaglianza economica che in Cina da due anni si attesta ben sopra dello 0,6, quando la soglia internazionale di allarme è posta a 0,4. Un indice Gini così elevato vuol dire che le probabilità di scontri sociali sempre più forti sono in aumento e secondo alcuni studiosi americani, per il 2013 potrebbe arrivare fino a 0,7, una rarità.

Questi dati provengono da ricerche indipendenti, perché il regime cinese non pubblica questo dato dal 2001, probabilmente perché è più alto di quanto si possa pensare. Nel 2012 si parla di ben 200.000 rivolte, tutte per le più passate nel silenzio dal regime cinese e anche dai nostri media, che evitano sempre di parlare eccessivamente male della potenza asiatica.

E’ notizia di ieri la maxi rivolta scoppiata nella provincia dello Hubei, per la morte di una donna incinta all’ospedale. La gente è scesa in piazza perché l’ospedale si è rifiutato di dare spiegazioni e la polizia ha reagito picchiando violentemente tutte le persone che aveva a tiro. Ormai le rivolte e gli scioperi in Cina sono all’ordine del giorno, perché la popolazione non ne può più di essere governata da uno dei regimi più ipocriti, corrotti e tirannici che siano mai esistiti.

Oltre al baratro sociale ed economico dovuto alle pessime condizioni della popolazione e alla corruzione del sistema cinese, contemporaneamente si sta sviluppando una sempre più estesa rivolta politica. Recentemente il giornale cinese Southern Weekly si è ribellato alla censura del ministro Tuo Zhen e ha ottenuto la solidarietà di molti intellettuali, giornalisti e del popolo cinese stesso; ora punta alle dimissioni dello stesso ministro e a una maggiore libertà di stampa. Il fatto che il regime sembra intenzionato a concedere queste richieste, vuol dire che inizia a dubitare del suo controllo e le prime crepe iniziano ad allargarsi sempre di più.

Nonostante la crescita economica, in Cina la disoccupazione aumenta, l’inflazione sale e il divario sociale cresce sempre più e la voglia di libertà delle masse rurali e operaie si fa sempre più pressante. Inoltre a questo si deve sommare anche la continua insurrezione dei Tibetani contro il sordo dominio cinese, la voglia di indipendenza della città stato di Hong Kong e le rivolte sul confine birmano. Inoltre c’è Weibo, il Twitter cinese, dove sono presenti almeno trecento milioni di utenti e dove i messaggi di libertà e un’informazione indipendente stanno ormai raggiungendo ogni angolo del gigante estremo orientale.

La mia speranza è che possa iniziare una primavera cinese, che spazzi via anche con la violenza una classe dirigente di uno stato che merita solo di chiamarsi tirannia. E non sono parole troppo dure. Parliamo di un regime che durante Mao provocò, secondo alcune stime, fino a 70 milioni di morti.

Parliamo di un regime che tutt’oggi espropria le terre dei contadini, per regalarle alle imprese straniere che poi inquinano selvaggiamente i fiumi circostanti e le falde acquifere. Parliamo di un regime dove negli ultimi dieci anni almeno 50 milioni di persone sono state almeno una volta in un Laogai, i vergognosi campi di lavori forzati, il principale strumento di terrore del regime.

Uno stato che è riuscito a tradire completamente gli ideali comunisti e ha creato un mostro prendendo i lati peggiori del capitalismo dell’800 (sfruttamento dei lavoratori, nessun rispetto per l’ambiente, diseguaglianza sociale) e i lati peggiori del comunismo (dispotismo, corruzione e mancanza di libertà).

E’ incredibile l’indifferenza dei media e la connivenza della nostra classe politica ed industriale verso un regime dove i lavoratori lavorano in media 12-14 ore al giorno, dove spesso gli straordinari non vengono retribuiti con la scusa della produttività, dove c’è una domenica ogni due settimane, dove viene lavato il cervello per aumentare la fedeltà all’azienda, dove i capi possono picchiare i lavoratori e se finiscono all’ospedale devono pagarsi pure le spese mediche, dove lo sfruttamento minorile è la regola, dove l’ambiente continua ad essere devastato ed avvelenato, dove i contadini sono privati dell’istruzione e non hanno alcun diritto sulle loro terre, dove il rispetto delle norme di sicurezza non esiste.

Caso emblematico sono le lettere di aiuto dai campi di lavori cinese recentemente arrivata in Canada e in Austria, attraverso prodotti made in China. Posso raccontare anche una vicenda di cui sono venuto a conoscenza personalmente: il datore di lavoro di un mio amico ha un’industria di detergenti e spesso viaggia per lavoro anche in Cina; questo signore ha raccontato che un giorno ha visto una grande vasca dove dentro c’era un additivo cancerogeno e dentro questa vasca erano immersi dentro, senza alcuna protezione, dei bambini incaricati a raccogliere con dei retini i granuli che si formavano.

La denuncia verso questo regime tirannico dovrebbe essere quotidiana, invece i nostri politici e i nostri media sono complici solo per questioni economiche.
In Cina si è andati oltre la schiavitù, perché nella schiavitù sai che sei schiavo del tuo oppressore, invece in Cina si è resi schiavi da un sistema politico che avrebbe dovuto migliorare le condizioni dei lavoratori e che invece sono diventati miseri ingranaggi dello smodato arricchimento delle multinazionali straniere e della classe politica cinese.

In conclusione, il nocciolo delle crisi economiche, sociali e politiche in Cina sta per fondersi in un’unica grave crisi per il regime, vedremo se il nuovo presidente Xi Jinping sarà all’altezza della situazione oppure farà sfociare il malcontento interno verso nemici esterni come il Giappone, Taiwan, le Filippine e gli Stati Uniti.

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