E se tornasse la stagione delle privatizzazioni

12 Agosto 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Se vendere i gioielli di famiglia non va bene e non risolve, fa gridare al complotto e non guarisce la finanza pubblica dal suo male oscuro, l’enorme debito pubblico. Ma non è corretto neanche restare inerti, mentre quei gioielli si riducono, nel confronto globale, a dei gioiellini.

L’uscita improvvisata, e poi rettificata, del ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni sulla possibilità che lo Stato alleggerisca le sue partecipazioni nelle industrie a controllo pubblico è probabilmente improvvida, se la si valuta solo sotto il profilo finanziario, ma tocca un tema cruciale sul piano industriale.

Ci sono alcuni settori, in particolare quello dell’energia e quello militare, dove i gruppi pubblici, per continuare a essere competitivi, devono diventare più grandi. Nel campo dell’avionica, per esempio, non abbiamo una nostra base di lancio, e ne avremmo bisogno.

Nell’elettronica per la difesa occorrono investimenti immensi per superare problemi tecnologici altrettanto grandi. E come può fare a sostenerli l’azionista Stato, in bolletta com’è? Anche nell’energia: inutile dire che le opportunità che derivano dallo shale-gas e dallo shale-oil sono straordinarie, se non si riesce a coglierle. Ma pochi sanno che per cogliere queste nuove risorse strategiche occorre investire moltissimo.

Nel petrolio, per esempio, occorre creare continuamente nuovi pozzi. Bisognerebbe procedere con prospezioni orizzontali, tornare alle tecniche di inizio secolo, della prima fase dell’espansione petrolifera. Con le striminzite risorse delle nostre casse pubbliche, come potranno investire e crescere i grandi gruppi come Eni, Enel e Finmeccanica?

Allora, se il problema evocato da Saccomanni, pur non rilevante sul piano strettamente finanziario, è invece reale e grave sul piano industriale, forse la soluzione sarebbe ridurre, sì, le quote controllate dallo Stato in questi gruppi, ma per aprire il capitale a nuovi partner, pur conservandone il controllo grazie anche al supporto della golden share. Nuovi azionisti che apportino risorse e consentano a queste aziende di raggiungere le dimensioni necessarie per competere e innovare.

Si potrebbe vendere a partner industriali o a grandi fondi di private equity, colossi come Carlyle, capaci di agire sul lungo termine con una forte vocazione industriale. Ma ecco, il problema esiste, da soli non ce la facciamo più. In fondo, è quel che ha saputo fare Sergio Marchionne in Fiat, pur con qualche intemperanza nella comunicazione politica: aggregare un partner forte e globalizzare un’azienda troppo piccola, senza però rinunciare a controllarla. E ci era in parte riuscito anche Pier Francesco Guarguaglini in Finmeccanica.

Bisogna riconoscere al governo Monti di aver riformulato l’istituto della golden share in modo compatibile con le regole europee: bene, lo abbiamo, usiamolo come una stella polare. Se fossimo un Paese normale, se ci fossero ancora una cultura industriale e una politica industriale, ci regoleremmo così. Non per tornare alle privatizzazioni, con una seconda (che sarebbe anche l’ultima) ondata di vendite indiscriminate. Quella degli anni Novanta fu la più intensa e preziosa del mondo e a cosa ci ha portato? Occorrerebbe invece oggi un lavoro in tandem tra Economia e Sviluppo per creare una taskforce che affronti il tema dell’adeguamento dimensionale e finanziario dei nostri gruppi pubblici.

Il contenuto di questo articolo, pubblicato da Panorama – che ringraziamo – esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

Copyright © Panorama. All rights reserved