Dopo la Bce il franco si insedia sopra la parità sull’euro

23 Gennaio 2015, di Redazione Wall Street Italia

GINEVRA (WSI) – Dopo le misure di stimolo straordinarie annunciate dalla Bce, il franco si è insediato sopra la parità sull’euro.

Ma la moneta elvetica dovrebbe indebolirsi a 1,05 franchi da qui alla fine del 2015 secondo gli analisti di Ubs e Sarasin.

Al momento il cambio con il franco svizzero è sostanzialmente invariato a 0,8760 dopo i cali di ieri successivi all’annuncio del piano di Quantitative Easing europeo.

L’annuncio del lancio del programma di Quantitative Easing da 1.100 miliardi non ha provocato un sisma sui mercati valutari. Nei minuti successivi alla conferenza stampa di Draghi, la divisa elvetica si è rafforzata a 0,98 franchi per un euro, verso le 15. Ma più tardi in serata si è attestata più verso i 99 centesimi.

Sul breve termine secondo Bernd Aumann, economista di UBS, il franco ha trovato una certa stabilità. “Nei prossimi sei mesi il franco dovrebbe continuare a scambiare sulla parità e l’euro dovrebbe rafforzarsi di nuovo nella seconda parte dell’anno”, dice l’esperto a Le Temps.

UBS prevede un valore di 1,05 franchi per un euro tra 12 mesi. Identico lo scenario previsto dall’istituto svizzero J. Safra Sarasin. “Il franco resterà sulla parità per il moemnto”, secondo Ursina Kubli, strategist del valutario.

Dal secondo semestre il franco si deprezzerà un po’, per arrivare a 1,05 franchi entro fine dicembre. L’euro ricalcherà un simile andamento anche sul dollaro. Ora scambia a 89 centesimi per dollaro e dovrebbe indebolirsi a 93 centesimi a fine 2015.
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IG Bank è meno ottimista per la Svizzera. Secondo la banca il QE rafforzerà ancora di più il franco e penalizzerà gli esportatori elvetici. Anche la Borsa di Zurigo rischia di pagarne le conseguenze.

Su un orizzonte di due anni, la valuta svizzera potrebbe tornare a scambiare in area 1,10, secondo gli economisti di Ubs. Secondo J. Safra Sarasin, il franco è sopravvalutato di circa il 30% rispetto all’euro.

Il Pil dell’area euro è cresciuto appena lo 0,2% nel terzo trimestre rispetto ai tre mesi precedenti, ma è la paura di una deflazione che ha spinto Draghi e il consiglio direttivo ad agire.

(DaC)