Economia

Divergenza Fed-Bce, l’aumento dei tassi e i pericoli per l’Italia

Dai verbali della Fed, diffusi ieri, emerge tra i funzionari una preferenza per una pausa nel ciclo di rialzi dei tassi. Scenario opposto in Europa, dove i responsabili della Bce continuano a ribadire l’esigenza di alzare ancora i tassi. Ecco i principali motivi di questa divergenza e l’impatto delle manovre di Lagarde e colleghi sui conti pubblici italiani.

Fed medita una pausa nel rialzo dei tassi

Nella serata di ieri la Federal Reserve ha diffuso i verbali relativi all’ultima riunione del 2-3 maggio, nella quale ha alzato i tassi al nuovo range compreso tra il 5% e il 5,25%. Dalle minute emergono opinioni divergenti tra i funzionari in merito alle prossime mosse della politica monetaria.

Molti membri del Fomc spingono per una pausa nel ciclo restrittivo, mentre altri chiedono di proseguire nei rialzi dei tassi per cercare di frenare l’inflazione. I componenti del Fomc, il braccio operativo della banca centrale americana, sono incerti sulla necessità o meno di alzare ancora il costo del denaro.

Inflazione elevata e mercato del lavoro solido

L’inflazione rimane elevata, al 4,9% ad aprile, con il dato core al 5,5%, in attesa del dato di domani sul core Pce, attentamente monitorato dalla Fed. Il mercato del lavoro continua a manifestare segnali di forza e resilienza, con il rischio di persistenti pressioni inflazionistiche al rialzo sui salari.

Fattori che potrebbero giustificare nuove strette sul costo del denaro, se non che gli effetti delle manovre precedenti non si sono ancora pienamente riflessi nell’economia reale e le recenti turbolenze nel settore bancario a stelle e strisce hanno influito negativamente sulla concessione di crediti alle famiglie e alle imprese.

Le previsioni per la riunione Fed di giugno

Alla luce di quanto riportato nelle minute e delle recenti dichiarazioni di Powell e soci, lo scenario più probabile secondo gli analisti è quello di una pausa nel ciclo di inasprimento monetario da parte della Fed nel meeting del 13-14 giugno. Questo consentirebbe di guadagnare tempo per consentire una trasmissione più completa dei precedenti ritocchi e per valutare nuovi dati macroeconomici, oltre agli sviluppi nel comparto creditizio.

Alcuni esponenti dell’istituto hanno comunque precisato che un’eventuale sosta non significherebbe necessariamente la fine dei rialzi.

Lo staff della Fed ha mantenuto la previsione di una ‘lieve’ recessione nel 2023, auspicando un accordo tempestivo sul tetto del debito statunitense. Infine, i funzionari sono stati concordi nell’escludere la possibilità di uno o più tagli dei tassi nel 2023, uno scenario che i mercati incorporano invece nelle proprie aspettative.

Bce verso nuovi aumenti dei tassi

Molto diversa la situazione in Europa, dove il ciclo di inasprimento monetario è partito con qualche mese di ritardo e da una situazione iniziale differente, caratterizzata da tassi a zero (quello sui depositi era persino negativo). Nell’ultima riunione del 4 maggio scorso la Bce ha alzato i tassi di interesse di 25 punti base, portando il tasso di rifinanziamento principale al 3,75% e quello sui depositi al 3,25%.

In tale occasione, la presidente dell’istituto di Francoforte, Christine Lagarde, ha chiarito che il lavoro non è ancora terminato e che il costo del denaro non si trova ancora su livelli sufficientemente restrittivi, mentre i rischi per le prospettive di inflazione restano orientati al rialzo. Ad aprile l’indice dei prezzi al consumo della zona euro ha fatto segnare ancora una variazione annua del 7,0%, con un dato core (depurato dalle componenti più volatili come alimentari ed energia) al 5,6%.

Lagarde, presidente Bce: “Non abbiamo finito”

Una posizione ribadita sia dalla stessa Lagarde sia da altri componenti del Consiglio Direttivo nelle settimane successive al meeting.

Pochi giorni fa la presidente ha ripetuto chiaro e tondo che la Bce “non ha ancora finito”, e che, sulla base delle informazioni disponibili ad oggi, “non si appresta a prendersi una pausa”, perché “l’outlook sull’inflazione è troppo alto, per troppo tempo”. L’obiettivo resta quello di riportare la crescita dei prezzi verso il target del 2% annuo.

Lagarde ha confermato l’approccio data-driven, evitando di fornire una forward guidance che potrebbe rivelarsi erronea a causa di una serie di fattori di incertezza. Nessuna indicazione nemmeno sul tasso terminale, rispetto al quale non esiste “un numero predeterminato”. Infine, Lagarde ha sottolineato che un eventuale default degli Stati Uniti rappresenterebbe una catastrofe per il mondo intero.

Strette su tassi pericolose per l’Italia

Lo scenario più probabile è dunque quello che vede almeno altri due rialzi dei tassi da parte della Bce nelle prossime tre riunioni in programma a giugno, luglio e settembre.

Il continuo inasprimento monetario per raffreddare l’inflazione determinerà però un ulteriore peggioramento delle condizioni di finanziamento sul mercato. Un problema per Paesi già ampiamente indebitati come l’Italia, il cui debito pubblico sfiora i 2.800 miliardi, pari a circa il 145% del Pil.

Questo, mentre ci si trova a fare i conti con il rallentamento della crescita, le conseguenze della crisi energetica e della persistente inflazione che deprime i consumi.

I rischi per i conti pubblici nazionali

L’aumento del costo del denaro provoca infatti un incremento delle spese per interessi, ovvero dei costi che il Paese deve sostenere per l’emissione di nuovo debito e per il rifinanziamento di quello esistente. Basti pensare che l’interesse offerto dai Btp a 10 anni è passato nell’ultimo anno dal 2,8% al 4,2%.

In un contesto di tassi crescenti, infatti, i creditori richiederanno una remunerazione maggiore, e quindi interessi più elevati, per prestare denaro ad uno Stato fortemente indebitato e, quindi, caratterizzato da un maggior rischio di inadempienza.

Questo, a maggior ragione, con il cosiddetto quantitative tightening da parte della Bce. La banca centrale, infatti, non si è limitata ad alzare i tassi, ma sta anche riducendo quegli acquisti di titoli di Stato che negli ultimi anni avevano contribuito a mantenere sotto controllo lo spread Btp-Bund e quindi la percezione di rischiosità dello Stato italiano.

Rapporto debito/Pil sotto la lente

In questo scenario, diventa ancora più importante rimettere in ordine i conti del Paese, anche al fine di preservare la fiducia dei mercati finanziari, evitando un’ulteriore impennata dei costi di finanziamento.

L’obiettivo fondamentale per l’Italia rimane quella di ridurre il rapporto tra debito pubblico e Pil, anche nell’ottica di accesso agli strumenti di sostegno varati a livello comunitario (il TPI della Bce o eventualmente il MES).

Il debito pubblico italiano, in proporzione il più alto della zona euro dopo quello greco, è previsto nel Def al 142,1% del Pil nel 2023. Successivamente è stimata una progressiva discesa al 141,4% nel 2024, al 140,9% nel 2025 e al 140,4% nel 2026. Per quanto riguarda il Pil, è attesa una crescita dello 0,9% nel 2023.

La chiave resta quella di attuare riforme e garantire condizioni adeguate ad incentivare la crescita, aumentando il Pil e agendo sul denominatore, piuttosto che limitarsi a soffocare gli Stati con politiche di austerity volte soltanto a ridurre l’indebitamento (il numeratore del rapporto).