Economia

Dimon (Jp Morgan): “Tasse troppo alte, New York rischia l’esodo di imprese e lavoratori”

New York e le grandi città ad alta pressione fiscale rischiano un progressivo indebolimento della base produttiva e occupazionale. È il messaggio contenuto nella lettera annuale agli azionisti diffusa il 7 aprile da Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan Chase, secondo cui le imprese sono chiamate a valutare con crescente attenzione il rapporto tra benefici e costi operativi.
Dimon osserva che “per quanto New York abbia molto da offrire in termini di talenti, presenta anche le imposte societarie sul reddito individuale tra le più alte” negli Stati Uniti. Le conseguenze, aggiunge, sono immediate: “tasse più alte riducono i rendimenti del capitale e,  quindi, la competitività”.

Le aziende “votano con i piedi”

Il rischio di “fuga da New York” non riguarda soltanto le sedi legali delle imprese, ma anche i flussi di lavoratori, essendo già visibile “un esodo piuttosto consistente di persone e posti di lavoro da alcuni Stati con tasse e costi elevati” verso aree più favorevoli.
Secondo questa lettura, la migrazione può risultare meno evidente rispetto al trasferimento degli headquarters, ma non meno significativa: “a volte si vedono le aziende lasciare uno Stato, ma la migrazione emerge anche negli spostamenti dei dipendenti verso altre aree”. Un processo graduale che, nel tempo, rischia di modificare la geografia del lavoro qualificato.

Il caso JPMorgan: meno New York, più Texas

La dinamica è già in atto all’interno della stessa JPMorgan. Pur restando New York il quartier generale globale, il gruppo ha progressivamente ridotto la presenza in città nell’ultimo decennio.
Dimon indica che l’organico newyorkese “è sceso da 30.000 dipendenti circa dieci anni fa a 24.000 oggi”, mentre in Texas, dove il gruppo ha incrementato le attività, si è registrata un’espansione significativa, “da 26.000 nel 2015 a 32.000 oggi”. Una tendenza che, secondo il CEO, “probabilmente continuerà”, segnalando una progressiva riallocazione verso Stati con fiscalità più favorevole e costi operativi inferiori.

Il precedente storico degli anni Settanta

Dimon richiama anche un precedente storico per sottolineare i rischi per i conti delle amministrazioni locali. Negli anni Settanta, ricorda, “quasi la metà delle 125 aziende Fortune 500 con sede a New York lasciò la città”.
Sebbene alcune uscite fossero legate a fusioni, il fattore determinante fu il costo complessivo del fare impresa: “tasse, affitti degli uffici, costo del lavoro e altri oneri”. Un processo che, nelle parole del banchiere, “può diventare un disastro per una città”.

Il messaggio finale è un richiamo alla competizione tra territori. Dimon sottolinea che città e Stati devono creare condizioni attrattive per trattenere capitali e occupazione, evitando di dare per scontata la propria centralità economica.
La conclusione è netta: “nessuna città – o azienda o Paese – ha un diritto divino al successo”. Un avvertimento che riapre il dibattito sull’equilibrio tra politiche fiscali, sostenibilità dei conti pubblici e capacità di attrarre imprese e talenti in un contesto globale sempre più competitivo.