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Il rapido sviluppo del private credit non rappresenta ancora un rischio sistemico, ma potrebbe amplificare le perdite nella prossima fase negativa del ciclo. È l’avvertimento lanciato dal ceo di JPMorgan Jamie Dimon nella lettera annuale agli azionisti, in cui il banchiere mette sotto i riflettori anche i rischi geopolitici legati alla guerra in Iran e alle possibili ripercussioni su inflazione e tassi d’interesse.
Dimensioni del credito privato
Dimon osserva che il mercato del credito privato ha raggiunto circa 1.800 miliardi di dollari, superando quello delle obbligazioni high yield statunitensi. Nonostante la crescita, il manager sottolinea che il comparto resta contenuto rispetto al sistema finanziario complessivo. Per questo motivo, il settore “probabilmente” non costituisce un rischio sistemico.
Le vulnerabilità, tuttavia, stanno aumentando. Secondo Dimon, i criteri di concessione del credito si sono progressivamente allentati: in molti casi i prestiti vengono concessi sulla base di stime ottimistiche sugli utili futuri, mentre le clausole contrattuali che proteggono i creditori risultano meno stringenti. Inoltre, cresce il ricorso a strutture che consentono ai debitori di rinviare il pagamento degli interessi, accumulando il debito nel tempo. Questi elementi, ha spiegato, potrebbero portare a perdite superiori alle attese quando il ciclo del credito si invertirà, anche perché alcune piattaforme di finanziamento non sono mai state testate in una recessione.
Un ulteriore elemento di rischio riguarda la minore trasparenza del private credit. Questo significa che il deterioramento delle condizioni potrebbe emergere con ritardo, ma anche che un peggioramento del sentiment potrebbe spingere gli investitori a ritirare rapidamente i capitali. Un contesto di tassi più elevati o di spread in aumento metterebbe inoltre sotto pressione i debitori più indebitati, aumentando il rischio di perdite superiori alle attese quando il ciclo del credito cambierà.
“In linea di massima, il credito privato non tende a caratterizzarsi per una grande trasparenza né per “parametri” di valutazione rigorosi dei propri prestiti, ha affermato Dimon, specificando che le perdite effettive sono già più elevate di quanto dovrebbero essere, tenuto conto del contesto. “A prescindere da come andrà a finire, c’è da aspettarsi che a un certo punto le autorità di regolamentazione assicurativa insisteranno per rating o svalutazioni più rigorosi, il che probabilmente porterà a richieste di maggiore capitale”, ha aggiunto.
Intelligenza artificiale, esclusa bolla
Un capitolo a parte è dedicato all’intelligenza artificiale. Dimon ha ribadito lunedì che il ritmo di adozione dell’IA non ha precedenti rispetto a nessuna tecnologia precedente.
“Nel complesso, l’investimento nell’IA non è una bolla speculativa; al contrario, porterà benefici significativi. Tuttavia, al momento, non possiamo prevedere chi saranno i vincitori e i vinti finali nei settori legati all’IA”.
Parlando dell’applicazione dell’intelligenza artificiale nell’ambito delle attività di Jp Morgan, Dimon ha messo in evidenza:
“Non nasconderemo la testa sotto la sabbia. Implementeremo l’IA, come implementiamo tutte le tecnologie, per fare un lavoro migliore per i nostri clienti e dipendenti”, ha scritto.
JPMorgan è stata in prima linea tra le società di Wall Street nell’introdurre l’IA a ogni livello della propria attività.
Lo scorso febbraio, Dimon ha affermato che l’IA sta ridefinendo la forza lavoro di JPMorgan e che la banca ha “enormi piani di riassegnazione” per i dipendenti.
Rischi per l’economia Usa
Riferendosi all’economia statunitense, Dimon ha spiegato che l’economia statunitense resta complessivamente resiliente, con consumatori ancora attivi e imprese in condizioni solide, anche se sostenuta da ampi deficit pubblici e dagli stimoli fiscali degli anni passati.
Guardando al futuro, il numero uno di Jp Morgan ha tuttavia richiamato l’attenzione sui rischi geopolitici, in particolare sulla guerra in Iran. Il conflitto, ha avvertito, potrebbe provocare shock significativi sui prezzi del petrolio e delle materie prime e contribuire a mantenere l’inflazione su livelli elevati.
L’aumento dei costi energetici e una possibile riorganizzazione delle catene di approvvigionamento globali potrebbero rendere più difficile un allentamento della politica monetaria, spingendo i tassi d’interesse oltre quanto attualmente scontato dai mercati. Tutto questo potrebbe finire per rivelare fragilità nei segmenti più rischiosi del mercato, nel private credit per esempio, la cui tenuta non è ancora stata testata in una recessione prolungata.