Investimenti

Dimon vede i fantasmi del 2007: “nel private credit qualcuno sta facendo cose stupide”

“Abbiamo già visto questo film nel 2005, 2006 e 2007: la marea che sale solleva tutte le barche, tutti fanno molti soldi”. Jamie Dimon, ceo di Jp Morgan, torna a evocare i mesi che precedettero la grande crisi finanziaria, tracciando un parallelo tra l’attuale contesto competitivo e la stagione che culminò nel collasso del 2008.

Intervenendo a un incontro con gli investitori, il numero uno di JPMorgan ha puntato il dito contro comportamenti di competitor che giudica imprudenti “per creare margini”. La pressione a sostenere la redditività, in un contesto di forte concorrenza, rischia di tradursi – secondo Dimon – in un allentamento degli standard creditizi.

JPMorgan, ha assicurato, non intende imboccare questa strada. Ma il ciclo del credito, ha aggiunto, prima o poi tornerà a peggiorare: l’incognita non è il “se”, bensì il “quando” e il “dove”. “C’è sempre una sorpresa nel ciclo”.

Fari puntati sul software

Non è la prima volta che Dimon, ceo della maggiore banca americana per attivi, allunga un’ombra sui rischi che aleggiano nel mercato del credito. Commentando in passato i default di Tricolor Holdings e First Brands Group, Dimon aveva osservato che “quando vedi uno scarafaggio, probabilmente ce ne sono altri”, lasciando intendere che casi isolati potrebbero nascondere fragilità più diffuse.

“C’è sempre una sorpresa in un ciclo del credito”, ha affermato di nuovo, sottolineando che spesso l’elemento inatteso riguarda il settore da cui parte la tensione.

Questa volta, ha suggerito, potrebbe essere il software, sotto la pressione delle trasformazioni legate all’intelligenza artificiale.

Sul fronte tecnologico, Dimon si è detto fiducioso che la banca saprà trarre vantaggio dall’intelligenza artificiale: “Alla fine, in 100 aree saremo vincitori in 75 e perdenti in 25”. Ma la fiducia nelle opportunità non esclude la cautela sui rischi macro-finanziari.

L’espansione del private credit

Le parole di Dimon arrivano mentre l’attenzione del mercato si concentra sul credito privato, comparto cresciuto in modo esponenziale dopo il 2008, quando la stretta regolatoria sulle banche tradizionali ha aperto spazi a operatori meno vigilati.

Negli Stati Uniti il mercato del credito privato ha superato 1.300 miliardi di dollari, più che raddoppiando tra il 2020 e il 2024. Il modello è noto: fondi che raccolgono capitali da investitori istituzionali – fondi pensione, assicurazioni – e li canalizzano verso società non quotate o con profili di rischio che le banche preferiscono evitare, in cambio di rendimenti più elevati.

La crescita del settore ha contribuito a sostenere l’economia reale, ma ha anche ampliato un’area della finanza spesso definita “shadow banking”, meno trasparente e meno soggetta ai vincoli prudenziali imposti agli istituti sistemici.

Il caso Blue Owl e la questione liquidità

Il monito di Dimon si intreccia con un’altra storia che sta agitando Wall Street: quella di Blue Owl Capital. La scorsa settimana, il gruppo, specializzato in finanziamenti privati, ha bloccato i rimborsi trimestrali del suo fondo OBDC II, scatenando vendite a raffica e timori di una crisi di liquidità più ampia.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è arrivata a metà febbraio. Troppi azionisti – oltre il limite del 5% del valore netto del fondo – hanno chiesto indietro i loro soldi. Al posto dei prelievi facili, il fondo venderà asset per 1,4 miliardi di dollari, tra cui prestiti e partecipazioni, per restituire circa il 30% del capitale entro marzo. Formalmente, si tratterebbe di un’accelerazione nel ritorno di capitale attraverso la vendita di asset.

La società ha sottolineato di “non stare bloccando la liquidità”, ma di volerla gestire in modo più efficiente. Tuttavia, il mercato ha reagito con nervosismo, evocando – nelle parole di alcuni osservatori – possibili segnali anticipatori di tensioni più ampie nel credito privato. Blue Owl ha perso il 6-10% in un giorno, trascinando giù Ares, Apollo e Blackstone di oltre il 5%.