Def, così il governo ha aumentato tasse

13 Aprile 2016, di Daniele Chicca

ROMA (WSI) – Lo stesso primo ministro Renzi diceva che una riduzione degli sconti fiscali avrebbe voluto dire aumentare le tasse. Lo aveva annunciato a ottobre, quando il governo si diceva non intenzionato a toccare le deduzioni e le detrazioni fiscali. Ora si trova costretto a cambiare idea.

Da allora molto è cambiato se è vero, come osserva Il Fatto Quotidiano, che “l’esecutivo deve disinnescare l’aumento automatico dell’Iva” (servono 15 miliardi di euro freschi) ed “evitare una manovra monstre“.

“Rinviare al 2019 il pareggio di bilancio e chiedere alla Ue di poter fare nel 2016 maggior deficit per 11 miliardi rispetto a quanto concordato non basta. Così nella versione definitiva del Documento di economia e finanza ricompare l’annuncio di un riordino della materia, da effettuare il prossimo autunno prima del varo della prossima legge di bilancio. Se il progetto andrà in porto, chi oggi detrae dalla dichiarazione dei redditi alcune spese mediche, quelle per familiari a carico o quelle sostenute per assicurazioni o lavori di ristrutturazione in casa dovrà forse rifare i propri conti“.

I tagli sono stati resi obbligati dal contesto socio economico in peggioramento e quello che si può considerare di fatto come un incremento delle tasse per alcuni cittadini ha l’obiettivo di “eliminare o rivedere quelle non più giustificate sulla base delle mutate esigenze sociali ed economiche o quelle che duplicano programmi di spesa pubblica“.

Nella manovra si prevede che “trascorsi cinque anni dall’adozione, le spese fiscali siano oggetto di un esame specifico, corredato da un’analisi degli effetti microeconomici e sociali e delle ricadute sul contesto sociale“.

Il presidente di Unimpresa Paolo Longobardi ha parlato di una vera e propria stangata fiscale da oltre 71 miliardi tra il 2016 e il 2019. “Nei prossimi quattro anni le tasse aumenteranno sistematicamente e il gettito complessivo supererà quota 855 miliardi rispetto ai 784 del 2015″. Nel 2016 le entrate nel bilancio pubblico “si attesteranno a 789,4 miliardi, mentre nel 2017 arriveranno a 805,4 miliardi; nel 2018 si toccherà quota 831,9 miliardi e nel 2019 a quota 855,7 miliardi”.

In generale “il maggior aggravio fiscale su famiglie e imprese sarà pari nel quadriennio a 71,4 miliardi, con un aumento del 9,15% rispetto ai 784,04 miliardi incassati dallo Stato nel 2015″.

Per ridurre tasse rispunta spending review

A coprirsi in qualche modo di ridicolo è anche il capo del Tesoro Padoan. Colui che fino a un mese fa dichiarava conclusa – peraltro con un mezzo flop – l’esperienza della spending review, ora difende le potenzialità del piano di tagli alla spesa pubblica.

Tra le coperture necessarie per far funzionare la manovra finanziaria si vede infatti rispuntare la spending review, anche se Padoan nemmeno un mese fa sosteneva che “non si può tagliare di più”. È l’ennesimo coniglio che il governo cerca di tirare fuori dal cilindro per riuscire a fare quadrare i conti. Il trucco potrebbe essere presto scoperto.

Quanto al problema dei vincoli europei e l’obiettivo di ottenere maggiore flessibilità dalle autorità Ue, secondo Padoan il Documento di economia e finanza è stato “già condiviso con Bruxelles”. Lo ha spiegato il ministro in un’intervista al Sole 24 Ore, in cui l’ex funzionario Ocse ha ricordato che nonostante le difficoltà resta intatto l’obiettivo di ridurre le tasse, ma che va fatto “con tagli alla spesa” pubblica.

Un congegno che lo stesso ministro dell’Economia ha già ammesso che non può più portare risorse.