Dazi Usa, risposta sbagliata: “Colpire capitali élite Cina”

25 Giugno 2018, di Mariangela Tessa

Nel conflitto commerciale tra Usa e Cina, la rabbia americana è giustificata. Ma la risposta dell’amministrazione Trump, ovvero l’aumento dei dazi imposti da Donald Trump è la risposta sbagliata.

Così scrive Matthew C. Klein in una lunga analisi su Barron’s in cui sottolinea che, secondo il suo parere, la strada principale da percorrere per riportare in equilibrio la bilancia commerciale tra i due paesi è quella di colpire il capitale delle élite cinesi investiti in asset denominati in dollari. 

Questo perchè ad avviso dell’editorialista.

Le riforne dei mercati iniziatw con Deng Xiaoping nel 1989 sono state pensate in modo che fosse la classe dirigente a impadronirsi il più possibile della nuova ricchezza della Cina.

Il risultato – sottolinea Klien – è che la Cina è oggi una delle società con maggiori disuguaglianze al mondo. Tra il 1980 e il 2010, la quota di reddito ufficialmente guadagnata dal 1% delle famiglie cinesi più ricche è aumentate di circa nove punti percentuali.

Scrive Klein:

Nella maggior parte dei paesi, le società non finanziarie pagano ai loro dipendenti circa i due terzi del valore di ciò che producono. In Cina, invece, i lavoratori ricevono solo il 40%.

Non solo

A differenza della maggior parte degli altri paesi,  in Cina le tasse non trasferiscono il potere di spesa dai ricchi ai poveri. Il reddito familiare disponibile è solo il 45% circa del prodotto interno lordo della Cina. Il sistema delle imposte sul reddito personale raccoglie solo circa l’1% del PIL, mentre le imposte sul consumo e i “contributi” di sicurezza sociale forzati assorbono circa il 14% del PIL. Il risultato perverso è che i redditi bassi pagano aliquote fiscali effettive intorno al 35%, mentre i percettori più alti pagano solo il 10%.

In questo contesto:

“Mentre gran parte della ricchezza trasferita dai lavoratori cinesi viene spesa per progetti di costruzione e altre forme di investimenti fissi, una grande fetta viene utilizzata per acquistare attività finanziarie all’estero, spesso dagli Stati Uniti. Il governo cinese da solo ha speso circa 4 trilioni di dollari acquisendo attività estere dal 2000 Le famiglie cinesi ricche e le imprese private hanno speso altri $ 3 trilioni in più, secondo i dati ufficiali, anche se il numero reale potrebbe essere ancora più alto dopo la contabilizzazione dei deflussi di capitali surrettiziosi” conclude Klein, affermando che  “Il consumo represso della Cina e i deflussi di capitali sponsorizzati dallo stato finisco per alimentare enorme surplus commerciali. La Cina esporta quasi $ 1 trilione in più di manufatti di quanti ne importi. Pechino potrebbe essere l’officina del mondo, ma il popolo cinese non può permettersi di comprare ciò che produce.