Da dismissioni “12 miliardi: cederemo quote Eni e Fincantieri”

21 Novembre 2013, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – L’operazione di cessione delle quote di aziende a controllo statale annunciata dal Governo dovrebbe generare 10-12 miliardi di entrate addizionali per le casse pubbliche. La metà di questa quota andrà a ridurre il debito sovrano nel 2014 e il resto a ricapitalizzazione della Cassa Depositi e Prestiti. Dalla vendita del 3% di Eni, in particolare, arriveranno 2 miliardi di euro.

Lo ha riferito il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, nel corso di una conferenza stampa a palazzo Chigi, spiegando che attraverso l’operazione di buy back il Tesoro non perderà il controllo.

In pratica, ha spiegato Saccomanni, “la nostra quota di possesso del capitale dell’Eni per effetto del buy back risulterà cresciuta fino al 33%, così possiamo cedere il 3%, che ci consente di mobilizzare 2 miliardi senza scendere sotto il 30%”.

Non è la prima volta che l’Italia sperimenta un piano di privatizzazione delle sue compagnie di bandiera. La differenza rispetto agli Anni 90 è che, indebolite dalla crisi economica e dalle condizioni creditizie difficili, le imprese italiane stavolta faranno fatica ad aggiudicarsi le quote delle migliori società a controllo principalmente statale, come Eni, Enel, Finmeccanica, Fincantieri, Fs e Poste.

Allora, per la dimensione delle vendite, nel mondo inferiori solo a quelle del Giappone e del Regno Unito, ma anche per le procedure trasparenti ed efficaci, il piano venne salutato come un successo dai politici, diventando un caso di studio. Tuttavia dal punto di vista prettamente economico, in quello come in altri esempi del passato il tentativo di abbattere il debito tramite la cessione di attività pubbliche si è rivelato un fallimento.

Le cessioni in programma da parte del governo vedono “soggetti di non controllo come Stm, Fincantieri, Cdp Reti, Grandi stazioni“, ha fatto sapere il Premier Enrico Letta. “Abbiamo deciso di intervenire nelle partecipazioni dirette e indirette con la cessione di quote non di controllo, tranne il caso della Sace, per la quale la presenza privata, come per le consorelle eueopee, sarà maggiore”.

Nel pacchetto di cessioni deciso in Consiglio dei Ministri c’e’ anche una “operazione di buyback che riguarda Eni che comporterà la cessione di un 3%, senza che questo comporti l’andare sotto il 30%”.

Il piano di dismissioni mira anche ad “ottenere margini di flessibilità in più a parte della Commissione europea” nel 2014 soprattutto per avere la possibilità di procedere a investimenti produttivi, ha spiegato Letta.

Ricapitolando saranno Eni, Stm e Enav per le partecipazioni dirette e Sace (Cdp), Fincantieri (Cdp), Cdp Reti (Cdp), Tag (Cdp) e Grandi Stazioni (Fs) le società che vedranno la dismissione di partecipazioni da parte pubblica. Con il rischio di svendita dei gioielli strategici dell’industria.

Come ha osservato nelle pagine del Messaggero qualche mese fa l’ex Premier Romano Prodi, uno degli artefici delle privatizzazioni di un decennio fa, è evidente che se un’azienda viene ceduta all’estero i profitti usciranno dall’Italia.

Il pagamento degli acconti fiscali “viene spostato dal 30 novembre al 10 dicembre”, ha detto il premier durante la conferenza stampa a Palazzo Chigi. La prima finalità delle risorse che arriveranno dalla spending review è “un’ulteriore riduzione delle tasse sul lavoro”.

Sull’argomento Saccomanni ha voluto tranquillizzare i timori degli italiani, giustificati peraltro dai casi di Telecom Italia e Alitalia. La cessione della quota di Eni “ci consente di mobilizzare 2 miliardi senza scendere sotto il 30%” e senza dunque perdere il controllo della società.

Un discorso a aprte meritano Sace e Grandi Stazioni, per le quali le dismissioni arriveranno fino al 60% della quota. Per Enav e Fincantieri è prevista una cessione del 40%.

Se Alitalia ancora non ha trovato un acquirente disposto ad accaparrarsi l’ingente debito contratto dalla compagnia aerea, Telecom è stata venduta agli spagnoli di Telefonica, i quali non hanno aspettato molto tempo prima di liberarsi, senza fare troppo rumore, di uno degli asset di punta del gruppo tlc e una delle principali fonti di guadagni: Telecom Argentina.

Letta sostiene che il piano di privatizzazioni segnerà “un passo importante” nella ripresa dell’Italia. Per lo storico ed economista Giulio Sapelli c’è lo Stato rischia di perdere anche gli istituti di credito più importanti. La verifica approfondita dei bilanci delle società finanziarie dell’area euro, che va sotto il nome di Asset Quality Review e che, partita questo novembre, durerà 12 mesi, sarà piuttosto una “occasione per reclamare la privatizzazione delle banche“, come peraltro l’attuale Presidente della Bce Mario Draghi ha fatto dal 1992 a oggi.