D’Alema e i loschi affari

8 Maggio 2011, di Redazione Wall Street Italia
Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

Spuntano bonifici e fat­ture «per operazioni inesi­stenti». E poi una sfilza di ap­palti anche di una certa rile­vanza con pubbliche ammini­strazioni vinti dalle società in affari con la Soluzioni di Busi­ness srl di Vincenzo Morichi­ni, amico e comproprietario della barca a vela di Massimo D’Alema. Le parole del manager Pio Piccini – che ha raccontato ai pm romani il sistema con cui Morichini introduceva negli ambienti giusti, spendendo il nome dell’ex premier Ds, gli imprenditori che stipulavano con lui contratti di consulen­za – sono state in parte riscon­trate nei primi accertamenti del nucleo «Valutario» della Gdf. A gara vinta, sospetta il pm Paolo Ielo che indaga con il collega Giuseppe Cascini, a Morichini sarebbe spettata una percentuale del 5 per cen­t­o sull’affare da spartire con la dalemiana Fondazione Italia­nieuropei e con il Pd.

«Emer­gono bonifici ripetuti nel tem­po – scrivono gli investigatori nel rapporto consegnato al pm Ielo – giustificati dall’emis­sione di fatture a favore di SdB e la stipula di ap­palti, anche per im­porti rilevanti, con pubbliche ammi­nistrazioni da par­t­e dei clienti di que­st’ultima». Ma qua­li erano i clienti del­la Soluzioni di Busi­ness? La Finanza dedica un capitolo a parte, elencando le movimentazio­ni finanziarie di ciascuno a favore della società di Mo­richini con la vaga causale «saldo fat­ture».

C’è la Electron Italia srl, che realizza solu­zioni tecniche per la protezione delle informazioni e del­le transazioni aziendali, dal 2003 una con­trollata di Finmeccanica, di cui è socia anche la Elsag Data­mat e quel Francesco Subbio­ni, ex dirigente della divisione Servizi di Elsag, il cui nome è finito di striscio nell’inchiesta trapanese (appalti legati alla manifestazione Louis Vuit­ton Cup) e più concretamen­te nell’indagine napoletana sulle gare per la sicurezza in caserme e nella cosiddetta «cittadella della polizia» do­v’è stato indagato e dove è fini­to al centro di una spy story per la gestione illegale dei suoi dati da parte di un funzio­nario della Dia. Tra gli appalti che la Electron Italia si è aggiudicata nel 2008 e nel 2009 la Finanza si sofferma su quello da quasi 8 milioni di euro con l’Autori­tà portuale di Napoli e su un altro con l’Autorità portuale di Olbia e Golfo Aranci da qua­si due milioni.

Rispetto al pri­mo gli inquirenti notano la coincidenza che proprio nel 2008 la Fondazione di D’Ale­ma sbarca a Napoli e nel suo comitato scientifico piazza Francesco Nerli, diessino e da­lemiano doc, al vertice del­l’autorità portuale. E sempre Nerli poco dopo finirà sotto in­chiesta per concussione con l’accusa di aver fatto versare ad alcuni imprenditori «con­tributi volontari» dai 5 ai 25mi­la euro per­ pagare le cene elet­torali di Bassolino e dell’attua­le presidente del Copasir. Di seguito le Fiamme gialle anno­tano date e importi dei corri­spondenti bonifici alla Sdb.

«Erogazioni per operazioni inesistenti», sottolineano ri­petutamente. Come quelle re­l­ative ai bonifici per 20mila eu­ro emessi dalla Cler Coop La­voratori Elettrici romani, so­cietà che ha per oggetto la pro­gettazione e la costruzione di impianti elettrici ed elettroni­ci. Il riferimento alla Cler Co­op e all’accaparramento di dieci appalti dal 2008 al 2010 per un totale di cinque milio­n­i di euro della municipalizza­ta romana Acea (che nella ca­pitale gestisce l’erogazione di elettricità e acqua per 3 miliar­di di ricavi e 200 milioni di uti­li) ha riacceso l’interesse dei baschi verdi a seguito di alcu­ni riscontri incrociati collega­ti a un nome sul quale a mag­gio 2009 litigarono come mat­ti dalemiani e veltroniani per la poltrona del Cda di Acea: Andrea Peruzy.

Chi era/è co­stui? Direttore e tesoriere del­la Fondazione di D’Alema, già presente in numerosi e im­portanti consigli di ammini­strazione (Poligrafico dello Stato, Crédit Agricole, Astrim) nonché di Alenia-Aeronauti­ca, partecipata del colosso Finmeccanica cointeressato ­insieme alla SdB del braccio destro di Baffino e alla Omega dell’imprenditore Piccini – a mettere le mani sull’appalto a trattativa segreta del ministe­ro della Giustizia per la gestio­ne unica delle intercettazioni delle ventinove procure italia­ne. Quarantaduemila euro, in­vece, è l’importo complessivo bonificato alla società di Mori­chini dalla Costruzioni gene­rali, che nel giugno del 2010 si è aggiudicata un appalto di ol­tre 300mila euro con la Dire­zione del Genio militare per la Marina e nel dicembre suc­cessivo un altro del valore di 3 milioni e 300mila euro con l’Azienda ospedaliera Monal­di.

Diciottomila euro a saldo di tre fatture che gli investiga­t­ori ritengono relative ad ope­razioni mai effettuate è l’im­porto pagato a Sdb dalla The­mis srl di Piccini, che nel lu­glio del 2010 mise le mani su un appalto da oltre 14milioni di euro con l’azienda ospeda­liera S. Antonio Abate di Galla­rate. Indagini sono ancora in corso per accertare la natura dei due versamenti da 15mila euro elargiti dall’imprendito­re ternano attraverso le socie­tà Omega e Temis alla Fonda­zione di D’Alema, come lui stesso ha fatto mettere a verba­le durante l­’interrogatorio del­lo scorso 15 settembre.

«Si trat­ta di finanziamenti regolar­mente annotati in bilancio», precisa oggi Piccini che però non smentisce gli incontri con D’Alema, pur negando che fossero «di natura impren­ditoriale o illecita». Il gruppo Finmeccanica si è detto estra­neo alla vicenda. Così come la Fondazione Italianieuropei che attraverso Peruzy parla di false dichiarazioni dell’im­prenditore Piccini e di lecita ricezione dei contributi priva­ti «che sono volti a rendere possibile lo svolgimento delle nostre attività sociali». Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, gli va a ruota: «Siamo tran­quillissimi, è una bolla sul nul­la».

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“Ho dato soldi alla fondazione di D’Alema. In cambio speravo di ottenere appalti”

Il faccendiere Pio Piccini ed ex conproprietario dell’Ikarus Vincenzo Morichini: “Volevo avere gli appalti per le intercettazioni”. Il racconto ai pm Ielo, Greco e Cascini: “Ho incontrato il presidente a cena, il rapporto diretto però l’avevo con il suo uomo”. I numeri e i beneficiari: “Mi dissero che il 5 per cento del business sarebbe finito in parte anche al Pd”.

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Ci deve essere una maledizione sulla prima barca, il celebre Ikarus, di Massimo D’Alema. Dopo i guai pugliesi del suo compagno di regate Massimo De Santis, il presidente del Copasir si ritrova una seconda volta impigliato in una vicenda imbarazzante per colpa dell’altro socio di quell’avventura velica: Vincenzo Morichini.

Questo assicuratore 66enne, nato a Foligno e già agente generale dell’Ina Assitalia, è indagato a Roma dal pm Paolo Ielo per violazione in concorso dell’articolo 8 DLgs 74/2000, ovvero per una semplice emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti. Ovviamente il problema per Massimo D’Alema non nasce dall’indagine né dai finanziamenti delle aziende di Morichini alla sua Fondazione Italiani Europei ma da un verbale di interrogatorio nel quale sono emersi i rapporti spericolati tra il suo amico di vela e il faccendiere Pio Piccini, arrestato per il crack Omega-Eutelia.

Il 15 settembre scorso Piccini è stato sentito in gran segreto da tre magistrati dai nomi pesanti: Francesco Greco di Milano, Paolo Ielo e Giuseppe Cascini di Roma. Il tema principale dell’interrogatorio, in larga parte omissato, sono i rapporti di Piccini con i politici e tra questi in particolare con Massimo D’Alema, per il tramite appunto di Morichini. Il triangolo disegnato davanti ai pm da Pio Piccini lega l’amico di D’Alema, Vincenzo Morichini, alla Fondazione Italiani europei (che prende finanziamenti dalle società di Piccini per una somma complessiva di 30 mila euro) e il gruppo Finmeccanica, che sigla un accordo quadro con lo stesso Piccini per il business delle intercettazioni telefoniche. Inoltre Piccini racconta che, sempre grazie a Morichini, aveva avviato un’intensa attività di lobby in Umbria e anche nelle Marche, per ottenere appalti nella sanità.

Piccini, inoltre, descrive tre incontri con D’Alema. Nulla di particolare: un pranzo a Roma vicino alla sede di Piazza Navona della Fondazione Italiani Europei, un pranzo a Foligno e uno a Pesaro durante la campagna elettorale, sempre insieme a Morichini. Piccini ha versato contributi registrati regolarmente alla Fondazione di Massimo D’Alema ma – come dice ai pm – “non ha cacciato un euro per il Pd”. Mentre ha pagato regolarmente la società di Morichini per i suoi servigi, tenendo i rapporti tramite un cugino di Massimo D’Alema che ne fa parte.

“La mia società Themis”, ha raccontato Piccini, “fatturava alla Sdb di Morichini. Alla stipula dell’affidamento per l’appalto delle intercettazioni da parte di Finmeccanica avrei pagato la percentuale pattuita del 5,5 per cento. Ma, avendo firmato solo un accordo quadro, ho pagato solo i compensi di 2.500 euro al mese. Intanto”, ha proseguito Piccini, “i rapporti con Sdb venivano tenuti con la parte amministrativa, che era rappresentata dal dottor Massimo Bologna che Morichini mi disse essere il cugino di D’Alema per parte di madre. L’ho conosciuto un paio di volte per la firma del contratto e poi l’ho sentito solo per i pagamenti”.

Secondo Piccini, “Morichini mi disse: posso aiutarti con Finmeccanica grazie ai suoi rapporti politici e quando ci siamo incontrati la prima volta con Guarguaglini, Morichini si premurò immediatamente di porgere i saluti dell’onorevole D’Alema”

Si tratta di accuse che devono ancora essere riscontrate e che comunque, come sottolineano in Procura, probabilmente non configurano comportamenti penalmente rilevanti poiché i soldi incassati dalla Fondazione presieduta da Massimo D’Alema sono stati correttamente dichiarati. A prescindere dalla qualificazione giuridica, sono fatti rilevanti dal punto di vista politico e meritano di essere raccontati.

Piccini racconta così l’avvio della sua conoscenza con Morichini: “Morichini l’ho conosciuto a Roma alla fine del 2007, primi del 2008. Mi è stato presentato alla Fondazione Italiani Europei dove ero stato invitato. Lui diventa il mio assicuratore poi mi propone un rapporto diretto come consulente dal punto di vista delle relazioni/faccendiere, come diceva lei (il pm, ndr) per potere gestire tutta una serie di rapporti nel mondo romano, principalmente legato a società come Finmeccanica, diciamo, barra pubbliche e, avendo io parlato dei miei progetti che mi stavano molto a cuore nella sanità (mi propone) la possibilità di estenderli in quelle regioni dove ci fosse stata una guida Pd, essendo lui molto vicino a D’Alema e al Partito Democratico e quindi poteva facilitarmi tutte quelle Regioni che fossero state a guida Pd”.

Il pm Francesco Greco chiede allora a Piccini quale fosse il rapporto tra Morichini e la Fondazione presieduta da Massimo D’Alema e il faccendiere arrestato non si tira indietro: “Oltre al lavoro principale di agente assicurativo a Fiumicino collaborava in maniera stretta con la Fondazione Italiani Europei tanto che la prima cosa che mi chiede di fare sarà un contributo di 15.000 euro alla Fondazione Italiani Europei, che noi faremo credo alla fine del 2008, primi del 2009 come Omega. Troverete una ricevuta in Omega, come la troverà nell’altra società Temis per altri 15 mila euro nel periodo successivo”. A questo punto, spiega Piccini, “cominciamo a discutere sul progetto che a me stava molto a cuore e che stavo cercando di riportare in auge da diversi anni: la gestione delle prestazioni obbligatorie per la Magistratura, le intercettazioni telefoniche che avevo gestito per anni in Wind”.

Ovviamente il canale è sempre lo stesso: “A questo punto Morichini mi chiede di consolidare un rapporto di consulenza con la Sdb di Morichini, Società di Business vuol dire l’acronimo, e mi chiede 2500 euro al mese per la prestazione e un contratto a parte per una percentuale del 5,5 per cento sull’eventuale progetto intercettazioni nel momento in cui fosse andato a buon fine”. L’appalto del quale sta parlando Piccini è quello per centralizzare su un unico server tutte le intercettazioni della magistratura. La società Selex Management del gruppo Finnmeccanica, diretta da Sabatino Stornelli, da anni cerca di ottenere l’appalto del quale si parlò per la prima volta con il sottosegretario Alberto Maritati, centrosinistra, e poi inserito nella relazione di accompagnamento del disegno di legge sulle intercettazioni del ministro Angelino Alfano nel 2008. Piccini, si muoveva per ottenere un subappalto da 9 milioni.

“Le intercettazioni a Finmeccanica gliele affidava il Ministero della Giustizia e io ho”, spiega il faccendiere, “ho parlato di questo con il presidente di Finmeccanica: Pierfrancesco Guarguaglini…e viene firmato un accordo quadro… perché non potevamo contrattualizzarlo finché non arrivava a loro (l’appalto principale, ndr) e viene fatto un accordo quadro tra Omega ET Themis, la mia nuova società e la Selex, che viene depositato con data certa…prevedeva l’accordo per il progetto sulle intercettazioni”. A questo punto il pm Cascini chiede a Piccini chi sia il manager del gruppo Finmeccanica con il quale ha concordato l’accordo e soprattutto chi sia il contatto che lo ha messo in contatto con lui e Piccini risponde: “Sabatino Stornelli di Selex Management, prima ho visto Guarguaglini e poi siamo andati con Morichini anche da Stornelli”.

E la destinazione della percentuale del 5,5? “il discorso delle percentuali prevedeva che io dirottassi sulla Sdb di Morichini e – nel caso in cui andassero a buon fine – sarebbero servite in parte per coprire Sdb, in parte per coprire la Fondazione Italiani Europei e in parte il Partito”. A questo punto Piccini comincia a sussurrare per la paura e si svolge questo siparietto con Francesco Greco:

Greco: “Alzi la voce”
Piccini: “E che non …”
Greco: “Lo so che è difficile dire certe cose, alzi la voce”.
Piccini: “E il partito”
Greco: “Quale partito?”
Piccini: “Il Partito Democratico”.
Il pm Cascini a questo punto chiede lumi sulla suddivisione interna: “Morichini mi disse: una parte va a me e una parte alle due strutture”, (Pd e Fondazione, ndr).

È evidente che si potrebbe trattare, anche se il racconto fosse confermato, di un caso di millantato credito ai danni del leader del Pd. Il pm Cascini chiede: “Ma che rapporto aveva Morichini con il Pd”. E Piccini: “Morichini era amico personale di Massimo D’Alema. Credo fosse quello che gli ha venduto il primo Ikarus (è stato cointestatario, ndr). Io ho incontrato D’Alema ad alcuni incontri e cene di Fondazione Italiana Europei, agli ultimi incontri elettorali sulle amministrative, però il rapporto diretto ce l’avevo con Morichini”. E qual era l’importo dell’affare? “Il contratto per noi nel tempo”, spiega il faccendiere, “si poteva sviluppare fino intorno agli otto – nove milioni di euro l’anno e su questi c’era il 5 per cento all’anno tra l’altro questo appalto non prevedeva la gara, sarebbe stata un’ operazione secretata per la problematica legata alle intercettazioni. Non era una gara era un affidamento diretto di Finmeccanica”.

Poi Piccini elenca gli altri orizzonti della collaborazione con l’amico di D’Alema, purtroppo stroncata dall’arresto: “gli parlo della sanità, gli parlo di altre attività e si cominciano rapporti anche col mondo Gse, (Gestore elettrico pubblico, ndr) per capire se si possono sviluppare attività anche presso Gse, ma la parte interessante era l’Umbria, dove si potevano portare a clonare le stesse attività che erano state fatte per la regione Lombardia”.

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di Vittorio Malagutti

Gli amici di Massimo D’Alema, la scalata Telecom e i legami con le società di Chicco Gnutti. No, non è l’oggetto delle indagini del pm romano Paolo Ielo. Ma i nomi che emergono dagli atti permettono di ricostruire una storia di cui da anni si parla nei corridoi della finanza e della politica: la partecipazione di uomini vicini al Lìder Maximo alla scalata Telecom.

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Così a qualcuno è saltato agli occhi quel nome: Vincenzo Morichini, vicinissimo a D’Alema. Il finanziere che era proprietario di Ikarus, lo yacht utilizzato dal presidente del Pd. Bene, secondo le carte in possesso del Fatto Quotidiano risulta che Morichini era titolare di 241.000 azioni (lo 0,23% del totale) di Holinvest la società in cui molti bresciani amici di Gnutti – ma non solo loro – reinvestirono i profitti della scalata Telecom. Una quota non enorme, ma potrebbe essere la dimostrazione della partecipazione di amici di D’Alema alla scalata. Un filo che molti da anni cercano di risalire.

Il meccanismo era semplice: nel novembre 2001, concluso l’affare Telecom con le tasche gonfie di denaro, molti scalatori (essenzialmente la cerchia di bresciani) reinvestirono i guadagni proprio nella Holinvest di Gnutti, sottoscrivendo un aumento di capitale. E così quest’ultima società diventa una specie di clone della Hopa con cui condivide decine di azionisti. Una quota di Holinvest risulta intestata a investitori non lombardi. Nomi sconosciuti all’opinione pubblica, che in un primo momento passano inosservati. Morichini e Lazzarini, appunto.

Di chi stiamo parlando? Morichini era un pezzo grosso di Ina-Assitalia. Un manager di indiscussa abilità e grandi capacità di relazione che tenta, spesso con successo, di stipulare contratti con i colossi del settore pubblico: Alitalia, Anas, Ferrovie e Finmeccanica. Dalla metà degli anni Novanta Morichini entra nell’orbita di D’Alema: “Fai il nome di Vincenzo e dici Massimo”, racconta al Fatto un suo conoscente di vecchia data.

Morichini, però, è grande amico anche di Lazzarini, numero uno di Italbrokers, una tra le più importanti società private di brokeraggio in Italia. Italbrokers vanta molti clienti prestigiosi nel suo carnet, tra cui soggetti pubblici, come le Ferrovie e il Parlamento. Nel suo cda siedono uomini vicini al centrosinistra come al centrodestra. Ma la stella polare di Lazzarini è senz’altro lui, D’Alema.

In Liguria, negli ambienti del governatore Claudio Burlando e di Lazzarini, sono tanti i fili che portano al leader Pd: tra i finanziatori di Italbrokers c’è la famiglia Lolli Ghetti, a sua volta socia della London Court, la finanziaria che all’epoca faceva capo a Roberto De Santis, salentino, braccio destro di D’Alema. Ancora: tra i soci di Holinvest compare con una minuscola quota dello 0,06 per cento, anche Giancarlo Gardella, classe 1940. Un genovese che è stato socio di minoranza della Italbrokers di Lazzarini.

Ma come viene gestita l’operazione Telecom? Morichini e Lazzarini non sono finanzieri famosi. E non sono nemmeno di Brescia o di Mantova come tutti i soci di Gnutti. È come se fossero “infiltrati” nella compagine degli investitori. Certo, conta la loro attività, ma secondo i maligni pesano anche le loro amicizie importanti nel centrosinistra: c’è Claudio Burlando, già parlamentare, ministro dei Trasporti e oggi presidente della Regione. Lazzarini è legato a doppio filo a Burlando. E il governatore ligure a sua volta è un dalemiano di ferro.

Franco Lazzarini ha sempre respinto la ricostruzione: “È una notizia falsa. Io ho comprato soltanto un miliardo di azioni Olivetti e ci ho anche perso un sacco di soldi. Lo stesso vale per Gardella. Non conosco Chicco Gnutti. Tirano sempre fuori questa storia soltanto perché sono amico di Massimo D’Alema…”.
Il nome di Lazzarini e Morichini, però, compaiono nelle carte di Holinvest. Nessun illecito penale, ma parrebbe la conferma della partecipazione di ambienti vicini a D’Alema all’operazione Telecom.

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L’assicuratore amico di D’Alema e il cattivo di Omega

di Ferruccio Sansa

Vincenzo Morichini, Pio Piccini e la rete intorno al leader democratico. L’agente Ina-Assitalia: “Coinvolto in quello che poteva diventare uno scandalo a luci rosse”. L’ex amministratore di Agile: “E’ stato indagato e arrestato con l’accusa di bancarotta fraudolenta”.

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Vincenzo Morichini e Pio Piccini, chi erano costoro? Di Piccini le cronache ricordano che era l’amministratore delegato di Omega e amministratore unico di Agile, accusato e arrestato per bancarotta fraudolenta. Il segreto di Morichini, 65 anni, è semplice: la fama è inversamente proporzionale al potere reale. Alla rete dei suoi legami con gli ambienti della Capitale, dove economia e politica si incontrano. Una storia che comincia quando Morichini prende in mano l’Agenzia Generale romana di Ina-Assitalia e intorno a essa costruisce un impero.

Ma nella Roma che conta, tutti sanno chi è Morichini. Un suo amico contattato da Il Fatto non ha dubbi: “Dire Morichini è come fare il nome di Massimo D’Alema”. Un legame che dura anche oggi, il lider maximo non ha mai rinnegato l’amico nonostante qualche incidente di percorso. Uno in particolare, che rischiò di trasformarsi in uno scandalo a luci rosse con tanto di escort. “Non è vero che la sinistra è sempre indietro”, scherza l’amico di Morichini.

Era il 1999, raccontano gli atti giudiziari della Procura di Roma. Vincenzo viene spesso scoperto al telefono con Francesco Cosimi Proietti, detto Checchino, allora potente segretario di Gianfranco Fini e poi nel 2004 socio degli affari sanitari dell’ex moglie Daniela. La Squadra Mobile intercetta anche una piacente signora che ha messo su una società di pubbliche relazioni piena di hostess bellissime. Di fronte al Parlamento. Le indagini per favoreggiamento della prostituzione si concluderanno con un patteggiamento.

Durante le intercettazioni, la Mobile ricostruisce i rapporti piuttosto piccanti, ma rigorosamente bipatisan di Morichini. A partire da una conversazione tra Morichini e la donna che gestiva l’attività. Si discute di una festa a casa di Franco Mariani (genovese, già dirigente del Pci, poi dalemiano di ferro, infine ai vertici del Porto di Bari).

La donna parla del suo amico Roberto De Santis (altro dalemiano di ferro) intervenuto a casa di Mariani dove erano presenti anche due squillo. Dice la donna: “Franco e Roberto con le mie amiche hanno fatto i cattivi”. Solo una questione privata a luci rosse? Non esattamente, almeno a seguire la conversazione. Il giorno prima la signora (R.F.) aveva cercato di guadagnare un affare con Ina-Assitalia. Un contratto però che incontra l’ostruzionismo di Checchino Proietti, appunto uomo ombra di Fini. Così la donna non ci pensa due volte e chiama Morichini perché sa che lui può arrivare a uomini che contano. E Vincenzo risponde senza tanti giri di parole: “A quel punto Morichini – annotano gli agenti – le comunica che vorrebbe *BLIP*. Lui le dice che le ha risolto i problemi con la Banca di Roma e con Alitalia. R.F. assicura che se i guai saranno risolti lei si metterà a tappetino con lui”.

La storia di Morichini parte da lontano, come racconta il suo amico: “Era uno dei tanti agenti volanti di Ina-Assitalia sul territorio. Ma era il migliore. All’inizio degli anni ‘90 diventò il numero uno della potentissima Agenzia Generale di Roma, un vero e proprio centro di potere. Morichini era abilissimo: negoziò, spesso con successo, contratti con tutti i colossi pubblici… Anas, Ferrovie, Bnl, Alitalia e Finmeccanica. Poi si dedicò ai rapporti con la politica: aprì sub agenzie assicurative affidate a parenti di nomi grossi del centrosinistra e del centrodestra. Addirittura una sarebbe stata guidata da uno dei membri dell’equipaggio di Ikarus”.

Ma i rapporti tra Morichini e il clan dalemiano ruotano anche intorno ad altri due snodi: Ikarus, appunto, la barca utilizzata dal leader Maximo, di cui Morichini era titolare con Roberto De Santis. E i legami con la Liguria, la regione, insieme con la Puglia, in cui il potere dalemiano ha messo radici profonde. Soprattutto attraverso Claudio Burlando, a lui fedelissimo. Già, Morichini era socio di yacht con De Santis. Entrambi poi furono chiamati in causa nell’inchiesta sulle escort (non indagati).

È soltanto l’inizio: l’inchiesta parla anche di Franco Mariani, genovese (pure lui non indagato). Ma c’è anche Franco Lazzarini, amico di Morichini e Mariani, anche lui si disse frequentatore delle allegre feste del gruppo (anche se ha sempre negato). Lo stesso Lazzarini amico di D’Alema ma prima di tutti di Burlando: il governatore era alla guida di un’auto di Lazzarini al tempo dell’ormai famoso contromano e viveva nella casa dello stesso broker (“Ero in affitto”, disse Burlando). Niente di illegale, ma la rete dalemiana comincia a comporsi. Tiri il filo di Morichinini e ne vengono fuori tanti.

Nomi ricorsi in tante operazioni finanziarie non sempre fortunate e talvolta non completamente chiarite: come la presenza del nome di Lazzarini in una società della galassia legata a Roberto Colaninno e Chicco Gnutti, quando i due finanzieri passarono all’incasso della vendita di Telecom a Marco Tronchetti Provera. Poi c’è il ruolo avuto da De Santis nel più grande crac della storia navale italiana: la vicenda Festival dell’armatore cipriota Giorgio Poulides, con cui pure Burlando e Lazzarini ebbero delle frequentazioni. E qui torniamo a Piccini: suo fratello Sergio, secondo Calisto Tanzi, aveva pagato una mazzetta da un miliardo a Burlando (accusa respinta e poi archiviata, l’eventuale testimone era anche morto). Ecco il mondo piccolo di Massimo D’Alema di cui fa parte Morichini.

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