Crisi semiconduttori, la svolta: l’Europa si sgancia da Taiwan con un maxi piano da 50 miliardi

7 Febbraio 2022, di Mariangela Tessa

Per fare fronte alla cronica carenza di semiconduttori scende in campo anche l’Europa che domani, martedì 8 febbraio, annuncerà un maxi-piano da 50 miliardi di euro per spingere la produzione di semiconduttori in Europa dal 10% al 20% entro il 2030.
Alla base del problema c’è un concreto e tangibile sbilanciamento fra una domanda sempre più elevata e un’offerta che non riesce minimamente a soddisfarla. Ad oggi, sono i paesi asiatici a dominare la classifica dei produttori mondiali dei chip. E in particolare, Taiwan che grazie a TSMC – Taiwan Semiconductor Manufacturing Company- controlla il 51% del mercato globale.

Maxi piano sui semiconduttori, che cosa prevede

Il disegno di legge sui microchip – Chips Act – che la Commissione presenterà secondo una bozza di cui l’Ansa ha preso visione, intende perseguire l’autonomia strategica nel settore, limitando la dipendenza dai Paesi terzi con la creazione di maxi-centri in Unione europea. Nuove regole consentiranno anche di imporre controlli all’export, sulla scia di quanto fatto per i vaccini.

“Il fabbisogno di microchip raddoppierà nel prossimo decennio” ha detto qualche giorno fa la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. “Entro il 2030, il 20% della produzione mondiale di microchip dovrebbe essere qui in Europa, il doppio di oggi in un mercato destinato a raddoppiare nel prossimo decennio, quindi significa quadruplicare la produzione europea odierna”, ha aggiunto von der Leyen, spiegando che i fondi pubblici stanziati per i chip «saranno più che compensati da investimenti privati». Le aziende europee nel campo dei semiconduttori stanno ora investendo circa 6 miliardi di euro all’anno.

In particolare, nel maxi-piano sono previsti 12 miliardi di euro di fondi pubblici (sei dal bilancio comunitario e sei dai governi nazionali) per la ricerca e sviluppo di semiconduttori sicuri ed efficienti dal punto di vista energetico. A questi si aggiungono oltre 30 miliardi di euro di investimenti pubblici già previsti dai governi, sostenuti dal Recovery Fund, dal programma Horizon Europe e dai bilanci degli Stati, mentre è allo studio un fondo da 5 miliardi di euro dedicato alle startup.

Novità anche nelle regole sugli aiuti di Stato, adeguate per essere più flessibili, a sostegno delle imprese europee e della creazione di grandi impianti di produzione di semiconduttori denominati Mega Fab. Il Chips Act comprende raccomandazioni per introdurre alcune salvaguardie nel caso di gravi crisi nella catene globali di approvvigionamento.

Anticipando il provvedimento europeo, nei giorni scorsi, il commissario europeo per il Mercato interno, Thierry Breton ha indicato come possibile modello il Defense Production Act americano, che conferisce poteri di emergenza al governo per dare priorità alle necessità industriali del Paese.

“Non siamo protezionisti, il disegno di legge servirà a compensare”la dipendenza dell’Europa dall’Asia, soprattutto dalla zona di Taiwan, con molti investimenti per rafforzare la ricerca, accogliere mega-fabbriche e avere gli strumenti che garantiscano la sicurezza degli approvvigionamenti” ha spiegato Breton nei giorni scorsi.

Anche gli Usa al lavoro su questo fronte

Sullo stesso piano si muovono anche gli Stati Uniti, dove la Camera ha approvato un disegno di legge con ingenti investimenti progettati per aumentare la produzione nel Paese di semiconduttori. Le voci più importanti includono circa 52 miliardi di dollari in sovvenzioni e sussidi per aiutare l’industria dei microchip e 45 miliardi di dollari per rafforzare le catene di approvvigionamento per prodotti ad alta tecnologia.

Il disegno di legge, che deve essere approvato anche dal Senato, punta ad aumentare la produzione interna di chip, che sta avendo pesanti ripercussioni sull’economia, a partire dal settore automobilistico.

Ricordiamo, a questo proposito, che la quota degli Stati Uniti nella produzione di microchip a livello globale è drammaticamente scesa dal 37% del 1990 a circa il 12% attuale. L’amministrazione Biden e i legislatori stanno cercando di invertire quella tendenza, che secondo i funzionari del settore è guidata da concorrenti stranieri che ricevono ingenti sussidi governativi. La pandemia, poi, con il blocco della produzione ha messo a dura prova la catena di approvvigionamento dei chip.