Crediti in sofferenza, l’accordo sarà la strada più battuta

29 Giugno 2020, di Alessandro Piu

Il lockdown forzato imposto dall’emergenza coronavirus interromperà il circolo virtuoso di riduzione di incagli e sofferenze nei bilanci delle banche iniziato nel 2015. Secondo i dati della Banca d’Italia i non performing loans (npl) lordi ammontavano a 91 miliardi di euro a fine 2019 mentre erano 79 i miliardi di unlikely to pay lordi (utp).

Gli operatori del settore del credito, dagli istituti bancari fino agli studi legali specializzati nella gestione giudiziale e stragiudiziale delle sofferenze bancarie e dei crediti npl si preparano ad affrontare la nuova situazione prediligendo la ricerca di accordi con i debitori, al fine di salvaguardare il più possibile la loro capacità di rientrare dall’indebitamento.

“Gli utp sono i crediti di dubbia esigibilità ma che sono ancora in essere, per i quali la banca non ha revocato l’affidamento – spiega a WSI Andrea Fioretti, fondatore dello studio legale MFLaw che opera dalle sedi di Roma, Milano e Palermo –. Sono crediti ancora sostanzialmente in bonis e quindi i gruppi bancari, i servicing e i fondi che operano in questo campo, cercano di gestirli con ipotesi di ristrutturazione o accordi di stand still, con un’ottica diversa da quella tipica liquidatoria che riguarda invece i non performing loans (npl), dove ormai il rapporto è chiuso”.

MFLaw opera sia nell’ambito degli utp che degli npl ed è specializzato nell’assistenza ai creditori istituzionali. Svolgendo questa attività si trova a fare da ponte di collegamento tra i suoi clienti e i debitori.

Riprende Fioretti: “Soprattutto sui profili più bassi, come i prestiti personali, le posizioni non garantite, il credito al consumo, le piccole aziende, raramente c’è un’assistenza professionale in grado di indicare le soluzioni previste dalla legge, come per esempio il fallimento del privato o l’esdebitazione. In Italia non c’è la cultura di rivolgersi al professionista per l’assistenza e non credo per un problema esclusivamente di costi bensì di mentalità.
In altri sistemi di common law l’avvocato e il consultant sono figure che accompagnano sempre l’impresa e il consumatore. Da noi vi si ricorre solo nei momenti di estrema difficoltà. Quindi noi in alcuni casi suggeriamo quali strade percorrere e come indirizzarsi per trovare un accordo con il creditore istituzionale, nell’interesse di salvaguardare il credito di quest’ultimo”.

E in un momento di difficoltà economica come quello attuale, la strada dell’accordo tra debitore e creditore sarà quella più battuta: “È chiaro che sia preferibile cercare soluzioni di accordo tra debitore e prestatore.
Le banche vogliono evitare di aggredire i debitori in un periodo di difficoltà, anche perché sanno che non avrebbero nessun riscontro positivo. La situazione è complicata ma si vuole cercare di agevolare al massimo il debitore nel rientrare”.
Peraltro, il blocco normativo adottato in conseguenza dell’emergenza coronavirus ha spinto gli istituti finanziari a congelare le posizioni: “Non ci sono state iniziative coercitive, risoluzioni di affidamenti e nuove segnalazioni.
In questo periodo noi abbiamo operato prevalentemente sul cash in court, curando il recupero delle somme giacenti in tribunale a seguito di vendite giudiziarie o fallimentari degli asset aggrediti dai creditori. Gli istituti già da questo mese stanno riprendendo a lavorare sullo stock di crediti che era già in default conclamato al 31 dicembre del 2019. Ora comincia a muoversi un po’ tutto ma bisognerà scontare alcune difficoltà dei tribunali nel recupero dell’arretrato e degli uffici a operare in pieno”.

Un aiuto nello smaltimento degli arretrati e nella velocizzazione del sistema di giustizia civile potrebbe arrivare dalla digitalizzazione, che peraltro ha permesso a MFLaw di continuare a operare anche durante le fasi più acute dell’epidemia: “Durante il lockdown MFLaw ha continuato a operare in smart working senza soluzione di continuità, come gran parte degli studi legali nazionali, predisponendo e depositando atti e istanze, sia pure in numero minore rispetto ai flussi ordinari”.

Una riduzione di attività che in realtà è ascrivibile alle cancellerie che “hanno lavorato a scartamento ridotto garantendo solo le urgenze. Attualmente infatti, il personale di cancelleria non può accedere da remoto alla funzionalità del processo telematico, vuoi per motivi di sicurezza che per carenze nelle dotazioni in termini di software, hardware e formazione/potenziamento del personale di cancelleria”.

Mancanze di cui il Governo è a conoscenza e che limitano le potenzialità del Processo civile telematico (Pct), ambito nel quale l’Italia risulta comunque tra i Paesi più avanzati.

“Oltre alla digitalizzazione di cui abbiamo già parlato – prosegue Fioretti – deve essere migliorata la mentalità di tutti gli operatori della giustizia, avvocati in primis, che devono acquisire piena coscienza che l’efficienza della giustizia e dei processi sono traguardi da raggiungere per il benessere del Paese ma anche della categoria forense.
Un sistema di giustizia civile efficiente è in grado di contribuire ad attrarre maggiori investimenti nel Paese e, con essi, maggiori opportunità di business e conseguente crescita della domanda di servizi legali e professionali in genere”.

 

L’articolo integrale è stato pubblicato sul numero di giugno del magazine Wall Street Italia