Coronavirus, perché è considerato un rischio globale

4 Febbraio 2020, di Alberto Battaglia

L’Organizzazione mondiale della sanità, la scorsa settimana, ha innalzato il livello di rischio del coronavirus a livello globale, portandolo da “moderato” ad “elevato”. In Cina, dove la gran parte dei casi di infezione restano concentrati, il rischio è considerato “molto elevato”.  Il coronavirus, al 4 febbraio 2020, ha provocato 427 decessi e oltre 20.700 contagi.
Non esiste ancora un vaccino che possa arginare l’epidemia e per questo le autorità sanitarie di diversi Paesi hanno messo in campo numerose misure di sicurezza per isolare quanto più possibile le persone contagiate dal virus. E’ questo l’unico intervento che, al momento, può contenere l’ulteriore diffusione della malattia.

Coronavirus, meno letale della comune influenza?

Eppure, è stato scritto in questi giorni, l’influenza stagionale ha provocato molte più morti rispetto al coronavirus. Per il momento ciò è vero. Nei soli Stati Uniti il Centers for Disease Control and Prevention ha calcolato 2.100 morti nel 2019 e stimato 4,6 milioni di contagi.
Allo stesso tempo il coronavirus risulta letale in una proporzione inferiore rispetto ad altri virus come quello della Sars, la cui epidemia scoppiò nel 2002-03. Se la Sars si rivela letale nel 10% dei casi, si stima che il coronavirus lo sia in meno del 3% dei contagi. Quest’ultimo, però è molto più pericoloso dell’influenza stagionale che arriva ad uccidere solo nello 0,1% dei casi. Ed è molto più contagioso della Sars.

Perché l’allarme sul coronavirus

Come mai, dunque, l’Oms e le autorità sanitarie nazionali ritengono così pericoloso il coronavirus? In sintesi, si tratta della combinazione di tre fattori: si diffonde molto in fretta, ha un livello di pericolosità superiore all’influenza stagionale e, al momento, non esiste un vaccino in grado di contenerne la proliferazione.
Entriamo nel dettaglio dei tre aspetti, cominciando dalla contagiosità. Secondo un paper pubblicato sul New England Journal of Medicine ogni soggetto infettato da coronavirus può infettare mediamente dalle 1,5 alle 3,5 persone, contro le 1,5 dell’influenza stagionale. Si tratta di una differenza molto rilevante. Appena cinque soggetti colpiti dal coronavirus potrebbero provocare il contagio di 368 persone in appena cinque cicli dell’infezione, contro i 45 contagi che si avrebbero con l’influenza stagionale nelle medesime condizioni.
L’assenza di un vaccino, poi, rende ancora più facile la proliferazione del virus. Secondo le previsioni più ottimistiche, sarà necessario almeno un anno di ricerche prima che un vaccino contro il coronavirus possa essere messo a punto e reso disponibile alla vendita. Il genoma del virus, comunque, è già stato isolato e la sperimentazione di fase 1 del vaccino potrebbe partire nel giro di pochi mesi.
Finché un vaccino non sarà disponibile, comunque, l’unica difesa contro l’esponenziale diffusione del coronavirus resta l’isolamento dei soggetti ammalati e il monitoraggio di quelli provenienti da aree a rischio contagio. E’ esattamente quello che sta avvenendo non solo in Cina, ma anche in Italia. Per ridurre quanto più possibile i contatti con le aree a rischio, ad esempio, i voli diretti fra la Penisola e la Cina, sono stati sospesi fino a fine aprile (salvo nuove disposizioni).
Negli Usa e in Australia l’accesso è temporaneamente negato per tutti quei viaggiatori che sono stati recentemente in Cina. Restrizioni sui visti sono state decise anche in Paesi come la Russia e il Kazakistan.
Per il momento i cittadini Wuhan che hanno viaggiato all’estero prima del blocco sono ritenuti i più probabili portatori del virus fuori dai confini della Cina. Le partenze da Wuhan verso l’estero erano di circa 3.500 ogni giorno.