Cina: economia imbottita di debito e investimenti

2 Settembre 2015, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Della Cina e dei suoi problemi si parla ormai ogni giorno. Ma, come fa notare un articolo del Financial Times, più delle reali condizioni in cui versa la sua economia, ci si concentra sui ripetuti tonfi del mercato azionario, con l’indice Shanghai Composite, ormai, vittima illustre. Certo, i continui sell off sulla Borsa cinese sono tutto fuorchè irrilevanti.

Tuttavia, il quotidiano britannico riporta la dichiarazione di un noto economista del paese, David Daokui Lee: “Il sell off sul mercato non è il problema…il problema, non enorme, ma un problema nonostante tutto, è la stessa economia cinese”.

Il giornalista dell’FT Martin Wolf scrive: “Sono d’accordo su entrambi i punti, ma con una sola eccezione. Il problema potrebbe essere enorme”.

Così Martin Wolf: “Il dato economico importante, parlando della Cina, riguarda le performance del suo passato. Il Pil (a parità di potere di acquisto), è salito dal 3% dei livelli Usa a qualcosa come il 25%. Il Pil è una misura imperfetta del tenore di vita. Ma questa trasformazione non è un artefatto statistico. E’ visibile in pratica.

Le uniche altre “grandi economie senza risorse naturali di valore che hanno raggiunto un risultato del genere dalla Seconda Guerra Mondiale sono il Giappone, Taiwan, la Corea del Sud e il Vietnam. E tuttavia, sempre in relazione ai livelli Usa, il Pil pro capite della Cina corrisponde a quello che caratterizzava la Corea del Sud nella metà degli anni Ottanta. Da allora, il Pil pro capite sudcoreano, su base reale, si è quasi quadruplicato in termini reali, fino a testare quasi il 70% dei livelli Usa. Se la Cina dovesse diventare ricca come la Corea, la sua economia sarebbe maggiore di quella combinata degli Usa e dell’Europa”.

Ma, precisa Wolf, “questo è ottimismo di lungo periodo. Contro di esso c’è il monito: la performance del passato non è una garanzia della performance del futuro. I tassi di crescita, infatti, di norma, tendono a regredire alla media globale”.

L’articolo continua ricordando che la crescita delle economie emergenti tende a essere caratterizzata da “discontinuità”. Ma quello che le autorità cinesi definiscono come ‘Nuovo normale’ non è di per sé il riflesso di una discontinuità.

Le autorità “credono di assistere a un rallentamento da un tasso annuale di crescita del 10% a una crescita ancora veloce del 7%. Ma un rallentamento ulteriore è possibile? Fattore più importante, si può parlare di interruzione temporanea, come nel caso della Corea del Sud alla fine della crisi degli anni Novanta – o sarà più duratura, come nel caso del Brasile negli anni ’80 e del Giappone in quelli ’90?”.

Ci sono almeno tre ragioni per temere che la Cina possa soffrire una discontinuità nella sua crescita, secondo l’analisi dell’FT: 1) il trend attuale è insostenibile; 2) l’eccesso di debito è rilevante; 3) affrontare queste sfide crea il rischio di un forte collasso della domanda.

“Il fatto più importante che riguarda la crescita attuale della Cina è la sua dipendenza dagli investimenti, sia sul lato dell’ offerta che della domanda. Dal 2011 il capitale aggiuntivo è stato l’unica fonte dell’output aggiuntivo, con il contributo della crescita intesa come cambiamento dell’output in baseall’unità di input, vicino allo zero. In più, il ratio tra capitale incrementale e output, una misura dei contributi che gli investimenti hanno dato alla crescita, è balzato.

L’Fmi ha già detto: “Senza riforme, la crescita calerà ad attorno al 5%, a fronte di un debito in continua crescita”. Un tale scenario sarebbe insostenibile, in quanto i debiti si aggirano già su livelli elevati, il che significa che un obiettivo dovrebbe essere quello di ridurre la parte degli investimenti finanziata dal credito.

Inoltre Daniel Gros del Centre for European Policy Studies, con sede a Bruxelles, mostra come il trend del rapporto capitale/produzione – un rapporto 10 a 1, per esempio, implica che con un capitale di $10 di produce un output annuale di $1 – in Cina sia di per sé su un percorso esplosivo.

Oltre a essere già molto superiore al ratio degli Stati Uniti, il rapporto tra capitale e produzione è a livelli tali che, se anche si stabilizzasse, costringerebbe la percentuale degli investimenti rispetto al Pil a scendere del 10%, per rispettare un target di crescita del Pil del 6%. E se tutto ciò accadesse improvvisamente, l’impatto sulla domanda provocherebbe una forte crisi.

Wolf scrive: “molti credono che l’economia stia già crescendo a un tasso molto più debole rispetto a quello che il governo ammette. E più deboli sono le prospettive di crescita e più incerti sono i ritorni, più razionale diventa la scelta di postporre investimenti, rallentando ulteriormente la crescita dell’economia”.

“L’argomentazione centrale per la discontinuità è che è difficile passare in modo facile da un trend insostenibile. Il rischio è che l’economia rallenti molto più velocemente di quanto chiunque possa prevedere. Il governo dovrà trovare un modo di rispondere (alle sfide) che non aumenti i disequilibri globali o domestici. Il miglior approccio sarebbe quello di continuare con le riforme, tentando al tempo stesso di sostenere le spese per consumi, investendo di più sui consumi pubblici e sui progetti ambientali”.

Bisogna agire con efficienza, dal momento che “la prospettiva di una discontinuità nella crescita economica della Cina è al momento molto più probabile di quanto non lo sia stato negli ultimi decenni; e le sfide a cui devono far fronte le autorità sono enormi. Esse devono rimettere in moto una economia in rallentamento, senza provocare un crash (…). E un grande interrogativo è se una economia di mercato possa essere compatibile con la crescente concentrazione di potere politico”.

Intanto Goldman Sachs rivede al ribasso le previsioni sul PIL del 2016, 2017 e 2018 rispettivamente al 6,4%, 6,1% e 5,8%, dalle stime precedenti al 6,7%, 6,5% e 6,2%, restando convinta che nel 2015 l’economia potrà guadagnare “circa il 7%”.

L’agenzia Moody’s si dice intanto preoccupate delle mosse politiche, dell’instabilità dei mercati, ma sopratutto dello stato di salute delle finanze pubbliche regionali.

Il debito delle amministrazioni regionali e comuncali è cresciuto più di un terzo tra giugno 2013 e la fine dl 2014. Nei 18 mesi presi in esame il debito è salito di 3.700 miliardi di dollari, da 17.900 miliardi di yuan a 24 mila miliardi. La somma equivale al 38% del Pil del 2014.

Nelle area regionali le entrate pubbliche diminuiscono mentre i debiti salgono, rendendo sempre più difficile rispettare gli oneri e rifinanziarsi.

(Lna)