Economia

Cina e Germania in crisi, le “due grandi malate” a confronto

A cura di Giuliano Noci, Prorettore del Politecnico di Milano per la Cina.

Giuliano Noci, Prorettore del Politecnico di Milano per la Cina, sarà nuovamente in diretta su WSI. Con il direttore, Leopoldo Gasbarro, commenterà i temi caldi del momento: la situazione in Cina, i Brics e il simposio di Jackson Hole.

La cronaca economica e finanziaria di questo mese di agosto ha messo in luce con maggiore evidenza la crisi di due grandi Paesi, uno asiatico e l’altro europeo: la Cina e la Germania.

Entrambe, fino a poco tempo fa, era considerate due esempi positivi e virtuosi: per i ritmi di crescita economica e per la loro competitività internazionale entrambi i Paesi si caratterizzano per significativi surplus commerciali.

Ma cosa è accaduto? C’è un elemento condiviso per cui entrambi i Paesi si ritrovano oggi in una situazione di difficoltà: lo squilibrio generato da politiche distorte di distribuzione del reddito, che hanno creato forti sbilanciamenti a livello interno e internazionale.

Debito in Cina, non solo nel settore immobiliare

Partiamo da un concetto fondamentale: il Pil di un Paese dipende dai consumi interni, dagli investimenti e dal suo (eventuale) surplus commerciale.

In questa prospettiva, risulta evidente come la forsennata crescita cinese sia stata il frutto di un modello fondato su export e investimenti e troppo poco dipendente dai consumi degli individui: basti pensare che solo il 60% del Pil cinese è a disposizione delle famiglie, contro l’80% americano, e che i servizi educativi e sanitari sono quasi totalmente a carico degli individui.

Dal momento che la domanda interna ha sempre fatto fatica a crescere (per una scelta deliberata del Politburo), il Partito comunista – ossessionato dalla crescita – ha indotto le imprese di Stato e le province a perpetuare nel tempo una politica di investimenti in infrastrutture, nel settore immobiliare e, più in generale, in progetti pubblici di varia natura, forzandole (in modo quasi naturale) a ricorrere alla leva dell’indebitamento.

Tutto ha funzionato fino a quando gli investimenti si sono rivelati produttivi, ovvero in grado di generare un valore superiore al loro costo. Da ormai dieci anni, però, la situazione di Pechino non è più tale in quanto il Paese è perfettamente infrastrutturato, da un lato, e la disponibilità a investire delle imprese private è, dall’altro, sempre più bassa per via della crescente ingerenza nei loro affari da parte del Partito. La naturale conseguenza si è rivelata quindi la vertiginosa crescita dell’indebitamento complessivo: ormai supera il 300% e non è concentrato solo nel settore immobiliare.

Se a questo aggiungiamo che il motore dell’export comincia a perdere colpi, ci rendiamo conto di quanto complessa stia diventando la gestione del motore economico cinese.

Germania, una crescita economica a vantaggio delle imprese

L’attuale situazione della Germania, come sopra evidenziato, è originata da un analogo squilibrio. Occorre infatti ricordare che a inizio anni 2000 Berlino era la malata d’Europa: grazie alla cura Schroeder, finalizzata a contenere i costi del lavoro, la Germania ha ripreso a crescere in virtù di forti investimenti concentrati nel manifatturiero, che hanno permesso di ottenere risultati molto rilevanti sul fronte dell’export (in combinato con una più debole dinamica dell’import a causa della debole domanda interna).

In sostanza, una crescita economica ottenuta contenendo i salari a vantaggio delle imprese e della bilancia commerciale. In questo quadro, sono evidenti le cause dell’“ingrippamento” del motore economico tedesco: da un lato, transizione ambientale – che ha molto penalizzato gli assemblatori dell’automotive della Baviera – e incremento dei costi dell’energia (a causa della guerra in Ucraina) hanno depresso la capacità d’investimento. Dall’altro, la crisi economica mondiale ha limitato il potenziale dell’export.

I punti in comune tra Germania e Cina: una crisi di natura strutturale

Il patatrac è servito. Cina e Germania sono dunque accomunate nella loro crisi dal fatto di aver creato, in questi ultimi quindici anni, le condizioni per una debole domanda interna attraverso politiche distorsive dal punto di vista della distribuzione del reddito: troppo a favore delle imprese e delle persone (già ricche), che per definizione investono e risparmiano, troppo poco nei confronti delle famiglie, che altrettanto evidentemente sono responsabili della domanda di beni di consumo di un determinato Paese.

In questa prospettiva, la crisi di entrambi i Paesi è di natura strutturale, poco dipendente da fattori congiunturali che, una volta scomparsi, renderebbero possibile la ripresa del cammino di crescita economica registrata nel recente passato.

Agire concretamente

In entrambi i casi, è invece necessario agire concretamente per creare condizioni strutturali in grado di far crescere e sostenere nel tempo la domanda interna.

Nel caso cinese, è indispensabile il varo di riforme – quelle del sistema del welfare e del sistema degli hukou, in primis – che inducano le persone a consumare di più.

La Germania, se vuole evitare di diventare vulnerabile (a causa del calo della domanda globale e della transizione all’elettrico) deve anch’essa lavorare sul fronte della crescita reddituale delle famiglie e, in secondo luogo, intervenendo sullo spazio ancora disponibile per l’attuazione di investimenti produttivi: per esempio, quelli sul fronte delle infrastrutture, che presentano ancora margini importanti di miglioramento. In entrambe le situazioni è comunque richiesta una discontinuità vera. In Cina è necessario uscire dall’ossessione delle politiche di stimolo lato offerta. In Germania, sarà necessario abbandonare la deleteria e ossessiva attenzione ai conti pubblici.

Giuliano Noci, Prorettore del Politecnico di Milano per la Cina, sarà nuovamente in diretta su WSI. Con il direttore, Leopoldo Gasbarro, commenterà i temi caldi del momento: la situazione in Cina, i Brics e il simposio di Jackson Hole.