Caos in Libia affonda Piazza Affari (-3,6%). Colpiti anche Btp e Cct, tassi in rialzo

21 Febbraio 2011, di Redazione Wall Street Italia

Roma – Un vero lunedi’ nero per la Borsa di Milano. Piazza Affari ha perso il 3,59%, la peggiore performance tra le borse del vecchio continente. Sulla borsa tricolore ha pesato la rivolta popolare scoppiata in Libia contro il dittatore Muammar Gheddafi. ”Un copione scontato, l’Italia e’ il maggiore investitore nel paese nord-africano”, rileva un analista.

A ”Tripoli bel suol d’amore’, come ricorda la canzone del periodo colonia le (1911-1943) portata al successo dalla bella chanteuse Gea della Garisenda, poi moglie dell’industriale Borsalino, le aziende italiane operano da decenni. Ci sono le piccole e medie imprese (Pmi) che, solo nel periodo 2004-2008 (ultimi dati disponibili),hanno investito in Libia circa 46 milioni di euro (dati Ice). Poi e’ la volta dei grandi gruppi, gran parte dei quali quotati in Borsa.

Oggi hanno pagato pegno per la loro presenza nel paese nord africano o per la presenza di soci libici nel loro azionariato. Impregilo -6,01%, la societa’ costruttrice di grandi infrastrutture ha commesse per oltre 1 miliardo di euro. Eni -5,12%, la societa’ del cane a sei zampe e’ il maggiore investitore italiano in Libia. I giacimenti libici rappresentano circa il 14% della produzione di gas e petrolio di Eni. Ansaldo Sts -4,72%, la societa’ specializzata nella produzione di treni, ha commesse complessive per 788 milioni di euro. Trevi -2,7% sta lavorando a progetti edilizi a Tripoli. Prysmian -2,63% ha commesse complessive per circa 35 milioni di euro.

Finmeccanica -2,69% ha commesse attraverso le controllate Augusta-Westland ed Alenia, inoltre il fondo sovrano libico (Lia), controllato dal governo di Tripoli, ha il 2% del capitale di Finmeccanica. Unicredit (-5,75%). La Libia ha il 7,2% del capitale del gruppo bancario di Piazza Cordusio, nei fatti e’ il primo azionista della banca. Le quote sono in capo alla Banca centrale libica (4,61%) e al fondo sovrano Lia (2,60%). ”Certamente siamo preoccupati, puo’ darsi che ci consulteremo” ha detto ai giornalisti il presidente della Fondazione Crt, Andrea Comba. La Fondazione Crt (3,67%), insieme a quella di Verona (4,98%) e Carimonte (3,12%), rappresentano il ”nocciolo duro” degli azionisti italiani in Unicredit. Retelit -5,93%, che opera nella rete di telecomunicazione, ha come socio la Lptic (poste e tlc della Libia) che possiede il 14,7% del capitale.

Nessuna relazione invece tra i ribassi odierni della Juventus e della Fiat, dove e’ presente del capitale libico. Il titolo della societa’ bianconera ha perso il 3,34%, una flessione pero’ dovuta alla sconfitta di Lecce che riduce le chance di qualificarsi per la Champions League della prossima stagione. Il titolo Fiat ha perso il 3,39%, la Lafico, una finanziaria del governo libico, dovrebbe avere una partecipazione inferiore al 2%, comunque del tutto ininfluente sul business e sulle scelte del Lingotto.

Oggi pero’ e’ stata una giornata difficile anche per i titoli di stato italiani, sui Btp ha pesato la vicinanza geografica con la Libia e i timori di una invasione di profughi con costi economici e sociali assolutamente imprevedibili. Il rendimento dei Btp decennali e’ salito al 4,80% mentre quello dei titoli di stato tedeschi (Bund), i piu’ sicuri dell’Eurozona, e’ sceso al 4,20%. Cosi’ lo spread Btp-Bund, una delle misure del rischio-paese, e’ salito a 160 punti dai 153 di venerdi’ scorso.

La salita dei rendimenti sui Btp, in prospettiva aumenta il costo del finanziamento del debito pubblico, ma ci sono anche ragioni tecniche sulla mini-debacle odierna. Venerdi’ ci sara’ l’asta per il collocamento del nuovo Btp decennale, domani il Tesoro comunichera’ l’ammontare dell’emissione, si parla di 4-5 miliardi. ”Tripoli e’ una buona occasione per spingere al ribasso i Btp in modo da spuntare, nell’asta di venerdi, rendimenti piu’ alti”, commenta un trader dell’obbligazionario.

Da non sottovalutare l’impatto inflazionistico della rivolta in Libia, un paese che ogni giorno esporta 1,1 milioni di barili di petrolio. Oggi, i mercati hanno cominciato a scontare una possibile chiusura degli oleodotti libici e una interruzione della produzione. Cosi’ il prezzo dell’oro nero e’ salito a 105 dollari al barile, il massimo dal settembre 2008. Le tensioni che scuotono l’intero sistema delle ‘democrature” (democrazia economica insieme a dittatura politica) del Nord Africa e di parte del Golfo Persico ha rilanciato i metalli preziosi. L’oro e’ salito a 1.403 dollari l’oncia, portandosi a soli 32 dollari di distanza dal recente massimo storico. L’argento e’ volato a 33,43 dollari all’oncia, il piu’ alto livello dal 7 marzo del 1980.

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Il caos in cui e’ precipitata la Libia mette sotto tiro la borsa italiana e i titoli di Stato. ”Un copione scontato, l’Italia e’ il paese piu’ esposto economicamente e geograficamente al rischio-Tripoli”, commenta un trader. La Borsa di Milano cede il 2,42%, peggiore performance tra le borse del vecchio continente. Pagano pegno le societa’ che hanno forti interessi di business sul suolo libico: Impregilo -5,36%, Eni -4,57%. Sotto tiro anche Unicredit (-3,83%), dove il tandem libico composto dalla banca centrale (4,61% di Unicredit) e dal fondo sovrano (2,60%) rappesenta il maggiore azionista di Piazza Cordusio.

”Certamente siamo preoccupati, ”puo’ darsi che ci consulteremo” ha detto ai giornalisti il presidente della Fondazione Crt, Andrea Comba. La Fondazione Crt (3,67%), insieme a quella di Verona (4,98%) e Carimonte (3,12%), e’ parte del ”nocciolo duro” degli azionisti tricolori di Piazza Cordusio. Non si piega solo la Borsa: sulla scia dell’avversione al rischio verso il Nord Africa soffrono anche i titoli di Stato.

Il rendimento dei Btp decennali e’ salito al 4,80% mentre quello dei titoli tedeschi Bund), i piu’ sicuri dell’Eurozona e’ sceso al 4,20%. Cosi’ lo spread Btp-Bund, una delle misure del rischio-paese, e’ salito a 160 punti dai 153 di venerdi’ scorso. L’aumento dei rendimenti sui Btp quindi, in prospetttiva del costo del finanziamento del debito pubblico, arriva proprio nel momento meno propizio, venerdi’ ci sara’ infatti l’asta per il collocamento del nuovo Btp decennale. Domani il Tesoro comunichera’ l’ammontare dell’emisssione, sul mercato si parla di 4-5 miliardi, ”Tripoli e’ una buona occasione per spingere al ribasso i Btp in modo da spuntare, nell’asta di venerdi, rendimenti piu’ alti”, commenta un trader dell’obbligazionario.

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Le tensioni geopolitiche che stanno interessando nelle ultime ore soprattutto la Libia mettono sotto pressione le borse europee; ma più di tutte è Milano a soffrire, con le blue chip attive nel paese che affondano il Ftse Mib. Il paniere arriva a cedere più del 2%, preso di mira dagli investitori.

Alle ore 13.15 circa ora italiana, sono infatti soprattutto i titoli Eni, Impregilo, Unicredit a mettersi in evidenza tra i peggiori. Eni perde il 4,4%, Impregilo arriva a cedere più del 6%, Unicredit fa -3%. Unico titolo positivo è oggi Stm, che dopo il giudizio di Morgan Stanley, che ha alzato il target price del titolo da 10 a 12 euro, guadagna più dell’1%. Ma il Ftse Mib è tinto tutto di rosso, e pesanti cali si abbattono sui finanziari e assicurativi (Fondiaria-Sai fa -3,48%, Banca Popolare di Milano -2,78%, Azimut Holding -2,50%).

Occhio anche allo spread Btp/Bund che arriva a salire, sulla scia delle tensioni libiche, fino a 160 punti. Cedono, ma in misura decisamente inferiore a Piazza Affari, anche Londra (-0,23%), Francoforte (-0,65%), Parigi (-0,73%). Incrementa i ribassi anche Madrid (-1,21%), in una giornata caratterizzata dalla debolezza dei finanziari.

A spaventare gli investitori – in una giornata in cui Wall Street rimarrà chiusa in occasione della celebrazione del President’s Day – è anche l’impennata dei prezzi del petrolio, che vedono il Brent salire fino a 105 dollari al barile , al massimo dal settembre del 2008. Occhio anche alla performance dei futures sul greggio scambiati a New York. In questo caso, i contratti sono arrivati a balzare di più di 3 dollari fino a 89,78 dollari al barile.

In rialzo anche l’oro, in concomitanza con la maggiore avversione al rischio. Il metallo giallo si riavvicina infatti a 1.400 dollari l’oncia.

Sul fronte valutario, invece, l’euro riesce ad apprezzarsi sul dollaro a quota 1,37 circa, dopo le dichiarazioni di Bini Smaghi relative a un possibile rialzo dei tassi.

A tal proposito, alcuni analisti avvertono però che l’adozione di una manovra restrittiva di politica monetaria potrebbe rivelarsi sbagliata per l’economia europea, nonostante il rialzo delle pressioni inflazionistiche .

Intanto arrivano altre notizie no, con lo Standard & Poor’s che ha abbassato di un gradino il rating del Bahrein , precisando anche che, a causa del “rischio politico elevato” il rating del paese potrà soffrire ulteriori revisioni al ribasso.

Totalmente ignorata la notizia positiva arrivata dal fronte economico europeo, con la pubblicazione dell’Ifo tedesco , balzato al nuovo record nel mese di febbraio.

In una giornata all’insegna dei sell, oltre all’oro, sale il Bund tedesco , grazie all’effetto “fly to quality”. Giù invece i titoli di stato spagnoli e italiani, per la vicinanza geografica di Italia e Spagna alla Libia.