Brics addio: i nuovi mercati emergenti sono i Ticks

29 Gennaio 2016, di Alberto Battaglia

Con il tracollo di Russia e Brasile l’acronimo Brics ha ormai poca rilevanza nell’individuare quali sono, al momento, i mercati emergenti sui quali stanno puntando i principali fondi d’investimento. Bisogna, dunque, segnarsi una nuova sigla: Ticks; che sta per Taiwan, India, Cina e Korea. La questione va molto al di là dei nomi: con il collasso dei prezzi delle materie prime il mercato ritorna a puntate sui mercati più avanzati sulle nuove tecnologie. Un trend che, in sé, è ciclico e costante: dopo lo scoppio della bolla dei titoli tecnologici nei primi anni Duemila ha avuto inizio il superciclo delle materie prime, la “nascita” dei Brics, e la loro avanzata che, ormai, sembra giunta al capolinea. A fine 2015 Goldman Sachs ha deciso di chiudere il suo Bric fund, dopo che che le sue risorse si sono ridotte a 100 milioni di dollari dagli 800 che erano alla fine del 2010.
I dati del Copley fund research, che traccia i movimenti di 120 fondi azionari attivi sui mercati emergenti, con asset complessivi di 230 miliardi di dollari, dicono che il fondo EM azionario, in media, ha un’esposizione ai Ticks vicina al 54%, quando nell’aprile 2013 era, al massimo, del 40%. Al contrario l’esposizione ai Brics è rimasta nella parte bassa del 40%, nonostante la crescita nel peso della Cina.

A dicembre, il 63% dei fondi ha un’esposizione pari almeno al 50% sui Ticks, mentre solo 10% di essi investe in simile misura nei Brics. Fra le azioni preferite, sempre secondo Copley, figurano in testa il produttore di chip taiwanese Tsmc e la coreana Samsung Electronics.
In particolare, per quanto riguarda Taiwan, mentre nel settembre 2013 solo l’8% dei fondi sovrappesava il suo portafoglio nella “Cina nazionale” adesso sono quasi un terzo a compiere tale scelta.
JPMorgan, Nordea e Swedbank al momento hanno bilanciano Taiwan e la Corea del Sud nei loro portafogli almeno al 35%, in almeno alcuni dei loro fondi; di converso Carmignac, Fidelity e Baillie Gifford sono esposti per il 3% o meno in Brasile o in Russia.

Fonte: Financial Times