Brexit, proroga quasi certa: si aprono quattro scenari

16 Gennaio 2019, di Daniele Chicca

Una volta ottenuta dall’UE la proroga dell’articolo 50 dal 29 marzo a giugno, dopo le elezioni europee, gli scenari che si aprono per il Regno Unito sono sostanzialmente quattro e tutti non sono troppo favorevoli a Londra. In compenso la sterlina sta guadagnando terreno sui mercati, perché dopo quanto accaduto ieri alla House of Common scendono le chance di un ‘no-deal’ e torna d’attualità anche un’ipotesi finora tabù, quella di una “no Brexit”. I parlamentari sembrano in maggioranza contrari a uscire dall’UE senza un accordo.

Dopo la bruciante sconfitta in aula di ieri, la più pesante dal 1924, il governo May dovrebbe incassare oggi in parlamento la fiducia e continuare a governare, anche perché i conservatori hanno la maggioranza e non c’è nessuno del partito che sembra disposto a prendersi la responsabilità di traghettare il paese in questo momento critico per il futuro del paese e particolarmente delicato per i Tories. La sterlina scambia a quota 1,2895 dollari in avvio.

Nonostante la reazione positiva della divisa britannica alle ultime novità sulla Brexit, l’incertezza su cosa succederà regna sovrana e finirà per alimentare la volatilità nei mercati finanziari. Anche perché se da un lato si sono ridotte le possibilità di un ‘no-deal’ sono anche aumentare quelle di una “Brexit complicata”. Lo dice Stefan Kreuzkamp, Chief Investment Officer di DWS, che commenta così l’esito del voto: “purtroppo tutto resta possibile: nuove elezioni, un’estensione della scadenza per l’articolo 50 o anche un secondo referendum”.

“Come molti dei nostri colleghi, anche noi continuiamo a sperare in un’uscita ordinata del Regno Unito dall’UE. Ma il percorso per arrivarci non è chiaro, e in ogni caso presenta molti ostacoli. Dobbiamo anche riconoscere che la probabilità di una Brexit complicata è aumentata.

Anche se la maggioranza dei parlamentari britannici sostengono di volerlo evitare, l’intero processo Brexit continua a essere fortemente guidato dagli interessi dei partiti. Ricordiamo: l’intera impresa è iniziata come un azzardo – fallito – sotto il governo di David Cameron. Perché poi non dovrebbe alla fine finire così? Fino ad oggi il comportamento dei politici britannici non ha certo ridotto le nostre preoccupazioni a riguardo”.

1. Come Quinto Fabio Massimo, May temporeggia

Finora con questa tattica la premier inglese non ha ottenuto nulla. La speranza era che con l’avvicinarsi della scadenza del 29 marzo alcuni deputati si sarebbero convinti a votare l’accordo stretto dal governo con l’Europa, spaventati dall’ipotesi dalle certificate conseguenze catastrofiche di un ‘no-deal’ o addirittura dalla permanenza del Regno Unito nell’UE.

In realtà nessuno sembra aver cambiato opinione e il problema principale è che il partito conservatore è spaccato in due tra chi preferisce uno scenario di “no-deal” in mancanza della possibilità di una hard Brexit, e chi pretende dall’UE qualche concessione in più.

È facile che lo stallo proseguirà anche nelle prossime settimane e a quel punto o i fautori della linea dura cedono e passa l’accordo oppure si potrebbe arrivare a due scenari drastici: il “no deal” già citato, ma anche la revoca dell’articolo 50 del trattato dell’UE (che predispone il meccanismo di uscita dal blocco), che significherebbe niente Brexit.

Ieri Donald Tusk, presidente del Consiglio Ue, ha aperto all’ipotesi di una no Brexit. In un tweet si è infatti chiesto chi ha il coraggio di parlare di un annullamento del voto di giugno 2016:

“Se un accordo è impossibile e nessuno vuole l’accordo”, quello già firmato, “allora alla fine chi avrà il coraggio di dire qual è l’unica soluzione positiva per il Regno Unito?“.

Il problema della strategia attendista di May è che entro lunedì prossimo per legge il capo di governo dovrà spiegare al Parlamento quale sono le sue intenzioni. Trovare 120 voti in così poco tempo sembra una mission impossible. E se non si fa qualcosa in fretta, a fine marzo scatta la Brexit senza un accordo (‘no-deal’).

2. May implora aiuto ai nemici di governo e Brexit

Allo stato attuale delle cose May, non riuscendo a convincere i suoi a cambiare idea, potrebbe provare a rivolgersi ai suoi nemici e in particolare al principale partito all’Opposizione, il Labour. Stando a quanto riferito dal Guardian Olly Robbins, il collaboratore di May che cura i rapporti con le istituzioni europee, è stato incaricato di studiare se erano possibili altre maggioranze parlamentari.

La posizione del partito progressista guidato da Jeremy Corbyn sulla Brexit non è chiara e ben delineata ma in generale in caso di Brexit è favorevole a un approccio più soft. May potrebbe usare questa strategia anche per minacciare i suoi, come a dire: “se non mi venite incontro voi, chiederò una mano ai nostri avversari”.

Il governo è in grandi difficoltà ed è normale che sia disposto a tutto pur di ottenere l’approvazione di un’intesa con l’Ue che eviti il caos del ‘no-deal’. A parte i Laburisti più inclini a uscire dall’UE, cioè quelli più vicini a Corbyn, May potrebbe tentare l’avvicinamento delle forze parlamentari favorevoli a una modifica dell’intesa con l’Ue ma in senso più morbido.

Uno degli scenari che circola da settimane è quello di promuovere un rapporto commerciale e legale sulla falsa riga di quello che l’UE ha con la Norvegia. Inutile aggiungere che le incognite di questo piano sono innumerevoli.

I Laburisti avrebbero il coltello dalla parte del manico e potrebbero rifiutare di negoziare, per costringere il governo di destra a prendere atto dello stallo e indire elezioni anticipate. Anche l’Unione Europea potrebbe respingere qualsiasi nuovo accordo, dal momento che le va bene quanto stabilito finora. Senza contare che se May intraprendesse questa strada si metterebbe contro metà dei suoi e potrebbe provocare una scissione interna al partito.

Labour Leader Jeremy Corbyn Heads To Labour Party HQ

3. May chiede aiuto all’UE per evitare spaccatura UK

Uscendo dal discorso politico interno e analizzando la situazione sul piano internazionale, il problema principale delle autorità britanniche riguarda la questione dell’Irlanda del Nord. In caso di ‘no-deal’ e di confine duro tra le due Irlande il rischio è che i leader politici di Belfast si convincano che opzione migliore sia quella di uscire dal Regno Unito e passare dalla parte dell’UE. A quel punto anche la Scozia sarebbe spinta a indire un nuovo referendum sull’indipendenza dopo quello di cinque anni fa. Sarebbe la fine del Regno Unito come lo conosciamo ora.

L’Ue potrebbe dare una mano a Londra, ma solo se otterrà qualcosa in cambio. A fine 2018 Bruxelles ha sbattuto la porta in faccia a May quando il governo britannico ha chiesto di rinegoziare l’accordo, che non piace soprattutto per la parte relativa al backstop che ammorbidisce il confine tra le due Irlande, quindi non si capisce quale sarebbe il vantaggio di seguire questa strada per le autorità europee.

Sarebbe la soluzione ideale per l’ala più a destra dei Conservatori, che tuttora vorrebbe che May vada a imporre una linea più dura a Bruxelles. Il problema è che non si capisce cosa avrebbe da guadagnare l’Unione Europea. Secondo i Brexiteers più convinti, l’accordo si potrebbe mantenere pressoché invariato, escludendo però la parte relativa al controverso backstop.

Se il backstop è stato proposte c’è tuttavia un motivo evidentemente: è quello di impedire a tutti i costi che si formi una frontiera “dura” fra Irlanda e Irlanda del Nord. Rimuoverlo da un giorno all’altro, come suggeriscono Boris Johnson e i membri del partito a lui vicini, non è proprio fattibile.

La maggioranza dei leader europei teme l’ipotesi di un ‘no deal’, ma a rimettersi maggiormente sarebbe Londra.

4. Dimissioni May e nuove elezioni

È uno degli scenari meno realistici in questo momento, ma potrebbe sbloccare la situazione di stallo senza bisogno di annullare il voto dei cittadini di giugno 2016. Permetterebbe di arrivare a una Brexit ‘soft’, lo scenario preferito dai Laburisti, che se otterrebbero la maggioranza parlamentare chiederebbero poi all’UE di riaprire i negoziati.

In questo caso il problema principale è che stando agli ultimi sondaggi nessuno dei due principali partiti del paese avrebbe una maggioranza parlamentare netta che garantirebbe di governare. Si potrebbe ripetere il risultato delle elezioni anticipate del 2017 indette da May. Se i conservatori hanno una maggioranza oggi è soltanto grazie all’appoggio della destra conservatrice nordirlandese.

Si aggiungerebbero così nuove tensioni e si alimenterebbe l’incertezza, minacciando il buon andamento di sterlina e mercati finanziari, già particolarmente indeboliti dai negoziati tesi degli ultimi due anni e dalla crisi politica intestina al partito dei Tories.

Infine, se un secondo referendum sull’accordo è una possibilità, quello sulla Brexit, cui vorrebbero arrivare alcuni Labouristi, non è un’opzione realista al momento. È più facile che la maggioranza dei parlamentari pendesse per la soluzione di porre ai cittadini britannici una domanda di questo tipo: “volete uscire dall’UE senza un accordo o uscire con l’accordo raggiunto da May?”.

In alternativa, viste le circostanze, nella scheda si potrebbe aggiungere anche l’opzione ‘tabù’ numero tre, quella della ‘no Brexit‘. In questo caso il fronte del Remain potrebbe anche spuntarla, ma non si può prevedere cosa accadrà in caso di una nuova campagna referendaria sui pro e i contro del rimanere nell’Europa unita.

Il sondaggista Peter Kellner diceva all’Economist che “la stessa serie di risultati potrebbe produrre tre esiti diversi, a seconda che si scelga un sistema maggioritario secco (che sceglie l’opzione che riceve la maggioranza di prime scelte), il voto alternativo (per cui l’elettore vota facendo una classifica delle sue preferenze: le seconde preferenze dell’opzione ultima classificata si aggiungono ai voti delle prime due classificate) o il sistema Condorcet (che premia il vincitore complessivo dei tre possibili scontri diretti testa a testa)”.