Brexit o Brino?

28 Giugno 2018, di Redazione Wall Street Italia

A cura di Léon Cornelissen*

A due anni dal referendum di giugno 2016 che ha stupito il mondo, il Regno Unito sta ancora faticando a concordare i termini della separazione dall’Europa dopo 45 anni di rapporti non sempre semplici.

L’uscita dall’Unione Europea sembra essere l’operazione più complessa intrapresa dal Regno Unito in tempi di pace, viste le difficoltà del Partito Conservatore nel definire in maniera precisa quali siano le proprie volontà in merito. Nel mentre il tempo continua a passare, e manca meno di un anno all’uscita ufficiale, in programma per marzo 2019. È probabile che la Brexit sarà solo di nome (BRINO), quando “lascerà” l’Unione Europea.

Questo renderebbe di fatto il Regno Unito uno Stato satellite dell’UE, seguendo il modello norvegese basato su un approccio a metà tra il dentro e il fuori, che è stato senza dubbio efficace per il paese scandinavo. In pratica Londra lascerebbe l’Europa il 29 marzo 2019 come da programma, rimanendo però all’interno del mercato unico e mantenendo gli accordi di scambio senza alcun dazio per un periodo di transizione di almeno due anni, probabilmente anche oltre. Il primo ministro Theresa May ha già indicato questa opzione come la più indicata nel breve termine, anche se è costretta a scontrarsi quotidianamente su questi temi con i membri del suo stesso Partito Conservatore, alcuni dei quali vogliono un’uscita completa.

È difficile prevedere quale sarà la soluzione che risulterà dai negoziati. Il problema principale è dato dal fatto che il refendum ha semplicemente chiesto l’uscita dall’UE, senza specificare come o a che condizioni. Il nocciolo della questione è capire se il Regno Unito debba optare per una soft Brexit, rimanendo all’interno del mercato unico, o per una hard Brexit, uscendo completamente dall’Unione. Entrambe le soluzioni non sono esenti da problemi.

Una Brexit soft sarebbe migliore dal punto di vista economico per il Regno Unito e risolverebbe una serie di questioni, incluso il problema della frontiera con l’Irlanda (il Nord uscirebbe dall’UE, mentre la Repubblica continuerebbe a farne parte), dato che si manterrebbe il mercato unico.

Tuttavia, questo comporterebbe anche che il Regno Unitto dovrebbe continuare ad accettare il libero transito delle persone e contribuire al budget dell’Unione Europea. Non si risolverebbero però i due problemi politici che sono alla base della campagna per il Leave – livelli di immigrazione percepiti come troppo alti e la convinzione che il Regno Unito sia controllato da Bruxelles.

Nemmeno una hard Brexit permetterebbe di risolvere tutti i problemi politici. Si dovrebbe reinstaurare la frontiera sul confine con l’Irlanda, con controlli alle persone e alle merci in transito, in contrasto con l’accordo del Venerdì Santo del 1998, che ha portato la pace nell’Irlanda del Nord dopo decenni di lotte. Una soluzione di questo tipo sarebbe molto problematica anche dal punto di vista economico, dato che il Regno Unito uscirebbe dal mercato libero più grande del mondo, perdendo l’accesso privilegiato a un bacino di oltre 500 milioni di persone.

In questo caso si avrebbe anche da risolvere la questione relativa a quale modello di scambio adottare, dato che nessuno è esente da problemi. Tutte le opzioni, dalla negoziazione di un accordo in stile canadese alla completa uscita dal sistema UE adottando gli accordi della WTO con i relativi dazi, sono comunque inferiori alla BRINO, che è comunque a sua volta meno vantaggiosa rispetto al fare parte dell’UE.

A questo punto viene naturale chiedersi se la Brexit possa essere cancellata, vista anche la crescente opposizione all’interno del gruppo “Remain”. Entrambi i partiti poltici principali non sembrano tuttavia intenzionati ad operare in questo senso, l’opinione pubblica non è cambiata particolarmente, e un eventuale referendum sulla questione dovrebbe affrontare diverse problematiche di natura legale.

Rimanere all’interno dell’unione doganale e del mercato unico uscendo dall’UE sarebbe il risultato migliore dal punto di vista economico: in un contesto globale sempre più connesso, il Regno Unito potrebbe continuare a beneficiare del libero scambio, a fare parte del più grande mercato interno mondiale e continuare a benfeciare della massa critica investita nel centro finanziario della City di Londra.

Per quanto possa sembrare una scelta razionale, difficilmente si tradurrà in realtà. Dal punto di vista politico il risultato sarebbe molto poco interessante, dato che il Regno Unito diventerebbe di fatto uno stato-vassallo. Un ruolo di questo tipo può essere accettato facilmente da una nazione come la Norvegia, che conta solamente 5,3 milioni di abitanti, meno da un Paese con 66 milioni di abitanti. Per questo il governo dovrà necessariamente mostrare il suo impegno nel raggiungere un accordo di tipo diverso, da presentare agli elettori come “migliore”. Seguiranno anni di discussioni, e nel frattempo il problema del confine con l’Irlanda del Nord potrebbe dimostrarsi insormontabile, dato che conciliare una hard Brexit e un confine soft è legalmente e logisticamente impossibile.

Sono tempi nuovi per quello che una volta era il Regno Unito. La prospettiva di una riunificazione dell’Irlanda, che per decenni è sembrata impossibile, oggi non sembra più così improbabile, dato che la maggioranza dei voti in Irlanda del Nord è stata a favore del Remain. L’indipendenza della Scozia, anch’essa a favore del rimanere in Europa, sembra possibile. Questo porterebbe a una rottura del Regno Unito, di cui continuerebbero a fare parte solo Inghilterra, Galles e i Territori d’oltremare britannici. La campagna pro-Brexit non sembra intenzionata a rinunciare al sogno di “riprendere il controllo”, scontrandosi non solo con gli europeisti ma anche con lo stesso governo conservatore.

Molto dipenderà dai progressi delle trattative, e dal modello di scambio che verrà infine adottato. Il Regno Unito ha già fatto diverse concessioni, ma l’UE ha dichiarato che non intende fare passi indietro sulla libera circolazione degli individui, sul mercato libero (e, per 19 nazioni, sulla moneta unica), su un autorità sovranazionale indipendente – la Corte di Giustizia Europea – e sul desiderio di unità che è nato subito dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Sulla base di ciò, la soluzione migliore sembrerebbe essere proprio il modello BRINO, con il Regno Unito che formalmente esce dall’UE il 29 marzo 2019, ma continua di fatto a fare parte dell’Unione per ancora diversi anni. Una Brexit solo di nome, BRINO appunto.

* Chief Economist di Robeco